Nick Cave & The bad Seeds – Distant sky – al cinema giovedì 12 aprile

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Articolo di Giovanni Carfì

Giovedì 12 aprile, in contemporanea mondiale avverrà la proiezione di Distant Sky, rappresentazione cinematografica, di una delle date del tour di Nick Cave e dei suoi fidati Bad Seeds.
Per chi non avesse avuto la possibilità di assistere ad una delle tappe del tour, o per chi volesse parteciparvi in maniera voyeuristica, gli basterà una comoda poltrona rossa, e il buio di un cinema per poterne approfittare.

Facciamo però un passo indietro, era settembre del 2016, e venne pubblicato “Skeleton Tree”, sedicesimo album in studio dell’artista, dove oltre all’attesa e curiosità per i nuovi brani, era innegabile non provare empatia per la morte prematura del figlio.
Non era la prima volta che il tema della “morte”, così forte nel suo significato, e così delicato anche solo da descrivere, entrava nella vita già abbastanza travagliata di Nick Cave; anni prima vi dedicò anche un album dal titolo “Murder Ballads”.
I vuoti emotivi, vennero riempiti nel corso degli anni con rapporti, canzoni, esperienze, droghe, e tutto ciò che può scuotere un animo; vibrazioni tossiche e volutamente lesive, per poi uscirne e guardarle da spettatore conscio di ciò di cui sta parlando. Probabilmente, anche questa volta, nel momento in cui il lutto entra improvvisamente nella propria vita, ognuno di noi reagisce in un determinato modo, e se questo avviene durante la stesura di un album, è inevitabile che le canzoni al suo interno vengano permeate da quest’aura.
Segue un tour che parte dalla sua Australia, passando per gli Stati Uniti e poi l’Europa, dove dedica tre serate anche all’Italia, con concerti a Padova, Milano e Roma. Un tour molto forte emotivamente, non solo per l’antefatto, ma per le capacità straordinarie di scrivere ed emozionare, proprie dell’artista.
Il titolo scelto per il film, è il nome di una delle tracce dell’album, ed una di quelle dove si avverte maggiormente un’atmosfera sacrale e oscura, ma liberatoria allo stesso tempo. Complice la scelta di affidare il cantato, al soprano danese Else Torp, che incanta con la sua voce fin dalle prime note del brano.

Come teatro visivo, viene scelta la Royal Arena di Copenaghen, dove i particolari sono molteplici; lo spettatore si trova ad avere uno sguardo diretto dal palco, dietro il batterista, a pochi passi da Nick, o poco distante da Warren Ellis, perfetto nel suo ruolo di polistrumentista e ingegnere di una macchina sonora perfetta, dove il suo aspetto si contrappone e bilancia quello di Nick Cave.
Il film, distribuito in Italia da Nexo Digital, dura circa 135 minuti, ma non dovrete spaventarvi per la durata di tutto rispetto della produzione, l’unica cosa che dovrete fare, sarà prepararvi ad un’esperienza forte, che cerca di trasmettere i momenti migliori, (non che ce ne siano di peggiori), del live.
Nick Cave sente il pubblico, lo cerca, lo avvicina, lo sprona e lo tocca. Quella continua ricerca delle mani, a volte carezzandole, a volte sfuggendovi, a volte stringendole. Un contatto forte e ricambiato, da chi ne asseconda ogni oscillazione, attratti da quello sguardo magnetico e profondo, che va oltre la barriera fisica di persone che si trova di fronte.
Canzone dopo canzone, si alterna un crescendo emotivo, dove si avverte tutta la capacità musicale e compositiva della band, con momenti in cui si passa da volume minimo a “tempesta tropicale” in una manciata di secondi.
Si avverte l’enfasi dei musicisti, la teatralità di Ellis e dei suoi anelli che accompagnano le dita sul pianoforte, sul violino, sul synth, sulla chitarra a quattro corde, (che non è un basso in questo caso) e nell’aria, che fende con caparbietà dando gli stacchi al resto dei musicisti.
Preparate i pop-corn per lo stomaco, e tendete gli addominali per il pugno emotivo che riceverete. Niente lacrime, siamo al cinema dove di solito è tutto finto, la differenza questa volta è che di finto forse c’è solo la scenografia, essenziale e perfetta per enfatizzare specificatamente solo alcuni brani.
Il resto dell’attenzione, è tutta per l’attore protagonista senza ambizione di statuette dorate, ma di emozioni, da prendere e riversare coinvolgendo più persone possibili, facendole salire a più non posso sul palco, su quello che è lo spazio esclusivo dell’esibizione, il margine difensivo e legittimato entro il quale l’artista può e deve (fare).
E forse proprio per questa sua volontà di condivisione e partecipazione, che vuole rendere il pubblico protagonista, regalando un punto di vista privilegiato verso il resto della folla, o semplicemente estendendo questa sensazione a più persone possibili, anche attraverso il cinema, ma tutte nella stessa notte, come per preservare e ricreare nuovamente quella bolla empatica, in un’unica esibizione corale.

 

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