“Perché non sali il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia?”

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Articolo di Simone Santi

[se volete sapere perché un’altra rubrica che tratta di letteratura, vi invito a leggerne l’introduzione]

Da qualche tempo ormai stiamo assistendo ad un ritorno di interesse nei confronti della figura di Dante e, più nello specifico, per la sua opera universalmente più conosciuta e riconosciuta, la Comedìa che una tradizione già a partire dal Boccaccio ha tenuto a definire per la sua sublimità Divina. In particolare negli ultimi anni è stato un fiorire di letture pubbliche e commentate non solo nei contesti canonici e ufficiali della cultura e del sapere accademico, ma già nei circoli e nelle piazze,a rivolgersi al pubblico più vasto ed eterogeneo dei non esperti e dei curiosi.

A determinare un tale risalto ha sensibilmente contribuito il lavoro di personaggi del mondo dello spettacolo i quali, poggiando sulla propria notorietà, hanno dato vita a veri e propri eventi che hanno conseguito il risultato di riavvicinare a una più ampia generalità di ascoltatori (e tra loro, perché non sperarlo, anche qualche lettore) di un autore che altrimenti condividerebbe il destino di tanti altri ormai vaghi e fievoli ricordi scolastici.

In verità l’interesse e l’approfondimento riguardo a Dante nel corso dei secoli non hanno conosciuto interruzioni; le diverse letture e i commenti alla sua Opera hanno prodotto una molteplicità di prospettive e di approcci, da quelli storicamente e filologicamente più rigorosi fino alle interpretazioni più eterodosse: commenti orientati secondo modelli retorico-stilistici, altri più interessati agli aspetti politici ed etico-sociali piuttosto che ai manierismi amorosi stilnovistici, fino alle interpretazioni più o meno fondate secondo chiavi di tipo esoterico.

Muovendo da queste premesse, può sembrare un tentativo non facile pensare a una nuova lettura di Dante che sappia rifuggire i rischi del “già detto”. La scommessa riuscita della scrittrice Merika Rossetti è stata quella di offrire la possibilità di avvicinarsi a Dante uomo e poeta compiendo una lettura “da vicino”, intima e quasi confidenziale dell’incipit Comedìa.

Lo scorso 14 giugno si è svolta la prima delle tre serate-evento del Caffè Letterario organizzato da e presso la Torrefazione Lady Café di San Secondo Parmense, che hanno ospitato le letture dantesche eseguite e commentate dalla scrittrice bussetana Merika Rossetti; questa e altre consimili sono periodiche occasioni attraverso cui i titolari della torrefazione, Nicoletta e Massimo, promuovono e condividono la passione per il proprio lavoro nel modo più coraggioso e meritorio, aprendo la loro “casa” alla cultura. In questo primo incontro Merika ci ha introdotti al suo breve excursuus nell’Inferno di Dante attraverso la lettura e il commento del canto I.

“Commento” non è una semplice costruzione di parole su di un argomento scelto. “Cum-mentis” etimologicamente è qualcosa che ha a che fare con la memoria e con il pensiero, affinché l’esposizione non divenga un “cum-mentior”, un vano mentire. Così, per rifuggire il pericolo di allontanarsi dal “vero” che si corre ogni qualvolta ci si affidi a una qualche ermeneutica, Merika ci riavvicina alla verità di Dante, che è uomo del suo tempo e poeta per ogni tempo, accompagnandoci così ad ascoltare le parole del poeta senza porci nella prospettiva “altra” di qualcuno che ci spieghi il significato che egli stesso ne attribuisce. Per tale via, attraverso la lettura e la voce di Merika, capace di appassionarci in prima istanza al filo di una narrazione, sono le parole stesse a risuonare al nostro ascolto secondo l’intenzione dell’autore, e secondo la sua stra-ordinaria condizione personale e lo svolgersi della sua vicenda umana e spirituale.

Rifacendoci all’etimologia del nome, e con essa all’antica sapienza del nomen omen secondo cui nel “nome” già è prefigurato il destino di ciascuno, riscopriamo così che Dante era il diminutivo di Durante; e allora come non riconoscere in questo participio presente la promessa della fama che di lui si sarebbe dispiegata nel tempo?

