Alejandro Escovedo

Articolo di Andrea Furlan immagini sonore di Stefania D’Egidio

Elegantissimo, vestito di tutto punto con un filo di stravaganza, giacca di ottimo taglio, camicia bordò e foulard, jeans attillati, stivaloni e cappello: si presenta così Alejandro Escovedo all’appuntamento con la prima data del tour europeo (unica in Italia) che promuove The Crossing, album uscito proprio in questi giorni, un concept sul tema dell’immigrazione e della speranza tradita da una terra, l’America di oggi, che nella realtà si rivela una promessa mancata.

Antonio Gramentieri – Don Antonio

“Qualcuno va a nord, qualcuno a sud
Forse a est, qualcuno resta fuori
Qualcuno è ricco, qualcuno è povero
Ma tutti devono salutare”

Non a caso il primo brano in scaletta è Wave, ripescato da A man under influence del 2001, che parla di chi è costretto a partire, diretto in altri luoghi, dove “il sole splende più luminoso e tutti hanno i capelli biondi”. L’introduzione è dedicata proprio alla sua famiglia che lui, nato in Texas da emigranti messicani, ricorda con orgoglio raccontando quanto sia stato importante il loro contributo a un paese che ora invece erige un muro di ignoranza e paura. L’attraversamento dei confini, il superamento delle barriere sia fisiche che mentali, è il tema della serata che ha il navigatore impostato sulle coordinate di un rock battagliero e affilato come una lama che non teme di scardinare i punti cardinali e rovesciare la carta geografica da nord a sud. Maestri in questo Antonio Gramentieri e i Don Antonio che accompagnano Escovedo sulla rotta che dalla bassa padana porta al border.

Gianni Perinelli – Don Antonio

Va naturalmente ai Don Antonio – non solo tour band ma presente anche alle registrazioni del disco – il compito di aprire le danze (è proprio il caso di dirlo). La serata è di quelle importanti perciò oltre al quartetto base composto da Antonio Gramentieri (chitarra), Francesco Valneri (sassofono), Denis Valentini (basso) e Matteo Monti (batteria) la formazione è arricchita dal sassofono di Gianni Perinelli e le tastiere di Nicola Peruch. Il loro set iniziale sono quaranta minuti affascinanti e divertenti in cui i nostri sfoggiano tutta la loro abilità di musicisti colti e preparati. Non lasciano niente di intentato in un rutilante alternarsi di sonorità e citazioni costruite intorno alla caleidoscopica chitarra di Gramentieri, autentico catalizzatore di suoni e cuoco sopraffino di una ricetta che amalgama passi latini, twist, liscio e western swing. Amorcantando, Soukana e Baballo gli episodi migliori da cui emana un forte aroma di musica sincera e appassionata che questa band di romagnoli scatenati sa rendere irresistibile.

Alejandro Escovedo

Scaldato a dovere dai Don Antonio, quando Escovedo sale sul palco il pubblico è pronto all’ovazione. Il rocker texano ha un grande carisma e una storia importante alle spalle: la prima ondata punk lo vede in prima fila con i Nuns per poi diventare una figura di spicco del nascente movimento alt-country con i Rank And File e i True Believers cui segue una fulgida carriera solista (non per niente nel 1998 viene definito dall’autorevole rivista No Depression artista della decade). Ho visto diverse volte Escovedo dal vivo, ma questa è stata un’esperienza impagabile. Il Biko è un club non molto ampio perciò ci si trova a distanza ravvicinata dagli artisti, una dimensione ideale quando hai di fronte una delle leggende della musica che ami. La partenza è a mille, dopo la già citata Wave è la volta di un terzetto di pezzi da The Crossing, Outlaw For You, Waiting For Me e Teenage Luggage in un corto circuito garage che attinge a piene mani al rock più stradaiolo e feroce. Come se non bastasse arriva un’altra concessione al passato dell’artista, Castanets (ancora dal disco del 2001), qui in versione tagliente e velocissima, puro punk rock da togliere il fiato. La tensione si stempera (si fa per dire) con Something Blue, ballata di ampio respiro che paga pegno al Dylan elettrico (l’intro con due colpi secchi di batteria ad anticipare l’entrata degli altri strumenti rievoca Like A Rolling Stone), ma è solo un attimo perché la furia di Sonica USA riporta direttamente alla New York di Stooges e MC5 (attenzione, perché nell’album Wayne Kramer è ospite nel brano). Un’altra chicca è Sensitive Boys (da Real Animal del 2008), scritta a quattro mani con Chuck Prophet (Green On Red), poi si sterza decisamente verso il border con Texas Is My Mother, ballata imbevuta di malinconia e romanticismo, intensa ed evocativa come non mai.

Denis Valentini – Don Antonio

Il finale è spettacolare: Always A Friend (ancora da Real Animal), stravolta, rivoltata e allungata, è il momento in cui la band dà il meglio di sé. Se prima il suono era compatto, massiccio, ora nel calderone entrano le tante influenze portate dai Don Antonio incastrandoci anche The Tracks Of My Tears (Smokey Robinson & The Miracles). Escovedo di questo brano ne va giustamente orgoglioso (quanto avrei voluto esserci quando lo ha suonato insieme a Bruce Springsteen), potrebbe essere la sua Rosalita da piazzare a fine concerto quando l’imperativo è far crollare il locale. Non è ancora finita, manca l’ultima staffilata, che arriva con la versione potente e tostissima di Rock’n’Roll (Lou Reed), senza sconti, senza prigionieri.

Alejandro Escovedo

Per una sera il Biko si è trasformato nel CBCG con il tramite di un Alejandro Escovedo ispiratissimo e il supporto fondamentale dei Don Antonio. Meglio non poteva andare, usciamo dal locale sfiniti e contenti, ci aspetta la notte e il ritorno a casa. È tardi e il giorno dopo si lavora. Ma chi se ne frega! Ancora una volta, il rock’n’roll ci ha salvato!

Alejandro Escovedo
Alejandro Escovedo
Matteo Monti – Don Antonio
Francesco Valnieri – Don Antonio

   

Nicola Peruch – Don Antonio
Alejandro Escovedo