St. Vincent @ Magnolia, Segrate (Mi) – 27 giugno 2018

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Circolo Magnolia

Annie Clark non era ancora passata dall’Italia dopo l’uscita di “Masseduction”. Un disco che è arrivato a tre anni di distanza dal precedente “St. Vincent”, che le era valso un Grammy come miglior album alternativo e l’aveva finalmente consacrata al grande successo, dopo che già coi lavori precedenti aveva fatto parlare moltissimo di sé.

In occasione del precedente tour le date nel nostro paese erano state diverse e piuttosto ben divise lungo la penisola. A questo giro dobbiamo accontentarci della sola Milano ma è già una fortuna, dato che il timore, ad otto mesi dalla pubblicazione, era che questo quinto lavoro in studio non potesse onorarci di una visita dalle nostre parti.
Il Circolo Magnolia è un posto ideale per i concerti estivi, con il dato non trascurabile di avere risolto in pieno i problemi di resa sonora che lo avevano afflitto negli ultimi tempi. Quando arrivo sul posto, poco dopo le 21, rimango colpito dalla quantità di gente che ha già preso posizione sotto il palco e dall’altrettanta fiumana di persone che non sembra volersi arrestare.
In realtà, quando finalmente mi trovo anch’io una sistemazione comoda per seguire lo show, mi rendo conto che non siamo di fronte ad un pienone senza precedenti, anche se la risposta può dirsi senza dubbio soddisfacente.

Non c’è supporto ed Annie e i suoi tre musicisti arrivano sul palco attorno alle 22, sulle pulsazioni di Synth che introducono “Sugarboy”. Ne sono cambiate di cose, in casa St. Vincent ma allo stesso tempo non è cambiato nulla. Al di là delle vicissitudini sentimentali, buone solo per i rotocalchi, il successo più o meno di massa che sembra aver raggiunto negli ultimi tempi, non ha per nulla modificato il suo itinerario musicale. “Masseduction” è senza dubbio un lavoro più improntato sul Pop, dove l’elettronica ha un peso maggiore e dove la produzione di Jack Antonoff, che di queste sonorità se ne intende, ha dettato una linea certamente più vicina al Mainstream. Eppure, allo stesso tempo, la complessità e la raffinatezza della scrittura della Clark sono ancora elementi non da poco. Un disco di facile presa, molto più istrionico ed irriverente che in passato, immediato in certi episodi (soprattutto i singoli) ma non sempre così lineare. La riprova di questo la dà il pubblico, che ascolta, applaude ma balla molto poco: dopotutto anche i brani più datati non sono esattamente di facile fruizione ed è molto meglio concentrarsi nell’ascolto, piuttosto che muoversi istintivamente.

Per fortuna, a questo giro c’è una band. Chi l’aveva vista lo scorso anno in America e in qualche sporadica data europea, aveva riferito di uno show dove le basi registrate avevano giocato un ruolo preponderante. Le cose qui sono diverse: c’è una batteria, una tastiera e un basso che si occupa anche dei Synth. C’è ancora molta roba in base, ovviamente, e anche se dà un po’ fastidio che la maggior parte dei cori non siano riprodotti dal vivo, è innegabile che siamo al cospetto di uno spettacolo pienamente incentrato sulla componente suonata.
I quattro sono disposti in riga, uno accanto all’altro, in modo che ciascuno occupi uno dei quadranti di led posti a fondo palco. Un impatto visivo tipicamente anni ’80, una coreografia che, ad un primo sguardo, ricorda i Kraftwerk o altri allestimenti elettronici di questo tipo.
Anne, che sceglie di fare il suo ingresso per ultima, la chitarra già a tracolla, inguainata in un vestito di lattice rosso e stivali al ginocchio dello stesso colore, si muove in maniera quasi solenne per raggiungere la sua postazione (l’ultima sulla sinistra, curiosa questa scelta di non creare un vero e proprio centro della scena). C’è un roadie vestito di nero con una maschera inquietante (la stessa che indossano anche batterista e tastierista) che l’aiuta a prendere posto e che le passerà una nuova sei corde in un paio di altre occasioni. Un tocco surreale e vagamente teatrale che non determina però in maniera eccessiva la configurazione di uno show dove la musica vuole essere il centro di tutto.

