“Siamo natura, natura umana.” – Iacampo ci racconta Fructus

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Intervista curata da Eleonora Montesanti

Iacampo è sempre una certezza. Dopo Valetudo e Flores, da poche settimane è uscito anche Fructus, l’ultimo disco che completa questa trilogia. L’unione di questi tre titoli rappresenta un vero e proprio approccio alla vita, una visione in cui vale tutto, i fiori e i frutti.
Fructus è un disco d’amore nei confronti di ciò che siamo diventati, è l’accettazione della vita come un ciclo, con la consapevolezza che amarsi vuol dire essere anche in grado di ricominciare.
Considerando Fructus una delle uscite più succose di questo 2018, abbiamo assolutamente voluto saperne di più.
Così abbiamo preparato un’intervista approfondita a Iacampo riguardo alle canzoni che compongono il disco.

Fructus, il tuo nuovo album, è l’ultima parte di una trilogia che, sia nel titolo che nelle intenzioni, rappresenta un modo di vivere la vita. Valetudo, Flores e Fructs: vale tutto, sia i fiori, sia i frutti. Quand’è che hai iniziato ad avere questo approccio?
Probabilmente con la nascita di mia figlia. Guardandola, appena nata, avevo capito che era tutto possibile e che si sarebbe dovuta espandere in ogni direzione per conquistare il suo stato migliore e vivere ogni passo dell’esitenza e del ciclo delle cose, i fiori e i frutti e che così dovrebbe essere per tutti.

Se Flores rappresenta le cause delle azioni e le azioni stesse, Fructus riguarda i loro effetti e le loro conseguenze. E’ il cuore il punto attorno a cui tutto ruota?
Si sta parlando di amore, non di azioni qualsiasi. E’ l’amore che stiamo studiando, cercando, accettando per cercare di viverlo, è quello di cui stiamo facendo esperienza. I tre dischi si compenetrano, c’è nell’uno parte dell’altro però in Flores ho parlato maggiormente dell’aspetto più spontaneo dell’amore, quello passionale, legato agli istinti. In Fructus cerco di ridimensionare gli aspetti romantici dell’amore, correggo il tiro, cercando un amore costruttivo, tra amanti, tra amici o fratelli. Mi rendo conto che chiamiamo con la parola “amore” tutto quanto, senza rispetto per la parola, senza capire che l’amore è, come dice One degli U2, un tempio, una legge superiore. E così facendo rimaniamo invischiati nei meandri delle contraddizioni e dei quesiti irrisolti.
Ma l’Amore è una cosa diversa, una relazione con una luce divina che richiede probabilmente anche una dose di fede.

Il primo singolo estratto dall’album si intitola La vita nuova ed è un inno a lasciarsi cullare con lentezza dalla trasformazione. E’ stato terapeutico per te scrivere questo pezzo?
Sì decisamente, lo hai capito. L’ho scritta in uno stato di pace e fiducia.
La trasformazione è continua, ma la nostra percezione ci porta a sentire alcuni passi della vita in maniera più forte di altri. La vita nuova è una canzone che mi aiuta a considerare i cambiamenti come qualcosa di necessario e benedetto. Una copia del testo è attaccata tuttora al mio comodino.

In Fructus, naturalmente, ci sono anche canzoni d’amore. Tra queste mi ha colpito molto Un giorno splendido, che parla della forza di ricominciare. Questa forza si trova proprio nell’amore?
Un giorno splendido parla della volontà, della scintilla che ti permette di andare incontro al tuo sorriso con coscienza, scegliendo di sorridere e scegliendo di portare fuori i sentimenti che hai dentro.
E’ la storia di un uomo che fa delle cose semplici, come alzarsi, andare a lavorare, comprare un fiore per l’amata e chiudere la giornata abbracciato a lei. Cose semplici che nascondono sempre mille paure, indecisioni, dolore… ogni problema in questa storia è annullato da un primo atto di volontà, quello di tirarsi giù dal letto e vincere la paura e depressione per poi entrare nel flow della vita grazie alla coscienza.

