I N T E R V I S T A


Articolo di Eleonora Montesanti

Uno dei fenomeni musicali e sociologici che nell’ultimo periodo ho trovato più interessanti è quello di The André, l’artista “senza volto” che interpreta e traduce le più famosi canzoni trap come se fosse Fabrizio De André.
Il suo è un esperimento che unisce due mondi lontanissimi, eppure per qualche strana ragione funziona. Così tanto da farlo arrivare a pubblicare il suo primo disco. Spinta dalla curiosità della sua opera ho deciso di fare una chiacchierata con lui, soprattutto per cercare di scoprire quali fossero lo scopo e il motore di questo progetto così bizzarro, ma allo stesso tempo anche assolutamente geniale.

Se non lo conoscete, prima di leggere l’intervista vi consiglio di cominciare da qui:

In che modo è cominciato il percorso di The Andrè? Credevi che saresti arrivato a pubblicare un disco?

Io e un mio amico ci mandavamo dei vocali whatsapp in cui imitavamo la voce e lo stile  di de André su testi di altri cantautori. Poi siamo passati al rap e infine alla trap. Quando ho deciso di pubblicare quei vocali su youtube pensavo di divertire un gruppetto di persone, di sicuro non il riscontro che ho avuto o addirittura di pubblicare un disco nemmeno un anno dopo.

All’inizio, qual era il tuo legame umano e artistico con Fabrizio De André? E che opinione avevi della trap?

Ero e sono tuttora un grandissimo estimatore: compulsavo tanto i suoi dischi da avere bisogno ogni tanto di periodi di scarico. La trap l’ho incontrata per caso. La conoscevo poco ma mi destabilizzava e devo dire che, giudicandola solo dai testi, mi sembrava incredibile che qualcuno potesse anche solo pensare di cantarla.

Ora, invece, dopo la pubblicazione di un disco, hai scoperto se, fra due mondi che sembrano agli antipodi, c’è qualcosa di importante in comune?

Io avevo fatto delle cover dei testi più conosciuti ed estremi del panorama trap. Ci sono altre canzoni e altri artisti che secondo me sono decisamente più maturi e riescono a utilizzare il genere per esprimere contenuti meno superficiali del successo per il successo.

De André è l’artista italiano intoccabile per eccellenza. A monte, hai corso un bel rischio. Eppure, le canzoni che hai interpretato con la sua voce sono così lontane e dissacranti da essere vicine e credibili. Insomma, è un po’ come se Faber riuscisse a nobilitare la trap (e non quest’ultima ad abbatterlo). Era questo il tuo scopo?

Il mio scopo all’inizio era solo mostrare il divario (in bene in male) fra De André e quello che oggi viene considerato il cantautorato moderno. Di sicuro non volevo abbatterlo.

C’è un discorso più ampio che riguarda l’interpretazione deandreiana: lui era in grado di rendere tutto autobiografico (vedi Hotel Supramonte, scritta da Bubola, ma legata indissolubilmente a De André). Cos’è un testo di De André senza la sua voce? E invece un testo altrui con la sua voce?

De André evoca automaticamente tutta una serie di reminiscenze e di sottotesti, perciò è difficile separare la sua vocalità dalla sua personalità artistica. Per questo la mia operazione ha avuto un effetto tanto straniante e per questo diversi testi scritti da De André per altri non hanno lo stesso impatto, a mio parere.

Hai scelto di non svelare la tua identità. Dietro a questa scelta, io vedo l’espressione del fatto che tu voglia semplicemente essere un tramite, uno strumento che unisce due mondi. È così? Oppure semplicemente ti piace essere misterioso?

Non sono un cultore del mistero, il mio nascondermi è più un non mostrare troppo, un modo di mantenere la suggestione. Nonostante possa sembrare naif, mi piacerebbe che si prestasse più attenzione alla musica e ai testi, lasciando da parte l’esecutore.

Ultimamente, oltre a reinterpretare i testi trap, c’è stato una sorta di upgrade: ti sei messo anche a tradurne alcuni dalla trap in “deandreese”. Di fatto, dunque, sei anche un autore e compositore. Avevi mai scritto altri testi prima d’ora? Ti piace farlo?

Come tutti gli adolescenti, ho cominciato a farlo imitando i miei artisti preferiti, ma senza velleità artistiche. L’idea della traduzione è venuta spontaneamente cercando di ricantare un testo di Young Signorino. Certo De André non avrebbe mia detto “Calale calale calale”: così ho deciso che oltre alla musica anche il testo andava riscritto, e visto che la cosa mi piaceva l’ho fatto anche con altre canzoni. Si tratta praticamente di inediti che però conservano un legamo vago con un’altra canzone.

Di sicuro il progetto di The André ha aiutato le generazioni meno giovani ad approcciarsi a un genere musicale che sembra intraducibile e che si trova sicuramente lontano anni luce dai loro gusti. Personalmente mi hai aiutata a cercare di comprenderlo. Credi che possa funzionare anche al contrario e portare chi ascolta i trapper a scoprire il vero mondo di De André?

Era una delle mie grandi speranze quando il progetto ha cominciato a diventare qualcosa di più che un gioco e mi hanno riportato che in qualche caso è successo.

Quali credi sarebbe l’opinione di De André su questo tuo progetto bizzarro?

Credo che lo liquiderebbe con una risata se fosse di buonumore o una bestemmia in caso contrario.

Canzone di De Andrè preferita?

Amico fragile.

Canzone trap preferita?

Fumo bianco di Chadia.

Come vedi il futuro di The André? Hai nuove idee per il tuo ruolo di intermediario fra generazioni musicali?

Per il momento porterò in giro le canzoni del mio disco, sperando che vengano altrettanto apprezzate. Tra fine marzo e inizio aprile passerò fra Alessandria, Milano e Roma. Spero di continuare a evolvermi come ho fatto fino ad ora.