Fast Animals and Slow Kids live @ Magazzini Generali – Milano, 9 marzo 2018

Postato il Aggiornato il

Report di Giovanni Tamburino, immagini sonore di Stefania D’Egidio

E’ sera, una delle prime quel minimo piacevoli da potersi godere all’aperto una cena frugale a base di birra e tranci di pizza. Respiriamo quell’aria fresca sul marciapiede davanti i Magazzini Generali sapendo che presto ne sentiremo la mancanza. La serata promette di scaldarsi, una volta varcata la soglia.

Stasera rivedremo dei cari amici, perché i Fast Animals and Slow Kids sono nientemeno che questo: amici, di quelli che afferrano ciò che hai in mente e lo traducono in parole meglio di quanto tu possa fare. Parole e accordi, accordi ed energia. Un’energia che si percepisce già quando entriamo e ancora il locale non è pieno nemmeno per metà.
Non siamo all’Alcatraz, con le sue dimensioni e la sua oceanica capienza, ma guardiamo le facce di chi aspetta con noi che le luci si spengano e abbiamo la certezza che la calca non sarà da meno.
I primi a salire sul palco sono gli autoctoni ed anglofoni Andead di Andrea Rock, decisi a dimostrare ad ogni costo che il punk rock non ha nazione, a patto di metterci il cuore. Ce la fanno, in barba ai puritani di un presunto indie, che in un primo momenti avevano storto il naso all’annuncio della loro esibizione.
Tengono l’audience magnificamente, con pezzi rapidi, incisivi che conquistano, come What About Now e Punk Rock Revolution, con i suoi occhiolini ai Rancid e alle chitarre della West Coast.


Lo speaker di Virgin Generation prende di nuovo la parola con un tocco di amarezza, parlando dei recenti risultati delle elezioni, di come possa essere sconfortante la vittoria di populismi che vedono nell’altro da sé solo un pericolo da scongiurare. Solo che il rock non è musica da sconfortati: è risposta, è unione. Ci sentiamo tutti fratelli davanti al rock e forse lo siamo davvero.
Gli Andead ci salutano sotto uno scroscio di applausi, mentre i tecnici preparano il palco per il piatto forte della serata.
Cala il buio e le nostre urla si fanno più alte.
Salgono sul palco e la reazione è immediata: mentre le prime note di Annabelle esplodono, l’uditorio dei Magazzini si trasforma in un’onda che si infrange ai piedi dei Fask in un continuo crescendo.
Sono di nuovo a Milano, di nuovo con noi. Ogni volta come la prima. Ogni volta come fosse l’ultima.
È questo il dono dei quattro ragazzi di Perugia: salgono sul palco come se non ci fosse un’altra volta. Ci fanno vivere una sera come dovremmo vivere ogni giorno della nostra vita: spendendoci insieme, uno di fianco all’altro, come se non ci fosse un’altra occasione di farlo.
Il pubblico ribolle e reagisce ad ogni accordo come un corpo solo e Aimone ci aizza, ci implora, ci solleva da terra e ci riscaglia giù, mentre lui fa lo stesso, senza concederci e concedersi un attimo di tregua. Urla, canta, si tuffa sul pubblico. Recupera una tavola da surf gonfiabile e con quella cavalca la folla fino al bar per un Negroni, poco dopo sale sulla balconata che circonda la pista dei Magazzini Generali e da lì si lascia cadere sui suoi seguaci, tra follia e fiducia incondizionata.


In un momento di respiro, fa l’appello: chi c’era all’Alcatraz un anno fa? Chi a Desio? Chi al Magnolia?
A rispondere è sempre una folla più o meno compatta. A farci caso, ormai si riconosce una familiarità nei volti di perfetti sconosciuti. Gente con cui si ha condiviso una birra o a cui si è teso un braccio per recuperarla nella frenesia del pogo. Ce lo diciamo sempre, ma comincia ad essere vero. Iniziamo ad essere una famiglia.
Continuano tra estratti da Forse non è la felicità, il quarto e (finora) ultimo pargolo della figliata di Romizi & Co., pezzi da Hybris – da Combattere per l’incertezza, fino ad una versione acustica di Troia – e persino Copernico, dal primogenito Cavalli. Spunta ovviamente Alaska con le immancabili Il mare davanti, Coperta e Come reagire al presente, ormai tradizionale ai titoli di coda, seguita da A cosa ci serve.
Dopo la promessa di tornare e l’annuncio dell’apertura dei cantieri per il nuovo album, i saluti sono affidati, com’è giusto che sia, a Forse non è la felicità. I nostri si godono l’ultimo bagno di folla, lasciando cantare il bridge che precede il finale prima solo al pubblico e poi ripetendolo tutti insieme, commossi.
Dal coro urlante nella calca, viene fuori il quadro di una generazione da stasi, di ragazzi e ragazze che fanno della disillusione la propria bandiera. Una generazione che guarda al proprio futuro vestito di stracci, che ha visto la propria sconfitta ancora prima che la gara iniziasse, eppure dotata di un’energia latente, di un entusiasmo che aspetta solo l’occasione per traboccare, per amare incondizionatamente la vita e le sue macerie.
Distruggersi e portare giù tutto con sé, perché solo a questa condizione potrà nascere qualcosa di nuovo, una generazione rassegnata e, forse, diventare la cenere da cui potràsorgere una nuova fenice.
Chissà se anche il resto della gente che esce a fine serata sotto questa pioggia rinfrescante ci pensa, che i Fask sono questo: il canto del cigno morente, il primo vagito di un’umanità che si fa largo a reclamare la propria parte.

Setlist:
– Annabelle
– Combattere per l’incertezza
– Il mare davanti
– Tenera età
– Con chi pensi di parlare
– Ignoranza
– Calci in faccia
– Montana
– Canzone per un abete – Parte II
– Copernico
– Fammi domande
– Coperta
– Maria Antonietta
– Troia

Encore:
– Come reagire al presente
– A cosa ci serve
– Forse non è la felicità

ANDEAD
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