Se nel suo nome personale riconosciamo un destino che si svela attraverso un’attribuzione di carattere temporale, nell’etimologia del paterno Alighiero, che una già antica tradizione vuole derivare dal latino “aliger”, “portatore di ali”, vediamo invece annunciarsi in una immagine di tipo spaziale il “luogo” nel quale dovrà compiersi la sua speciale vocazione alla scrittura: Dante è chiamato a conoscere in primis, e conseguentemente a scrivere (“di quella materia ond’io son fatto scriba”), il mistero dello “scendere” e del “risalire”, come egli stesso scrive “in pro del mondo che mal vive”, muovendosi lungo la verticalità di quell’asse che collega la terra e il cielo.

Al principio di questo “altro viaggio”, cui egli è chiamato come pellegrino nell’al di là, il primo canto dell’Inferno ci immette da subito nel “dove” della vicenda, in quella selva che certamente è perdizione (“che poco è più morte”) ma non già dannazione. Tanto che la scena si apre col poeta che, lasciata finalmente alle proprie spalle la selva, giunge ai piedi di un collegrazie al quale potrebbe ora riprendere la salita:illuminato dai raggi del sole, immagine della luce divina e di una ritrovata consapevolezza, egli può riavviare altresì il “cum-mentis” riguardo alla propria vita, dopo la colpevole dimenticanza dei passi che quasi fatalmente lo hanno condotto su una via menzognera fino a giungere “in sì basso loco”.

Già in queste prime terzine Dante introduce nella sua ambivalenza fenomenica e semantica un elemento che sarà decisivo nello sviluppo successivo dell’opera, il motivo del “sonno”. “Sonno” è il termine col quale il poeta definisce il suo stato precedente di inconsapevolezza che lo aveva portato fuori dalla diritta via, fino a smarrirsi nella selva che è vita che cresce senz’ordine né misura ed è resa oscura dal fitto intreccio dei rami, tale da non consentire più ai raggi della ragione e ancor meno a quelli dello spirito di filtrare e impedendo così la facoltà di vedere e discernere per il proprio bene. Ma il “sonno”, qui come in altri momenti nei quali in Dante si producono analoghi stati di questo carismatico “deliquio”, diviene il luogo del sogno profetico, della visione e dell’esperienza carismatica, come similmente viene tramandato, pur nella diversità delle esperienze e dei simboli religiosi,  nei resoconti e nelle testimonianze riferite a tante culture e tradizioni. Ed è proprio l’offerta di una particolare “visione” a risolvere l’impasse che lo trattiene prigioniero nella selva.

Al momento di avviarsi lungo la salita del colle, a Dante si oppongono in successione le figure di tre terribili fiere, le quali suscitano in lui un sentimento di terrore e un turbamento tanto profondi da fargli perdere la speranza dell’altezza. E’ allora che giunge la figura di Virgilio, con la promessa della sua guida e di un viaggio nell’al di là per la salvezza dell’anima di Dante e, attraverso la sua scrittura, in pro del mondo che mal vive.

Anche in questo episodio si può cogliere un insegnamento sapienziale, benché abilmente e giustamente nascosto. Nel momento di massima difficoltà di Dante, Virgilio compare dinanzi a lui come una figura certa: la Guida, spirito ormai disincarnato, si mostra come un’ombra fioca tra le ombre della selva, che solo la speciale “visione” del poeta rende intelligibile ai suoi occhi e solo in un secondo momento riconoscibile. Come ci insegnano anche innumerevoli altre fonti, noi viviamo immersi in un mondo pieno di segni; addirittura ogni cosa e ogni evento del mondo umano così come del mondo naturale può costituire per noi un segno, a patto che sappiamo riconoscerlo e interrogarlo “cum-mentis” e farne da ombra fioca una guida certa.

E qual è il primo insegnamento che la nuova guida suggerisce a Dante? Che quelle tre fiere, che tanto lo hanno terrorizzato e ancora gli impediscono di passare, non se ne andranno. Non esistono scappatoie né scorciatoie. Per risalire occorre prima scendere e conoscere la parte “bassa” di noi,sporcarsi le mani con le nostre parti meno edificanti. Solo dopo che sarà stato conosciuto il male, si potrà tornare a rivedere le stelle. E’ un cammino iniziatico, di compimento dentro la vita di sé attraverso i diversi stadi e stati che compongono il nostro essere. Questo è il mistero dello scendere e del risalire, che insieme a Dante e anche grazie alla conoscenza della sua poesia ci fa diventare “Alighieri”. Portatori di ali.

 

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