Articolo di Walter Muto e fotografie di Massimo Forchino e Laura Aduso

rhiannon-giddens-folk-club-foto-di-massimo-forchinoMi sono imbattuto per la prima volta – come spesso accade, per la segnalazione di un amico – in Rhiannon Giddens all’uscita del progetto Lost on the River: The New Basement Tapes. Nel 2014 al grande produttore statunitense T-Bone Burnett viene recapitata una scatola con un certo numero di testi di Bob Dylan, scritti nel 1967 e mai completati. Burnett propone ad una agguerrita schiera di artisti folk-rock di comporre la musica e registrare insieme – in un periodo di 15 giorni – le canzoni risultanti da questo lavoro. Fra gli altri coinvolti nel progetto c’erano Elvis Costello, Marcus Mumford e per l’appunto Rhiannon Giddens. Dagli studi della Capitol Records ad Hollywood passò per una ospitata anche Johnny Depp. All’uscita dell’album rimasi assolutamente stregato da una delle canzoni interpretate da questa straordinaria artista, reperibile qui, nell’unica sessione di registrazione impiegata per realizzarla.

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Prima di allora, per la verità, la Giddens aveva già avuto un importante riconoscimento, vincendo con la sua band Carolina Chocolate Drops un Grammy Award per il Best Traditional Folk Album, nel 2011, alla 53esima edizione della manifestazione. Il titolo di quell’album, Genuine Negro Jig, dice tantissimo del mondo cui l’artista fa riferimento. Figlia di padre bianco e madre metà native-american e metà afro-american, riassume oltre che nei tratti del suo bel volto, anche nelle sue radici tutte le anime del continente nordamericano, in particolare la negro culture, cioè la matrice profonda del blues, ma anche del gospel ed in qualche modo del jazz.

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Foto di Laura Aduso

Ma non possiamo spingerci troppo in là, ed entriamo (o meglio scendiamo) nella gloriosa sala del Folk Club a Torino, nella quale l’abilità degli organizzatori, nel trentesimo anno di attività, è riuscita ad organizzare il primo (ed unico al momento) concerto italiano dell’artista. Sul palco un certo numero di strumenti: l’occhio cade per primo su un banjo, ma fretless – senza tasti – e con corde di budello, lo strumento che la Giddens userà di più accompagnando la sua voce. Spiegherà durante il concerto che è una copia del banjo della metà dell’800 usato nei minstrel show, prima forma teatral-musicale interamente statunitense, nata negli anni ’30 dell’ottocento, in cui i neri venivano spesso rappresentati in maniera stereotipata e spesso offensiva, ma che fece in modo di porre la loro musica all’attenzione di tutta la popolazione. Insieme al banjo, uno strumento ad arco (scopriremo più tardi essere un baritone violin, dal suono fascinoso e profondo) ed una serie di tamburelli, ma anche un piano a coda ed una fisarmonica. Il partner musicale di Rhiannon stasera è Francesco Turrisi, polistrumentista italiano ma stabilitosi in Irlanda, che si alternerà fra percussioni e tastiere. Vi rimando alla bella scheda preparata dal Folk Club per altre informazioni biografiche ed artistiche sugli artisti, che risulterebbe lungo e parziale cercare di riassumere qui.

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Foto di Laura Aduso

Prima di continuare con qualche nota sul – diciamo subito – bellissimo ed intensissimo concerto, devo fare un mea culpa: non ho preso appunti in tempo reale, il posto in piedi e la ressa non lo avrebbero consentito. Fatto sta che il concerto inizia ed è subito magia. Durante la serata ognuno degli attenti spettatori intraprenderà un viaggio che lo porterà dagli Stati Uniti all’Irlanda, al Medio Oriente, passando per la Puglia e l’Africa. Un esempio minimalista ed al tempo stesso ricchissimo e cangiante della cosiddetta World Music, in cui al traditional anglo-gospel Wayfaring Stranger si alternano scatenati reels irlandesi, e a canzoni originali della Giddens si sussegue una pizzica pugliese, imparata in dialetto per l’occasione. All’interno dell’affascinante viaggio fra fiddle, banjo, fisarmonica e tamburi a cornice (alcuni italiani, altri provenienti dal Medio Oriente) ci stanno due bei brani originali eseguiti al pianoforte da Turrisi, che oltre a mostrarsi eccellente pianista – rivelerà poi essere stato il pianoforte il suo primo strumento – svela composizioni in grado di mescolare il linguaggio jazz con dei fraseggi barocchi e delle avvolgenti armonie a sostenere i molti spunti melodici. Particolare menzione per un brano affidato a voce e tamburello, una sorta di via di mezzo fra lo scat jazzistico, lo yodeling dei monti Appalachi e un jig Irlandese, virtuosismo vocale assoluto in una progressiva velocizzazione del ritmo. Potete avere un’idea di questo brano nei 5 minuti finali di questa esecuzione di qualche tempo fa, al Towne Crier Cafe di Beacon, nello stato di New York. Come bis i due propongono una versione voce e pianoforte di E se domani, cantata peraltro in un italiano quasi perfetto, chicca finale di un concerto estremamente alto e intenso.

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Foto di Laura Aduso

Che dire? Speriamo in un ritorno di questi artisti sui nostri palcoscenici; merce rara di questi tempi, che però va sempre ricercata, come ogni espressione musicale in grado di arricchire le nostre orecchie ed il nostro cuore.