R E C E N S I O N E


Articolo di Federica Faith Piccoli

Dopo quasi quattro anni di attesa, il duo britannico formato da Ed Simons e Tom Rowlands torna all’attacco e fa un centro perfetto, senza disilludere nessuna delle nostre aspettative. Trasognati, fuori dal tempo e dallo spazio ci troviamo in un paese senza una geografia precisa, persi in atmosfere anni ’80 alla Joy Division e New Order, in locali fumosi pieni di luci artificiali dai guizzi colorati. Ci basta chiudere gli occhi per pochi istanti sulle note di Gravity Drops o The Universe Sent me per tornare indietro di quasi trent’anni, quando i The Chemical Brothers, sgomitavano nel panorama musicale underground, mescolando techno, rock e musica psichedelica. Se pensavate di trovare i soliti The Chemical Brothers, beh.. dovrete ricredervi!

I break di batteria funk si mescolano alla perfezione con i synth acidi ed i sensuali giri di basso che danzano a ritmo sincopato. Tutto l’album è un crescendo di emozioni, sensazioni tribali e rimandi al passato. L’elettronica è la padrona di casa che con classe, vi accoglie con un filo di perle al collo ma un tirapugni nuovo di zecca, ben saldo e nascosto nella mano destra. E’ impossibile non lasciarsi trascinare dal ritmo di ogni traccia, e prima che ve ne rendiate conto, la testa inizierà a muoversi e la voglia di ballare vi avrà sovrastati completamente.
I “Fratelli Chimici” riescono ancora una volta a suonare energici e immediati, e in men che non si dica, la parola “Rave”, balenerà nelle vostre menti ormai vogliose si scatenarsi. Come si suol dire “Squadra che vince, non si cambia”, e i The Chemical Brothers ne sono il perfetto esempio: l’utilizzo della strumentazione seppur attuale ed accattivante, ci rimanda sempre a radici più strong, figlie di un denso periodo di sperimentazione. Partiamo con Eve of Destruction, 4.41 minuti di basso funky accompagnato da un pizzico di Samba e da groove adrenalinici; un perfetto featuring con la rapper giapponese Nene e la cantante Pop norvegese, Aurora che ne esaltano la linea melodica senza mai invaderla o sovrastarla.

Bango è un’altra chicca che strizza l’occhio all’elettrofunk degli anni ’80 e ’90, riempita con sapienza da una linea di basso wave che entra con violenza dentro la cassa toracica, e la fa vibrare fino all’ultima nota. Si continua con la nostalgica No Geography, che potrebbe comparire di diritto, all’interno delle soundtrack della serie televisiva Stranger Things o del più datato – ma mai dimenticato-, Twin Peaks. Le citazioni al periodo d’oro dell’elettronica sono impossibili da non cogliere, e se siete nati come chi scrive, alla fine degli anni ’80, non potrete che innamorarvene perdutamente. Gravity Drops e The Universe Sent Me sono interludi perfettamente studiati, dai ritmi serrati seppur onirici e quasi sciamanici, che introducono la parte finale dell’album. Spezza il trend l’acida Free Yourself, accompagnata dalla anthemica e a tratti inquietante MAH.

La conclusione viene lasciata all’immancabile lento dal titolo Catch Me I’m Falling, che ricorda sonorità alla Massive Attack e che ci accompagna con delicatezza verso i titoli di coda, magari mentre sorseggiamo un buon bicchiere di vino, walkman alla mano. Insomma, No Geography è un album senza dubbio complesso e non per tutti, ma che può dare grandi soddisfazioni e regalare brividi di piacere che vi correranno lungo la schiena ogni volta che vorrete riascoltarlo.