È “Masseduction” il vero protagonista della setlist: l’ultimo disco viene suonato praticamente per intero (fa eccezione la conclusiva “Smoking Section” oltre all’interludio “Dancing With Ghosts”) e fa piacere constatare come tutti gli episodi abbiano un’ottima resa. Notevole soprattutto l’impatto del quartetto iniziale, con “Sugarboy”, “Los Ageless”, “Masseduction”, (presentata da Anne, in una delle pochissime volte in cui si è rivolta al pubblico, come “una canzone per combattere il potere”) e “Savior”, che fanno partire il concerto all’insegna dell’Electro Pop e del Glam.
La ragazza di Tulsa si muove poco: si limita a cantare e a suonare, consapevole del fatto che il suo carisma e la sua teatralità bastano ampiamente per riempire gli spazi. È poi la sua chitarra ad ergersi quasi come protagonista assoluta: da sempre marchio di fabbrica del progetto St. Vincent, questo strumento fa parte da sempre della sua educazione musicale, maturata nel segno di Nirvana, Sonic Youth e di altre band del cosiddetto “rock alternativo”. Sono infatti due le componenti che interagiscono sul palco: quella più Pop e danzereccia e quella più tipicamente elettrica, con una declinazione Glam che molto deve al primo David Bowie, altra influenza che la Clark non ha mai nascosto.

In possesso di una tecnica essenziale ma efficace, suona e canta tutto con grande padronanza di mezzi, producendosi in soli e parti strumentali, che sono sempre tra le cose più interessanti da vedere e da ascoltare.
La voce c’è e regge benissimo, sia nelle tonalità medie che in quelle più alte, un altro fattore che contribuisce all’altissimo livello di questa esibizione.
I brani si susseguono uno dopo l’altro, con Annie che si limita a ringraziare, lasciando giustamente che sia la musica a parlare per lei. Il vecchio repertorio viene passato in rassegna nei suoi elementi essenziali, con le varie “Marrow” (unico estratto da quell’”Actor” che l’ha fatta conoscere al mondo), “Huey Newton”, “Cheerleader”,”Year of the Tiger” e la sorpresa di “Hysterical Strength”, se non vado errato mai suonata in questo tour.
Soprattutto gli estratti di “Strange Mercy”, appaiono più spigolosi e difficili da riprodurre (da questo punto di vista, “Cruel”, che pure è una bella hit, non è uscita benissimo), mentre le cose vanno meglio quando i quattro si lanciano in “Digital Witness” e “Rattlesnake”, tra le cose di maggior impatto contenute in “St. Vincent” (peccato che “Birth in Reverse” sia stata lasciata fuori).

Il main set si chiude sulle note di “Fast Slow Disco”, versione remixata e aggiornata del brano già contenuto su “Masseduction”, uscito recentemente come singolo e accompagnato da un controverso video girato da Zev Deans, dove si vede la cantante all’interno di un Gay Club, ballare in modo sensuale in mezzo ad un mare di corpi maschii. Una rilettura musicale efficacissima (lei dice che l’idea gliel’avrebbe data Taylor Swift), che ha trasformato in una killer song un episodio che nella scaletta originale dell’album si era un po’ persa. Dal vivo, questa nuova veste funziona e la fa diventare uno dei pezzi più riusciti del concerto.
I bis cominciano all’insegna di “New York”, l’ultimo singolo che ancora mancava all’appello, preceduto da un goffo tentativo di cantare la canzone sostituendo con “Milano” il nome della città. Poi una “Hang on Me” piuttosto inattesa dopodiché, terminata la presentazione del gruppo, sul palco rimangono solo la Clarke e il suo tastierista, per una intima e toccante versione di “Happy Birthday, Johnny”; un brano triste e nostalgico, inusuale all’interno del suo repertorio, e che con questo vestito semplice addosso funziona ancora di più.

La cantante rimane a questo punto da sola, imbraccia nuovamente la chitarra e delizia tutti con una meravigliosa “Severed Crossed Fingers”. “The Truth is ugly, well I feel ugly too”. Chissà se si sente ancora come quando ha scritto questo pezzo, che parlava di speranze deluse, della difficoltà di vivere la propria vocazione di artista. Non sembrerebbe, a vederla. Se c’è un’impressione che si può ricavare da questo concerto, probabilmente uno dei più belli che ho visto quest’anno, è che St. Vincent è ormai divenuta una stella di prima grandezza nel panorama musicale contemporaneo. Bisognerà aspettare il prossimo disco per avere ulteriori conferme ma al momento la sensazione è che possa davvero fare quello che vuole.

 

 

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