Live report ed immagini sonore di Elisabeth Petrone

E’ fine novembre e il freddo comincia a essere pungente, cappotto e mantella sembri non bastino a scaldarmi nel tragitto verso il Blue Note, pochi metri e finalmente entrerò al calduccio. Vedo l’insegna luminosa e visi in attesa di entrare, un uomo vestito di scuro con un cappellino nero e visiera mi accenna uno sguardo. Si accende un piccolo barlume, che tengo per me “Ma è lui? E’ Stanley Clarke?”

Apro l’ingresso massiccio, se venissi qui tutte le sere avrei il bicipite destro ben scolpito per l’energia che richiede aprire questo portone, chiedo l’accredito e resto in attesa, anzi in ansia, perché il ragazzo mi dice che non risulto tra gli accreditati. Nooooooo, proprio Stanley Clarke no, nel frattempo alle mie spalle si dischiude la porta.
Entra lui, la calma e la normalità con cui si pone questo grande musicista mi sorprende, un’umiltà alla quale molti artisti italiani non ci hanno abituati, eppure è uno dei bassisti jazz più influenti, ha vinto anche diversi premi.
Accredito concesso, yuppieee. Stanley Clarke si è diretto verso i camerini e io mi dirigo verso il palco cercando di scaldarmi, curiosa di ascoltare la presentazione del nuovo album “The message”.
Solo a vedere il palco lo sguardo si fa largo, un piano e una tastiera, una serie di tabla su un palchetto rialzato, uhmmm interessante.


Il Blue Note è pieno, noto coppie che cenano scambiandosi messaggi con uno sguardo, una carezza, altri sono intenti ad interagire col cellulare.
Il pubblico è in trepidazione, appassionati e musicisti parlano tra loro del disco che Stanley Clarke ha pubblicato recentemente con Victor Wooten e Marcus Miller; “The message” è proprio il titolo dell’album che presenterà la celebrità americana accompagnato da una giovane band, quale messaggio ci riserverà?
Il tempo del passaggio di questo pensiero, come quando con un cenno della mano chiami un taxi in corsa che non si ferma, e i miei occhi si posano sui faretti del soffitto del Blue Note.
Mi accorgo che uno è spento, fulminato, ma come con un fulmine, appunto, appare “lui” e riporta all’istante la luce più luminosa.


Parte un applauso difficile da trattenere, folcloristica la band: Clarke indossa una semplice maglietta blue e jeans, alle tabla indiane un musicista è vestito come un guru. Sono davvero tutti giovani i componenti del gruppo che lo accompagna, ma il più giovane sembra proprio lui, lo sguardo è vivace, con un sorriso limpido si diverte a fare le boccacce a me e a un’altra amica fotografa.
Gioventù goduta, dove l’unica cosa che brucia sono le dita sugli strumenti accendendo focolari in chi li ascolta.
Clarke introduce la serata suonando il contrabasso, accogliendolo in un abbraccio sicuro, deciso e allo stesso tempo delicato.
Il leader è sicuramente lui ma lascia che la sua band rimanga in primo piano, proprio come nella foto dell’album, lasciando spazi per assoli di batteria e tabla sui quali le mani battono così appassionatamente che sento quasi bruciare le mie a guardarle.


La presentazione dell’album “The message” rivela un concerto poliedrico, dove diversi generi si incontrano e si contaminano, fra jazz, funk e fusion.
Clarke si diverte come un matto. A guardare da fuori lui e gli altri componenti suonare sembra tutto così semplice, mentre dietro, in realtà, oltre alla passione, c’è mestiere e rispetto per la musica.
Le note scorrono su un tributo a Chuck Berry, ad Al Jarreau… ma è quando Clarke prende in mano il basso e comincia a sleppare che do di matto io.
Adoro quando viene suonato il basso in questo modo, con il pollice che sembra dare un colpo di grazia e la batteria che lo accompagna rinforzando la parte ritmica dei pezzi.

Clarke e la sua band tracciano uno stile eclettico e come bambini sono allegri, distesi, spensierati, forse è questo il messaggio che Stanley Clarke vuole mandare: lasciarsi andare, lasciare che lo spirito sia quello che sia, lasciare che non invecchi mai, che sia giovane e gioviale. Le nubi, la pioggia e il vento che la vita ci riserva siano fonte di creatività e non un limite, non disperare, quindi, ma continuare a creare. Trasmettere tracce indelebili, recuperare memorie preziose come lui con il suo gruppo ha fatto, lavorando all’ album e anche realizzando questo concerto col quale ha reso un sentito omaggio agli artisti citati prima.
Faccio mie queste intense sensazioni  e così, con profondo piacere, mi nutro di questi colpi di grazia, questi suoni battenti, che mantengono in vita anche spiriti come il mio, trepidante e latente.

Stanley Clarke Band