Articolo di ElleBi immagini sonore di Leonardo Arrisi

È un sabato sera di quelli uggiosi, piovosi, che tendenzialmente mi mettono un po’ di malinconia, ma ugualmente, con entusiasmo, raggiungo il Teatro Verdi di Fiorenzuola d’Arda. La stagione si inaugura con un debutto in prima assoluta che stuzzica parecchio la mia curiosità, a cominciare dal titolo “30 per 100”. 30 sono le Variazioni Goldberg, capolavoro in musica di Johann Sebastian Bach, 100 sono i “romanzi fiume tutti della massima lunghezza di una pagina e mezza”, senza titolo, numerati in ordine consecutivo, che compongono Centuria del neo avanguardista Giorgio Manganelli.

Ammetto che non sono una cultrice bachiana e che non conosco questo scrittore, ma apprezzo particolarmente il talento artistico dei due protagonisti dello spettacolo: da una parte il maestro Ramin Bahrami, considerato uno dei maggiori interpreti del genio musicale tedesco, dall’altra il versatile Gioele Dix, attore, comico, regista teatrale e scrittore. Soprattutto mi attrae da sempre chi osa sperimentare, accostando mondi apparentemente lontani.

Così, mentre aspetto che le luci si spengano, mi chiedo: sarà possibile stabilire un linguaggio comune fra musica e letteratura che faccia delle reciproche differenze un punto da cui sviluppare sinergie, piuttosto che creare barriere? La risposta, a posteriori, è un convinto sì e con grande piacere ho riscontrato che ancora una volta è stato il fattore umano a fare la differenza. “Giocheremo con rispetto come con tutto ciò che si ama”, così si era espresso Dix in un’intervista e in effetti per tutto il tempo dal palco mi è arrivato un clima di complice leggerezza con scambio di simpatiche battute, e un appellarsi l’un l’altro “maestro” a dimostrazione di un’autentica, reciproca stima.

Come ho accennato sopra, quelle di Bach sono note che in genere non riesco a fare mie, ma stavolta la passione vibrante di chi le ha suonate ha compiuto un “piccolo miracolo”. Ipnotizzata, mi sono persa a seguire le evoluzioni tecniche di quelle dita che, agilissime, accarezzavano i tasti del pianoforte con un’incredibile grazia; grazia che, documentandomi, ho appreso essere densa di fatica (le variazioni sono state composte in origine con un clavicembalo a due tastiere utilizzando una complessa e rigorosa struttura matematico-ritmico-spirituale). Che dire di come il maestro ha riprodotto con il corpo, in perfetta sincronia, i movimenti della musica? Con un sorriso pacificato, ho esplorato il suo volto rapito da una beatitudine infinita, proprio come se nell’atto del suonare, il piano fosse diventato un prolungamento della sua essenza vitale. “Bach ti insegna l’equilibrio, la perfezione, ti fa vedere qualcosa di trascendente, ti avvicina all’idea del sublime”. Parole sentite più volte, ma di cui fino a stasera, con difficoltà, non avevo colto fino in fondo il senso. Questa musica celestiale all’inizio ha fatto da contrappunto, per arrivare progressivamente ad incontrare ed abbracciare, una serie di microstorie pubblicate nel 1979 ma che ancora oggi mostrano di essere rivoluzionarie sia nella forma che nella sostanza. Gioele non si è limitato a declamarle con tecnica perfetta, ma ci ha reso partecipi di quanto ami intensamente il mondo surreale descritto da Manganelli. Un universo fantastico in cui il paradosso, il “non senso”, abbinato al dono di una sintesi sottile, ironica e profonda, permettono di percepire, stupiti, la forza immutata dirompente e fulminante delle parole.

E così, fra l’altro, nell’ordine naturale delle cose:
– ho fatto la conoscenza di una “persona che non esiste”, e comprendere l’invidia che si può provare di fronte alla “disinvolta evasiva perfezione del nulla”
– ho scoperto quanto un uomo possa diventare appassionato dell’attesa al punto da farne un’arte, addirittura il capolavoro della sua esistenza
– ho provato una forte empatia per una donna che si dice vergine, ma ha partorito una sfera, della quale si prende grande cura ben attenta a non insegnarle nulla, al contrario cercando di imparare da lei.

In definitiva, è stato un nutrimento meno viscerale e più razionale quello che ho sperimentato con questo spettacolo, ma il bello in fondo è proprio questo: lasciarsi sempre guidare da quel “fanciullino” che ognuno, se ben guarda, può riconoscere dentro di sé, e grazie al quale può coltivare nuove domande, piuttosto che crogiolarsi in confortanti risposte già conosciute.