Il ritorno di Glen Hansard: Between Two Shores – recensione di Giacomo Starace

E’ tornato Glen. Il caro vecchio Glen Hansard, cantautore irlandese con il busking nel midollo e una chitarra con un vistoso buco sul davanti. La sua carriera musicale lo ha condotto dalla Notte degli Oscar ai palchi di mezzo mondo, ma ha conservato sempre un piede nella sua isola di smeraldo (nei suoi concerti inserisce sempre brani tradizionali rivisitati).

Between Two Shores è una riscoperta: ben sei anni fa, durante un tour, lui e la band registrarono a Chicago del materiale, successivamente riposto in un cassetto fino al recente ritrovamento. In un’intervista a Rolling Stone, Glen ha raccontato di essersi meravigliato di quanto bene suonasse la band in quelle registrazioni, per cui ha rivisto/riscritto i testi e via in studio a registrare le voci. I testi e la voce. Insieme alla chitarra acustica bucata sono gli elementi primari di quest’uomo fenomenale. La sua voce è capace di uscire in un flebile sussurro e due secondi dopo esploderti in faccia con una potenza che mette i brividi. Ascoltando le sue canzoni sembra quasi di vederlo, mentre tende il collo a occhi chiusi gridando nel microfono. La chitarra, poi, è un altro strumento con cui colpisce il cuore e lo stomaco di chi lo ascolta. Strumming potente, tocchi leggerissimi, fraseggi blues, molto spesso nello stesso brano. Chi lo ha visto live può confermare che più di una volta è arrivato a far saltare corde mentre suonava. Un mio amico musicista, nonché uno dei miei due insegnanti, tanti anni fa, capitatagli la stessa cosa, disse che rompere una corda è segno del fatto che stai suonando veramente. Questa idea si sposa perfettamente con un musicista come Glen Hansard. Per quanto riguarda i testi, il discorso è più complesso e cercherò di essere molto chiaro. Per me lui è un poeta, così come i vari Bob Dylan, Patti Smith, Bruce Springsteen, Joan Baez, Leonard Cohen e tanti altri. A questa affermazione tanti sussultano indignati, siano essi letterati accademici o fini musicisti. Hansard, nell’intervista citata prima, afferma di non avere interesse a diventare un grande poeta e scrivere bei testi. Questo non vuol dire che non ne sia capace. Già il semplice fatto di scrivere una canzone ti porta a scrivere in versi, con tutte le regole, la metrica, le figure di suono, ecc… che sono fenomeni automatici, le cui definizioni sono state date in un secondo momento: il primo giudizio viene infatti dall’orecchio, che riconosce se il testo scorre o meno, se suona bene o meno. Dire che la scelta di un determinato verso è azzeccata per il tipo di canzone in questione, in base al suo ritmo, alla presenza di accenti secondari sulla seconda anziché sulla terza sillaba e di accenti obbligati sulla quarta, o dire, invece, “Ci sta, suona bene”, sono la stessa cosa: quello che stai ascoltando non cambia. Per cui teniamo al di fuori diatribe secolari sul rapporto fra la poesia e la musica.

Ascoltiamo la canzone, leggiamone il testo.

I dieci brani di Between Two Shores sono piccoli frame di storie che parlano principalmente d’amore. L’amore difficile, faticoso è una tematica che ricorre spesso, ma Hansard non è mai banale. Si può provare a creare un filo conduttore, dall’invito all’amata a camminare insieme (Roll On Slow), fino alla rassicurazione che il tempo guarirà ogni dolore suscitato da un amore nato e cresciuto male (Time Will Be The Healer). In mezzo a questi due estremi ci sono le tappe di un viaggio articolato nel tentativo di salvare un rapporto destinato a finire: la speranza che ci si possa lavorare, perché si può permettere a qualcosa di bello di esistere (“Just stick around and work it out with me”, in Why Woman); la lotta contro il mondo, che rema da tutt’altra parte rispetto a ciò che desideriamo (Wheels On Fire); il dolore troppo forte per la fine del rapporto, con la vaga speranza che il tempo curerà la ferita (Wreckless Heart); la rabbia davanti all’insensibilità dell’amata e al fatto che basterebbe che lei giocasse la sua parte per non dover buttare via tutto, la stanchezza di continuare a insistere e il conseguente addio (Movin’ On); l’incertezza di cosa accadrà, di dove la sorte ci condurrà (Setting Forth); l’addio gentile, una volta spenta la rabbia, “Wellit’s gonna be a lucky man/That gets to take your hand/And play house with you a while” (Lucky Man); la consapevolezza che tutto è finito e irrecuperabile (One Of Us Will Lose), perché lei non ci mette il cuore, è coinvolta solo in parte, per cui dirsi addio è l’unica via (Your Heart’s Not In It). Si conclude con Time Will Be The Healer, il tempo curerà tutto, una volta che sapremo riconoscere che in fondo abbiamo qualcosa di solido, come gli amici, i vicini, continuando ad andare avanti con la nostra vita e la nostra quotidianità, fino a quando non ricorderemo più quel nome.

Time will be the healer once again
Time will lift you up, that you’ll win again
Pretty soon, you won’t even recall his name
Time will be the healer once again.

Musicalmente, Hansard usa stilemi, fraseggi che richiamano lavori precedenti, soprattutto Didn’t He Ramble (2015). Questo è un segno molto importante, perché già nei due album precedenti aveva sperimentato una musica più improntata sui richiami blues e sull’utilizzo coeso di tutti gli strumenti della band, abbandonando un po’ lo stile del folk acustico classico. Quest’ultimo lavoro dimostra che si trova a proprio agio nel sound che ha scelto nel corso del tempo e, bisogna ammetterlo, lui e i suoi musicisti sono perfettamente in grado di rendere un tutt’uno testi e musica, facendo in modo che l’uno veicoli l’altro senza scontrarsi.
In conclusione, è un lavoro curatissimo e riuscito, che dimostra la bravura estrema di un musicista umile e sempre alla ricerca di qualcosa che, in fondo al cuore, cerchiamo anche noi: qualcosa che duri per sempre, che ci possa far dire “This Gift Will Last Forever”, questo dono durerà per sempre (This Gift, da Rhythm And Repose, 2012).

 

Tracklist
01. Roll On Slow
02. Why Woman
03. Wheels On Fire
04. Wreckless Heart
05. Movin’ On
06. Setting Forth
07. Lucky Man
08. One Of Us Must Lose
09. Your Heart Is Not In
10. Time Will Be The Healer