Ash – Islands (Infectious Music, 2018)

Postato il Aggiornato il

Articolo di Stefania D’Egidio

Islands è l’ottavo album in studio del gruppo nord irlandese Ash, nato a tre anni di distanza da Kablammo! per l’etichetta Infectious Music e prodotto dallo stesso Tim Wheeler, cantante e chitarrista della band.
Dodici tracce, una più bella dell’altra, in cui il trio, composto oltre che da Tim anche da Mark Hamilton al basso e Rick McMurray alla batteria, riesce a combinare con grande maestria punk e britpop, suoni ruvidi e melodie leggere.

I maligni dicono sia colpa dei Weezer, gruppo americano con cui gli Ash hanno condiviso l’anno scorso un tour, se l’album è pervaso da una certa allegria e scanzonatezza, con ritornelli che ti rimbalzano nella testa come una pallina dentro il flipper; grande protagonista è la chitarra di Tim con ritmiche veloci, palm muting e riff davvero piacevoli.
La tracklist si apre con True Story, pezzo con una linea melodica gioiosa, ma dal testo profondo, che invita alla riflessione e all’ascolto dell’altro seppur con opinioni diverse; segue Annabel, il singolo che ha preceduto l’uscita dell’album, accompagnato da un videoclip molto bello, il cui protagonista è un ragazzo con una protesi alla gamba che scorrazza per la città su uno skate, quasi una sfida a superare i propri limiti perché nulla è impossibile.
Buzzkill è un tormentone punk che poggia sul suono distorto della chitarra di Damien O’Neill e sul basso di Mickey Bradley, membri degli Undertones e leggende del punk irlandese, special guests in Islands, famosi per la canzone Teenage Kicks del 1978.
Confessions in the Pool e Allthat I haveleft sono tra le mie preferite: la prima tutta da ballare, con un ritmo incalzante e un loop di sintetizzatore che aleggia in sottofondo, la seconda un inno al britpop anni ’90 con un sound che mi ricorda i tanto amati Suede, per cui sbavavo ai tempi dell’università.
Don’t need your love è una ballad dal retrogusto un po’ amaro, incentrata sulla fine di una storia d’amore a senso unico, in cui il protagonista cerca di raccogliere i propri pezzi, autoconvincendosi di non aver bisogno dell’amore dell’altro/a… sarà capitato a tutti almeno una volta nella vita!
Somersault si riallaccia alle tracce preballad con cambi di accordi veloci e una linea melodica vaporosa, alla maniera del power pop californiano.
Did your Love Burn Out? inizia con un ruvido arpeggio di chitarra e la voce di Tim, per poi decollare in un crescendo di suoni e assoli fuzzati: forse la traccia a maggiore carica rock dell’opera.
Silver Suit prosegue sulla falsa riga di Somersault, dando una certa omogeneità alla tracklist prima del nuovo scossone dato da It’s a Trap, con la sua aura drammatica sottolineata dal battere di grancassa, dai cori alternati e sovrapposti e dall’assolo di chitarra suonata a mò di mandolino.
Gli ultimi due brani sono It is true?, preludio al gran finale, con una storia di bugie e segreti, e Incoming Waves, un’altra ballad, stavolta dall’intro acustico, che risucchia l’ascoltatore in un’atmosfera onirica interrotta solo dall’ingresso delle distorsioni, potenti come uno schiaffo dato in pieno viso; il testo è un messaggio di speranza, pensare al momento in cui qualcosa è andato storto, per rimettere tutto a posto e andare oltre, come a dire che dietro ogni fallimento ci può essere una rinascita.
Il mio voto per Islands è 10/10, perché è per gli Ash l’album della maturità, una riflessione sulla vita, sull’amicizia, sull’amore e, del resto, Tim, Mark e Rick in ventisei anni di carriera ne hanno vista di acqua scorrere sotto i ponti… sono sopravvissuti alla fine del grunge, al britpop, all’indierock e, pur non rinnegando le loro origini, sono stati capaci di riassumere tutto il loro percorso in queste dodici perle, aggiungendo anche un pizzico di power pop all’americana.
Sarà la fine dell’inverno che mi spinge ad uscire dal letargo, sarà l’aria frizzantina della primavera, ma in queste settimane sono sempre alla ricerca di album ritmati e ariosi; se dovessi scegliere tre canzoni da portare su una virtuale Arca di Noè musicale, farei fatica a selezionarle perché mi piacciono davvero tutte, anche se ho una predilezione per Confession in the Pool, All that I have Left e Incoming Waves, se non altro per la bellezza dei testi e per il modo in cui sconquassano il filo conduttore del lavoro.

Tracklist:
01. True Story
02. Annabel
03. Buzzkill
04. Confessions In The Pool
05. All That I Have Left
06. Don’t Need Your Love
07. Somersault
08. Did Your Love Burn Out?
09. Silver Suit
10. It’s A Trap
11. Is It True?
12. Incoming Waves

 

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