Intervista di Giovanni Carfì

Incontriamo Riccardo Onori a Milano, dopo un pomeriggio passato in radio, riesce a dedicarci una buona mezzora nella quale risponde a qualche domanda sul suo primo disco da solista; un debutto alquanto curioso, ma largamente giustificato, come ci racconta lui stesso nelle prossime righe.
Ci accoglie allo Spirit de Milan, durante le prove per la serata dei Rock Files di Ezio Guaitamacchi di Lifegate radio. Una chitarra folk, un po’ di umidità dovuta all’uggiosità milanese, e gli ultimi accordi divisi con un altro strumentista che imbocca un trombone con sordina, poco dopo sceglie e ci accomodiamo su un piccolo tavolo per parlare del suo disco.


Partiamo con una domanda forse banale, ma ci facciamo spiegare cosa si cela dietro il titolo del disco…
Sonoristan è una parola che indica una nazione inventata, ed è composta da un gioco di parole dove “Onori”, ne indica il cognome, mentre “stan”, è un suffisso utilizzato nei paesi mediorientali per indicare l’appartenenza di un popolo ad una nazione, citandoci Pakistan, Afghanistan, ovvero la nazione dei Paki, o degli Afghani, e da qui appunto Sonoristan, dove si nasconde anche “Sonori”, per ricollegarsi al suo mondo lavorativo d’appartenenza. Infatti bisogna ricordare che lavora e collabora da sempre, con artisti nazionali ed internazionali di medio/alto livello, tra cui Diaframma, Irene Grandi, Stefano Bollani, Jovanotti, Mike Patton e molti altri. E proprio le collaborazioni, sono state fondamentali, sia per la sua crescita musicale, sia per la realizzazione del disco.

La cosa che mi ha colpito, è il fatto che di solito chi pubblica un suo album, cerca di mettere in primo piano la sua persona, lasciando libero il proprio ego, invece in questo caso, più che un disco solista, ne hai fatto uno “collettivo”, come mai?
Per vendetta (dice scherzosamente), nei confronti di tutti gli artisti con cui ho collaborato, e che ora sono stati “obbligati” a ricambiare il favore. In realtà, ci racconta la volontà di non fare un disco autoreferenziale, in quanto non fa parte delle sue corde, preferisce stare in secondo piano, o meglio “essere un ingranaggio di una macchina”, in modo che tutto funzioni bene. Inoltre, ci svela che dalle collaborazioni, non viene mai fuori quello che ha in testa il singolo artista, ma si forma qualcosa di diverso, nato proprio dalla condivisione di idee, tra due o più persone.

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Passiamo poi all’immagine di questa nazione inventata, un luogo privo di confini e di passaporti, in forte contrasto con la realtà di oggi, come nasce quest’idea?
Parte proprio dalla chiusura verso quest’apertura di “integrazione”, in un momento storico come il nostro, sarebbe bello e utopico, se venissero abbattuti i confini, anche solo idealmente, in modo da porre tutti nelle stesse condizioni, alla fine il pianeta è di tutti. Nel disco ho cercato di dare il massimo d’apertura, anche nella collaborazione.

Da qui, ci colleghiamo ad un brano presente nell’album, che nasce proprio da una collaborazione fugace, ma perfetta; come è nata “Before we go” e quanto conta l’istinto e la fiducia nei propri collaboratori?
Nasce in modo quasi fortuito, approfittando della permanenza di un solo giorno in Italia di Hindi Zahra, dopo averle fatto ascoltare un giro armonico, ha scritto testo e melodia, ed è stata registrata in presa diretta, buona la prima. È nata sul momento, perché la stavamo suonando senza averla mai sentita prima, se non in quello stesso istante. Al termine è rimasta così, perché non sarebbe potuta venir fuori una performance migliore, nella quale è stata preservata la genuinità, ma soprattutto la freschezza che si può riscontrare in un’esibizione live.
Chiaro esempio di quanto sia importante e stimolante la collaborazione, dove ognuno si affida all’altro per poter produrre qualcosa di unico. Un momento magico che può succedere, nella musica così come nella vita.

