Ben Howard @ Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (Bs), 4 luglio 2018

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di ©giovanni vanoglio

Ben Howard ha scelto il luogo migliore per la sua prima volta in Italia. L’Anfiteatro del Vittoriale ormai lo conosciamo bene e la sua atmosfera intima e suggestiva è l’ideale per accompagnare la musica evocativa del cantautore inglese. Che, bisogna dire, al nostro paese mancava molto. “I Forget Where We Were” ce lo aveva mostrato ad un livello di crescita davvero esponenziale, tanta era la distanza, in termini di linguaggio ed intenzioni, dal disco di debutto. Un vero peccato che un lavoro del genere non sia stato suonato dalle nostre parti ma se non altro adesso si rimedia nel modo migliore possibile.

Sono passati quattro anni nel frattempo. Ben si è preso il suo tempo, ha viaggiato per il mondo, è stato a Grenada, in Nicaragua (il NicaLibres evocato in uno dei suoi nuovi pezzi è un cocktail del posto, deve averne sorseggiati parecchi), ha scavato un buco nel giardino della sua casa inglese con l’idea di ricavarne un luogo per stimolare la sua ispirazione. Non è servito, l’ha ricoperto, ha venduto la casa e si è trasferito in un airbnb di Pairigi. Ricorda un po’ Damien Rice, in questa sua irrequietezza di fondo, che lo porta a girovagare senza meta, a fare di ogni cosa una fonte di ispirazione, nella confusa nostalgia che possa esistere un luogo chiamato casa, ma allo stesso tempo con la convinzione che ogni posto riveli in sé qualcosa di suo.


“Noonday Dream” nasce da questa irrequietezza, da questa profonda ricerca ed è un lavoro ancora più affascinante e meno accessibile del precedente, come se il songwriting degli esordi così vicino alla tradizione del Folk avesse bisogno di sporcarsi, contaminarsi, creare strutture non lineari, senza punti di riferimento, unica possibilità reale per esprimere davvero ciò che questo giovane uomo di 31 anni porta dentro di sé.
Arriva sul palco alle 22 precise, dopo un set di apertura di un non precisato artista (non era in cartellone e nessuno ha saputo dirmi chi fosse) che ci ha proposto una mezz’ora di Country Folk per la verità piuttosto annacquato. In lontananza c’è un temporale ma il bagliore inequivocabilmente suggestivo con cui colora l’oscurità incipiente è parzialmente turbato dal timore che tutta quella furia possa riversarsi sulle nostre teste. Chi conosce il posto, capirà che un’eventuale pioggia non darebbe veramente scampo a nessuno.


Sul palco ci sono nove persone, comprese due batterie e un trio d’archi. Il minimo indispensabile per riprodurre la complessità delle sue canzoni. Che sono, lo ha detto lui stesso, abbozzi di idee che solo in un lavoro costante e sistematico con la band, si sono trasformati in brani veri e propri. La sua è una proposta difficile, canzoni che non hanno quasi mai una struttura regolare, dove il flusso di coscienza conta di più della mera successione di strofa e ritornello, e dove anche il più piccolo dettaglio in sede di arrangiamento può fare la differenza.
Parlerà due volte, Ben Howard, nel corso delle quasi due ore di spettacolo con cui delizierà il pubblico. La prima è all’inizio, prima ancora di attaccare: ringrazia per averlo voluto lì, dice che è la prima volta che suona in Italia e che verranno suonate parecchie canzoni nuove. “Immagino che vi mancheranno un po’ i vecchi brani e mi dispiace, ma d’altronde questo è quello che sono ora.”. Perfettamente in linea con il personaggio e perfettamente condivisibile: “Noonday Dream” è indiscutibilmente superiore a tutto quanto da lui pubblicato finora, mi sembra il minimo che non veda l’ora di farcelo ascoltare.

In realtà si parte con un pezzo ancora più nuovo. Un brano sconosciuto, col solo Howard alla chitarra, seduto a centro palco, e la tastiera che lavora con gli effetti, a creare un leggero tappeto di feedback. Lo sta suonando da inizio tour e lui stesso nelle setlist lo contrassegna come “Untitled”. Il ritornello dice: “The definition of futility it’s what you sayanyway”. Versi potenti, come del resto lui ne ha sempre scritti, all’interno di un brano enigmatico e altamente suggestivo. Speriamo di sentirlo presto in versione studio.
La band, che è già sul palco, sprigiona tutto il suo potenziale subito dopo, quando Ben, senza nessuna pausa, si lancia in “The Defiance”. Il suono è pieno, ricco di sfumature, con le due batterie che danno potenza, gli archi e le tastiere che si fondono alla perfezione, creando un tappeto funzionale al lavoro delle chitarre.
Le sfumature sono varie, con passaggi acustici ed altri al confine con la psichedelia, fino ad arrivare a code strumentali diluite dove è forte la componente elettronica.

Uno spettacolo difficile, dove occorre concentrazione per poter cogliere ogni dettaglio ma dove anche, una volta entrati, è difficilissimo uscire. Molti i riferimenti tirati in ballo, dal Glen Hansard di “Someone in the Doorway”, al James Blake di “Murmurations”, a Bon Iver, evocato nel vocoder che caratterizza fortemente “Towing the Line”.
La scaletta prevede, come annunciato, parecchi pezzi del nuovo disco, tutti resi magnificamente, anche se dovendo scegliere, direi che “A Boat to an Island On the Wall” e “NicaLibres at Dusk” risultano a conti fatti gli episodi migliori. La band, come detto, è magnifica, e il fatto di sviluppare i finali diluendoli in code affascinanti risulta un fattore di arricchimento rispetto alle versioni in studio.
Nel finale arriva anche qualcosa da “I Forget Where We Were”, con la fisiologica considerazione che i brani di quel disco sono quelli che il pubblico conosce di più e che si aspettava maggiormente. La title track è splendidamente malinconica, con le sue tessiture acustiche e l’esecuzione quasi in solitaria da parte di Howard. E anche il classico “Small Things”, in una versione leggermente più elettrica che nell’originale, scalda i cuori a dovere.
I bis sono introdotti da un Ben Howard che diventa insolitamente ciarliero e che col suo strettissimo accento British scambia col pubblico qualche battuta a proposito del non aver mai comprato una Ford. Tutti ridono e capisco che forse sono io che mi sono perso qualcosa nel frattempo…

A seguire, gli applausi più entusiasti della serata sono riservati a “Promise”, che scompare letteralmente di fronte al repertorio attuale ma che è più che comprensibile sia così amata dai fan della prima ora. Molto bella anche “Conrad”, rimessa in scaletta dopo qualche tempo e, mio malgrado, subentrata a “Rivers in your Mouth”, che è uno dei miei pezzi preferiti.
E non poteva esserci chiusura migliore di “End of the Affair”: esecuzione monumentale, col contrasto tra la prima parte, acustica e compassata e la seconda, lisergica e tirata avanti quasi all’infinito. Tutto questo, mentre il temporale si allontanava definitivamente ma i lampi continuavano ad illuminare il lago di Garda.
Concerto strepitoso. Lo rivedremo ad ottobre al Fabrique di Milano; mancherà il valore aggiunto della location ma chi se lo è perso qui deve assolutamente rimediare: questo artista non è più una scommessa ormai, vale la pena tenerselo stretto.

 

 

 

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