SOHN – Radar Fest Preview @ Base, Milano – 14 Aprile 2018

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Articolo di Luca Franceschini, immagini di Nina Selvini

L’unico motivo per cui avrei potuto avventurarmi nel caos informe del Fuorisalone doveva essere un concerto. Detto fatto. Al Base era di scena SOHN, in un live gratuito organizzato dai tipi di Radar per lanciare l’omonimo festival, che sarà di scena a giugno al Parco Idroscalo di Milano e che si prospetta uno degli appuntamenti più interessanti della prossima estate, soprattutto perché un certo tipo di proposta non è propriamente di casa nel nostro paese.

SOHN al Radar non ci sarà ma il suo nome è quanto di più appetibile ci possa essere, per gli appassionati del cosiddetto Neo Soul, corrente che negli ultimi tempi si è ritagliata uno spazio mica male, anche se dalle nostre parti rimane ancora una nicchia ben nascosta.
Il live, inizialmente riservato a chi avesse acquistato l’abbonamento alla due giorni di giugno, è stato poi esteso a tutti, tanto che quando arrivo sul posto, poco dopo le 21, è ancora possibile entrare comodamente. Si inizia alle 22.30 spaccate, quando Christopher Michael Taylor e i due musicisti che lo accompagnano salgono sul palco e sono accolti dal boato di una sala ormai piena in ogni ordine di posti.
Rispetto all’ultima volta che lo avevo visto, nel febbraio dello scorso anno, sempre a Milano, c’è una persona in meno on stage: la presenza della batteria garantisce comunque quel ritmo e quel tiro che sono indispensabili per non rischiare di far scivolare lo show in una sorta di staticità prevedibile. Per fortuna, nonostante la componente elettronica preponderante, SOHN è uno che dal vivo fa un vero e proprio concerto, suonato pressoché in ogni sua parte (lui stesso è sempre dietro la tastiera e in un paio di occasioni si avvale anche della chitarra), anche se ovviamente le parti pre registrate non mancano.


Dall’uscita di “Rennen” non è accaduto moltissimo anche se poche settimane fa sono usciti due brani nuovi: preludio al terzo disco in studio? Al momento non c’è nulla di ufficiale ma è comunque confortante notare l’altissimo livello dei brani in questione, segno lampante che l’ispirazione di questo ragazzo è ancora più viva che mai.
Ed è proprio con “Hue” che inizia il concerto. Un brano lento, cupo, con un Beat leggero a scandire il tempo, una voce che si muove in punta di piedi, limpida e cristallina.
Già, la voce è proprio il punto forte di Taylor: preciso al limite della perfezione, studiato nei minimi dettagli, il suo è un concerto dove la perizia tecnica è una componente indispensabile (non ce ne sono molti oggi, che cantano come lui) ma non perde mai di vista il calore delle emozioni. Il tutto, unito alla sapiente interazione tra i tre sul palco, che permette una costruzione dei brani davvero magnifica, dove vengono dosate al meglio tutte le componenti: dalla voce, al lavoro percussivo, alle tastiere e al loro interagire col substrato elettronico.
Da questo punto di vista, la prima parte del set è incentrata maggiormente su atmosfere minimali, dove al centro di tutto c’è SOHN, con il suo canto e la sua tastiera e dove anche le luci, dominate da cinque grossi fari posti sullo sfondo, rimangono sempre piuttosto basse.
In questa fase vengono presentati un paio di brani inediti (probabilmente roba nuova, non mi pareva fossero cover) di cui uno in particolare mi ha colpito molto, ballata piano e voce tristissima e suggestiva.
Nella seconda parte i toni si accendono e si balla molto di più, con la batteria che alza il ritmo e l’elettronica che prende il sopravvento, campionando le melodie portanti e mandandoli in loop, in code lunghe fatte apposta per far muovere.


La setlist, com’era ovvio, si compone di un bel mix dei due album finora pubblicati (bellissima, a tal proposito, una versione di “Rennen” accelerata, dal ritmo quasi Jazz), più i due singoli appena usciti (“Nil” si conferma anche dal vivo un brano meraviglioso, dall’intensità dirompente). Ci sono dunque tutte le più famose, da “The Wheel” a “Bloodflows”, da “Artifice” a “Lessons”, col finale naturalmente affidato ai due pezzi forti dell’ultimo album, “Hard Liquor” e “Conrad”, che scatenano un bel putiferio non solo nelle prime file.
Un concerto breve (poco meno di settanta minuti) ma superlativo, apprezzato tantissimo anche da coloro (e mi parevano la maggior parte) che non conoscevano il suo repertorio.
Dopo James Blake (che rimane parecchie spanne sopra sia come autore che come performer) è probabilmente il più grande artista Neo Soul che ci sia in circolazione.
Che dire? La risposta del pubblico è stata eccellente. Speriamo solo che la maggioranza dei presenti decida di investire anche sul Radar Festival. È una grande occasione per dimostrare che anche in Italia possiamo organizzare cose serie.

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