Andrea Labanca – Per non tornare (Godfellas, 2018)

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Recensione di Eleonora Montesanti

Se Per non tornare fosse un’opera letteraria sarebbe sicuramente un romanzo di formazione. Una sorta di Giovane Holden ambientato però in un presente vagamente distopico, da qualche parte tra Philip K. Dick e Pier Vittorio Tondelli.
Ci sono due sensazioni urgenti che attraversano le nove tracce che compongono l’album, prodotto e arrangiato – insieme ad Andrea Labanca – da Gianluca De Rubertis: si tratta di fuga e cambiamento.
All’inizio i due sentimenti coincidono fortemente nell’astrazione, nel sogno e nella finzione: in Bretton Woods si scappa dal dolore riducendosi a macchie di colore senza più identità; in Ardo – canzone dal ritornello indimenticabile – ci si innamora solo perché si è troppo annoiati da se stessi; in Dance Dance Dance, addirittura, si arriva all’apice della negazione della realtà: l’atmosfera musicale sognante sostiene una danza dolce e delicata che in realtà rappresenta una sorta di capriccio per rivendicare il diritto di vivere nel proprio mondo.
Le cose iniziano a cambiare nella title track, Per non tornare, brano con una trama a sé stante, apparentemente misteriosa, ma che racconta di un incontro estivo – banale – tra un uomo e una donna che non si rassegnano alla normalità. Rispetto ai tre pezzi precedenti, qui la narrazione e gli arrangiamenti si aprono e si vestono di concretezza.
Proprio nel mezzo del disco troviamo la sua punta di diamante, la canzone che cambia tutto: Lago di Costanza è un tuffo al cuore, gentile ma potente, in cui il Giovane Holden della situazione trova finalmente il coraggio di smettere di scappare e fa vincere la razionalità. Così la fuga diventa una partenza e il cambiamento una rivoluzione.
Tutto ciò è evidente nella luminosissima Alba, che prende spunto da storie di donne partigiane per parlare di come cercare di rivoluzionare il mondo metta in moto un’imprescindibile rivoluzione dentro a se stessi. (Inoltre in Alba si trova il verso più poetico di tutto l’album: così non puoi più amare senza morire / così non puoi più guardare un supermercato senza piangere / non puoi più.)
Naturalmente, seppur in questo disco si parli di un percorso di crescita, c’è anche chi purtroppo non riesce a modellare il proprio spazio e il proprio valore dentro alla realtà. L’episodio più cupo di Per non tornare si intitola Buio e ci ricorda di quanto sia importante proteggersi anche dalla propria purezza (ovvero quel tesoro che non hai nascosto mai).
Subito dopo, verso la fine del disco c’è Guerra, ovvero la rabbia che viene incanalata in salvifica voglia di combattere. Anche tra le lande desolate dell’amore.
Per non tornare si chiude con Facciamo l’amore, un inno un po’ cinico e scanzonato, più intimo che sociale, dove il protagonista si rende conto che può scegliere le proprie rivoluzioni e i propri valori. E uno di questi è assolutamente il buon umore.
Il terzo disco di Andrea Labanca è la conferma della sua originalità: tra racconti surreali e citazioni, Andrea racconta il suo modo di vedere il mondo. Ottima la collaborazione con Gianluca De Rubertis che ha svolto un lavoro eccellente nel valorizzare in maniera pulita e personale la poetica di Andrea.
Insomma, Per non tornare è un bel viaggio che ci permette di tornare sì, ma un po’ diversi da prima.

Tracklist:
01. Bretton Wood
02. Ardo
03. Per non tornare
04. Dance Dance Dance
05. Lago di Costanza
06. Alba
07. Buio
08. Guerra
09. Facciamo l’amore

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