Magia e mistero, anche parlando del brano Tamaditin, nato da una citazione di Mohammed Azizi. Potresti spiegarci cosa vuol dire: “suonare per l’eternità, mai solo per il presente”?
Partiamo da una curiosità di tipo sociologico, ovvero, in Africa, molti Tuareg non hanno idea della loro data di nascita, quindi non hanno i nostri stessi riferimenti, né tanto meno delle età specifiche raggiunte le quali, possono/devono fare qualcosa di più o meno importante. Non avendo un punto di inizio preciso, tutto ciò che fanno, avviene nel momento in cui sono pronti, non a seguito di convenzioni o obblighi particolari. Immedesimandosi in una situazione del genere, tutto cambia, anche lo stesso approccio con la musica; una volta preso lo strumento in mano, il tempo scorre in modo diverso, e anche il suonare viene fatto in maniera diversa, proprio perché danno un valore differente al tempo.
Forse ho incasinato di più il pensiero…

Ci racconta poi un altro retroscena, per farci capire come l’esperienza fatta suonando con musicisti africani sia stata costruttiva, proprio perché partono da concetti sociologici diversi dai nostri. Ci racconta di un altro musicista africano e di come, quando suona nei villaggi con il suo gruppo, la loro idea di “tempo”, il momento perfetto, viene raggiunto quando riescono a far ballare i cammelli, a coinvolgere quindi anche parte della natura, come può essere in questo caso, un animale che per loro ha una valenza altissima.

Tornando a cose più terrene, il motivo per il quale dopo tanti anni di attività, tu abbia deciso che era il momento giusto per un disco solista, a cosa è dovuto?
In realtà nasce da un concetto da esprimere, che prima di oggi non si era palesato, nonostante sia stato un pensiero spesso ricorrente, ho evitato di fare un disco senza aver qualcosa di concreto da raccontare. Anche perché lavorando con grandi artisti, e vedendo il loro processo creativo, impari molto, e allo stesso tempo hai un livello qualitativo di riferimento molto alto. Nonostante non sia un disco commerciale, avevo dei canoni da rispettare, e penso di esserci riuscito.

Rispetto alla situazione sociale degli ultimi anni, questa come ha influito sullo sviluppo musicale, c’è stato un giovamento grazie alla fruibilità di nuovi mondi sonori, o viaggiano su binari separati?
La musica ha sempre subito un giovamento portato dalle varie influenze, basti pensare a ciò che hanno apportato gli africani in America, e tutto ciò che ne è scaturito e che ancora oggi ci portiamo dietro. Un esempio attuale, è il caso di Ghali, che è tunisino, ma naturalizzato italiano, ed è riuscito ad esprimere la sua condizione di disagio, e lo ha fatto in maniera diversa, perché è riuscito ad assorbire dall’Italia una chiave di lettura molto personale, raccontando le cose dal punto di vista di una persona che ha dentro di se un doppio bagaglio culturale, sia tunisino, sia italiano, cosa che sarebbe stata impossibile per un italiano.

Ci confida poi, quanto consigliato da grandi musicisti conosciuti nel tempo; i quali gli hanno sempre raccomandato di non rinnegare mai le proprie origini. Sottolineando l’abitudine italiana di accantonare e forse vergognarsi anche un po’ del nostro patrimonio più classico della canzone italiana; per poi ritrovarlo nei gusti di moltissimi altri appassionati del bel canto, sparsi in giro per il mondo, e che difficilmente ti aspetteresti. Così come brasiliani che stravedono per Celentano, o fan di Alessandro Alessandroni, di cui tutti abbiamo sentito le opere, ma pochi sanno che era suo il nome dietro ai fischi delle migliori colonne sonore di Ennio Morricone, al servizio del compagno di scuola Sergio Leone, tanto per citare qualche nome.

E alla fine, così come siamo partiti dal nome dell’album, chiudiamo cercando di capire quale sia in realtà il vero filo conduttore capace di tenere/contenere insieme, dieci tracce così variegate tra loro.
Messa da parte la modestia, la risposta nella sua semplicità è quella più veritiera; il filo conduttore, è Riccardo Onori, che ha fatto da filtro a tutto questo. Un disco caleidoscopico, dove guardandovi all’interno troviamo delle immagini assolutamente originali, nonostante la semplicità dell’oggetto osservato. E proprio allo stesso modo, l’affrontare sonorità apparentemente lontane, ma facendolo con una consapevolezza di ciò che si è capaci di fare, senza timore o vergogna, perché consci e fiduciosi della propria dedizione/rispetto verso la musica, in quanto questa è stata capace tra le altre cose di farmi lavorare, pensare e crescere, un veicolo che mi ha permesso di riuscire a stare in mezzo alle persone.