L I V E – R E P O R T


Articolo di Fabio Baietti fotografie di Vittorio Puglia

Quale misteriosa energia si nasconde nel cuore e nell’anima di un Artista che sembra suonare, ogni volta che lo vedi sul palco, il suo ultimo concerto? Quanti sogni, quante ferite, quante resurrezioni vuole ancora condividere, lasciandoci inebetiti di emozioni, per la sincerità senza filtri con cui le porge al suo pubblico? Michael McDermott continua a combattere i fantasmi che si frappongono sul suo cammino con l’ardore tipico del fighter “irish”, attitudine che ben si evidenzia in una produzione discografica tornata, qualitativamente, molto vicino a quella degli esordi e che trova sublimazione assoluta nei suoi live sets.

Da qualche anno, il musicista di Chicago è tornato a frequentare periodicamente la Penisola. La collaborazione con un trio sopraffino di musicisti ha fatto lievitare l’interesse attorno alla sua proposta, tanto che molti sono i neofiti che stanno riavvolgendo il nastro della sua discografia. Al suo fianco Marco “Ciuski” Barberis, instancabile motore ritmico dietro ai tamburi, Michele Guaglio, poliedrico ed esiziale, specie quando si destreggia contemporaneamente al basso ed al piano e Alex Gariazzo, tra i miei preferiti, inutile negarlo, capace di unire tecnica e una massiccia dose di feeling, “spalla” extralusso di empatica presenza.

Se nella tappa di Cantù, il lirismo si era tramutato in un mix di ballads ad alto tasso elettrico, nella data di Somma Lombardo le coordinate sono di parecchio mutate. L’assenza della batteria e una gola stropicciata dall’imprevisto maltempo di questo umido maggio hanno messo ancor di più in risalto il lato “intimo” delle canzoni e la professionalità, quasi la devozione verso il pubblico di McDermott. La platea attenta, numerosa, assolutamente conscia della rilevanza di chi stava ascoltando, la pioggia incessante fuori dalle vetrate ed un’organizzazione impeccabile sono stati gli altri elementi che hanno lasciato uno strascico quasi di magia alla serata. I brani portanti di Orphans, ultima fatica discografica del Nostro, eseguiti all’inizio, con Black Tree, Blue Sky e, soprattutto, un’intensa versione di Sometimes When It Rains In Memphis a creare la giusta atmosfera; Knocked Down e This World Will Break Your Heart a ricordarci quanto Out From Under non sia stato un disco “di passaggio”. Dall’eccellente Willow Springs risaltano di luce propria Butterfly e Getaway Car. Un discorso a parte merita Shadow In The window, qui preceduta da una toccante introduzione, che predispone il pubblico ad “entrare” totalmente nella canzone, con la strofa che muta in invocazione per finire in straziante inno alla mancanza ed al ricordo. Brividi nei cuori e a fior di pelle.

A mio parere l’apice del concerto si è avuto con la doppietta di brani da West Side Stories, opera al sapor di capolavoro incompiuto ma che presenta gemme preziose come, appunto, Bars e Trains. La prima unisce città e fallimenti, solitudine e redenzione, oscurità necessaria per vedere la luce. Strepitosa. La seconda fa salire in carrozza incubi e fantasmi, le ruote che sferragliano sulle rotaie dei propri abissi. Treni che, spesso, si perdono e si rimpiangono.

E c’è sempre quel muro da scalare, metafora di una vita che ha toccato troppe volte i bassifondi dell’anima. Ascoltare A Wall I Must Climb senza batteria, sostituita da un claphands vigoroso, come un metronomo, partecipato “dialogo” tra palco ed audience.

Biloxi, Tunica, Cantù, Somma Lombardo, quante distanze si possono coprire se riesci a fare un po’ di spazio alla poesia urbana di Michael McDermott.