Parliamo invece di Riva, una canzone meravigliosa. Ti va di raccontarci la sua storia?
Avevo cominciato a parlare di questa riva immaginaria come qualcosa di lontano e difficile da raggiungere, ma avevo già scritto Palafitta nel disco precedente che parlava in questi termini e così dalla quarta strofa in poi la riva di cui parlo è quella in cui sono già arrivato, forse da cui non i sono mai mosso o alla quale sono tornato. È una canzone che ribalta il punto di vista. La riva da cui scrivo è fatta di accettazione di limiti e tesori personali.

Ci sono alcuni riferimenti ad elementi della natura. Oltre al titolo e alla cover dell’album, c’è una canzone che si intitola Fiore di campo, in cui la separazione tra uomo e fiore, a un certo punto, non è più così netta. Qual è il tuo rapporto con la natura?
Fiore di campo è una canzone sull’innamoramento. Il momento magico in cui la natura è molto forte. Siamo natura, natura umana. Abbiamo grandi possibilità. Le nostre vite però si fanno stupide nel momento in cui condizionamenti di ogni tipo, culturale, familiare, sociale etc. non ci fanno fluire come potremmo (flow, ancora). È un compito verso noi stessi quello di ritorno alla nostra origine di esseri naturali. La natura insegna sempre, lo faceva anche con i filosofi dell’antichità che insegnavano, in fin dei conti, la fisica della natura e con abilità dialettica univano ogni altro contesto a leggi universali. Ogni mattina vado per campi o nel boschetto vicino casa, mi fa sentire molto bene.

Nella dolcezza de Il frutto del deserto, invece, c’è una rima molto particolare: deserto / aperto. Siamo abituati a pensare al deserto come qualcosa di arido e, di conseguenza, molto chiuso in se stesso. Qual è la tua visione?
La visione di quella canzone è quella di un uomo al centro del suo deserto, in cui vede tutto, compreso sé stesso e dove finalmente riesce ad aprire il cuore. Il deserto di cui parlo è fatto di silenzio, armonia con la natura e rapporto con la lentezza, che l’uomo di oggi confonde spesso con l’immobilità. Ma anche un deserto è un mare in movimento.

Dividi il pane è il brano che più rispecchia il nostro tempo, un tempo in cui l’individualismo è troppo spesso il protagonista assoluto della nostra quotidianità. Nel testo hai scritto che il concetto di condivisione “credevi fosse un’ovvietà”, eppure per riscoprire l’empatia è necessario fare dei passi indietro. Come vivi questa condizione?
Non è facile stare al mondo, è colmo di follia e sofferenza.
Per continuare ad amare non c’è altro modo di raggiungere un buon grado di pace interiore e conviderlo, in una sorta di ciclo continuo di dare e avere. Potrebbe essere vista come una canzone politica e per certi versi lo è. Il mondo che abbiamo attorno ci continua a dire che non abbiamo mai abbastanza e che non è mai il momento di condividere, ma è una delle fonti di gioia più appaganti e una delle azioni più fruttuose che ci sia.

Marco, parlando invece de Le tue canzoni, sembra che tu dia alla musica anche un ruolo terapeutico, come se fosse una scatola in cui scaricare e custodire certi “temporali” personali, per poterli poi osservare con maggiore lucidità. Le canzoni, in questo senso, sono qualcosa tramite cui si impara a conoscersi?
In genere le mie canzoni nascono dal mio attaccamento alla vita, in tutte le sue manifestazioni, è vero però che tendo a scrivere quando ho la situazione più chiara e quando capisco che il mio ego non governa. Vorrei avere più continuità con questo stato, ma non sempre è così. Però ho scoperto che quello che scrivi e canti poi lo vivi.
E che se parli di un amore lontano quell’amore resterà lontano, se parli di un mondo difficile vedrai il mondo solo nella sua parte più faticosa; un po’ come i pensieri che facciamo, ci condizionano l’esistenza, anche le canzoni che scriviamo sono importanti. Per rispondere alla tua domanda lo stato creativo ti spinge a cercare qualcosa sempre più profondo e a fare pulizia, in questo senso si, aiuta a conoscersi meglio. Le mie canzoni è la storia di un colpo di stato che avviene dentro di me, è un perentorio ORA GOVERNO IO E ANDRA’ MEGLIO.
Ho LASCIATO che le mie canzoni facessero il temporale, ora VOGLIO che le mie canzoni mi portino via dal male. Sta tutto in questi due verbi.

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