Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Andrea Furlan

Dylan Baldi non sta benissimo, mi dicono che ha cancellato un’intervista e che ha passato le ore precedenti allo show tranquillo nel backstage per evitare di peggiorare la situazione; cosa che, data la fitta schedule di quei giorni, sarebbe stata piuttosto problematica.

Quando i quattro di Cleveland salgono sul palco, tuttavia, sembra essersi ripreso piuttosto bene. Certo, salta a piè pari On the Edge, l’opener del nuovo disco e la cosa fa pensare a difficoltà vocali (in effetti è tiratissima, iniziare così avrebbe voluto esaurire tutte le energie in tre minuti!), visto che in tutto questo tour lo stanno suonando dall’inizio alla fine e anche questa sera faranno uguale. La voce inoltre appare più roca del solito, a tratti affaticata. Al di là di questo, però, le cose funzionano benissimo. Tj Duke, Jayson Gerycz e Chris Brown sono in forma e supportano alla grande Baldi nel dare forma alla devastazione sonora che per un’oretta abbondante investirà l’Ohibò.

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Locale che, è bello dirlo, risulta imballato come non mai: la serata ha fatto registrare un sold out senza compromessi e la lunga coda che si dipana all’entrata contiene anche un bel po’ di gente che spera di rimediare un biglietto all’ultimo. Un bel risultato, per una band che comunque farà altre due date in Italia (Roma e Bologna) nei giorni successivi. Ha pesato senza dubbio il lungo periodo di assenza dal nostro paese, considerando che il loro ultimo passaggio risale al 2014 e che il tour di Life Without Sound ci aveva clamorosamente snobbato.

C’entra però anche l’altissima qualità dell’ultimo Last Building Burning: un ritorno alla rabbia e alla velocità, dopo le riflessioni contemplative del precedente. Un disco forse più grezzo dei capolavori Attack On Memory e Here and Nowhere Else, radicalmente più violento (forse il più violento della loro carriera), anche sul piano dei testi presenta una qualche mutazione, visto che Baldi ha in parte abbandonato le riflessioni generazionali per gettare uno sguardo sul mondo, in particolare sulla progressiva gentrificazione della sua Cleveland, oltre che sulle inquietudini dell’era Trump.

cloud-nothings-circolo-ohibò-foto-di-andrea-furlanSicuramente sono una band che bada al sodo: si presentano vestiti in maniera anonima e anche piuttosto brutta (Dylan è tremendo, con una felpa anni ’80 azzurra simile ad alcune che avevo io da bambino ed un cappellino da baseball), sul palco si muovono poco o nulla, limitandosi ad interagire coi loro strumenti. L’effetto però è pazzesco. La prima parte dello show, con le canzoni del nuovo disco, è letteralmente devastante, con le varie In Shame, Offer An End, The Echo of the World sparate a mille e l’apice assoluto raggiunto con Dissolution, che sacrifica la forma canzone a favore di una lunga ed ipnotica drony jam nella sua parte centrale; un punto in cui si rifiata ma allo stesso tempo ci si immerge totalmente nel lato più impressionistico e, probabilmente, più efficace di questa band.

Il posto è pieno da scoppiare, la visibilità in molti punti è limitata, trovare un angolo decente per vedere qualcosa, per me che non sono arrivato tra i primi, non è semplice. Il pubblico partecipa tantissimo: sono in molti quelli che cantano, saltano impazziti e nel finale si scatena pure quel pogo furibondo che l’imballaggio eccessivo della venue non hanno probabilmente permesso.

Si capisce che questo è un gruppo amato, che ha un seguito fedele e che quelli che sono venuti qui non l’hanno fatto certo perché spinti da semplice curiosità.

cloud-nothings-circolo-ohibò-foto-di-andrea-furlanLa seconda parte presenta una selezione concisa del vecchio repertorio, anche se non si andrà mai più in là di Attack On Memory, trascurando quindi del tutto i primissimi lavori. È una fase meno tesa dello spettacolo, sempre molto aggressiva a livello di suoni, ma dove compaiono già più ritornelli cantabili e melodie definite (Baldi è sempre stato un fenomeno da questo punto di vista, unire l’elemento cantautorale alla violenza tipica del Garage Rock e dell’Emocore è senza dubbio il punto di forza della sua band): è il caso soprattutto di Modern Act e di Enter Entirely, estratti da Life Without Sound ma anche Stay Useless e I’m Not Part of Me hanno rappresentato dei bei momenti.

Temevamo che non sarebbero usciti per i bis, in modo da preserverei per la data successiva, ma le invocazioni dei presenti sono state talmente insistenti che non avrebbero potuto in alcun modo rifiutare. “Non parlo italiano ma One more song l’ho sentito anch’io!” ha scherzato Dylan in quella che è di fatto l’unica frase pronunciata nel corso del concerto.

cloud-nothings-circolo-ohibò-foto-di-andrea-furlanCome da programma, sono i dieci minuti abbondanti di Wasted Days a chiudere: un brano anthemico, con una parte centrale da brividi, una lunga Jam dove drone e psichedelia convivono con naturalezza, in un crescendo inarrestabile che sfocia nell’esplosione finale. In dieci minuti, il perché oggi i Cloud Nothings possono senza dubbio essere considerati il gruppo “con le chitarre” (fa strano dire così ma definirli “rock” mi sembra fuorviante) più importante di questi anni ’10.

Li aspettiamo al prossimo giro, visto che hanno detto di avere un disco già in lavorazione. Probabilmente però sarà il solista di Dylan Baldi, ad arrivare per primo. In ogni caso non ci lasceranno con le mani in mano.

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