L I V E – R E P O R T


Articolo Giuseppe Spanò Greco e immagini sonore di Antonio Spanò Greco

Premessa. È almeno un mese che sento e risento il pregevole lavoro di Damiano Della Torre e ogni volta prendo appunti delle sensazioni che mi provoca nell’ascoltare le mille sfaccettature di cui è composta la sua musica. Il 19 luglio ho avuto l’opportunità di ascoltarlo dal vivo, non mi sono fatto scappare la succosa occasione e con essa quella di scoprire un nuovo locale: il Joshua Blues Club di Albate, Como.

L’ingresso. Andiamo – Antonio, Joe ed io – in un posto nuovo e già per questo ci sentiamo come all’inizio di un’avventura. Il Trio Spanò Greco (Bros & Canadian Cousin) fa ingresso in un locale che faceva parte della storica ditta Omita, fabbrica di telai tessili, dove ha lavorato anche un nostro zio. Riconosco il cancello, la porta d’ingresso alla portineria, dove spesso lo zio alla fine del lavoro si intratteneva con i custodi (Ferruccio e Maria) per una partita a carte ed un bicchiere di birra… I ricordi sono tumultuosi perché appartengono ad un’ormai lontana gioventù ed i personaggi che l’avevano animata ormai veleggiano da tempo su mari diversi e sconosciuti ove soffiano venti leggeri e sempre benevoli.

Sbrigate le formalità dell’ingresso e trovato un comodo posto ad un tavolo, accompagnati da una giusta dose di alcool, rimiriamo le pareti abilmente tappezzate da manifesti e chitarre, luci ed elementi decorativi che ci incuriosiscono. Una sorpresa non si è fatta attendere. Il batterista del trio non è altri che il mitico, storico, eccentrico, sensibile, fantasmagorico e immarcescibile Massimo Serra, batterista dell’altro mito del blues italico Fabio Treves… “Ciao, ma sei proprio tu?” “Caio, benvenuti!” baci, abbracci, presentazioni con il cugino. “Non ci vediamo da un po’…” “Con Fabio siamo a Desio sabato…” “Lo sappiamo ma non possiamo esserci, alla prossima…” “Ti ricordi, quella sera a Torno, da Ernesto…” e via con risate e pacche sulle spalle…

Il concerto. Il concerto propone una scaletta che nella sequenza dei brani è identica a quella contenuta nel CD prodotto dal Damiano. Dopo una breve sorpresa mi viene subito spontanea una domanda: qual è il filo conduttore che unisce un brano all’altro? Perché riproporre il proprio lavoro così come pensato in studio senza inserire, come di solito fanno credo tutti, brani vecchi o inediti? Cerco di capire scrivendo e descrivendo le sensazioni che mi trasmettono gli strumenti, i volti dei musicisti, la voce di Damiano…prendo appunti (nulla mi deve sfuggire), Antonio fotografa tutto… “Joe che ne dici?” “Good, very good, mi piace, molto bravi!” Mio cugino è ammaliato da Massimo alla batteria e quando dice “mi piace” con l’accento inglese vuol dire che è conquistato da quello che sente e che vede. Il concerto scorre via come se si camminasse su un cuscinetto d’aria che non ci fa toccare terra, anche se nel fondo della sala c’è il solito gruppetto che non è interessato alla musica e disturba parlando (meglio urlando) a voce alta come se volesse sostituirsi alla musica. Non ci lasciamo distrarre più di tanto, ma mi dispiace per Damiano che nel tentativo di condividere con noi l’unico pezzo non compreso nel cd e cantato in italiano deve sottolineare energicamente le note con la tastiera per cercare di incrinare quel fastidioso vociare e richiamare l’attenzione sulla sua musica e la sua poesia: “…cerchi le parole ma in fondo è meglio ascoltare il vento e le onde del mare ricacciando indietro la voglia di partire. Se ci fosse silenzio si potrebbe sentire il proprio respiro, il battito del cuore, invece che il vociare scomposto della gente che non vuole ascoltare”. Damiano canta una poesia “…nessuno sa la realtà…siamo una cosa sola, io e te” se ci rendessimo conto di non essere soli, aggiungerei io. Prima di questo assolo per voce e tastiera, abbiamo apprezzato i sette brani del cd che Damiano ci ha presentato: dai suoni caotici e dall’infuso di energia di “Keep it”, si è passati agli odori speziati del Sud e dalle sue piazze assolate di “Jesus”, all’inesorabile trascorrere del tempo di “Time and space” per esplodere nella gioia di esser liberi di passeggiare a piedi nudi su prati fioriti senza condizionamenti di “Foreseen Box” e “Free Will” per finire ad inspirare a pieni polmoni i profumi della vita di “More Than Senses”. La prima parte del concerto si chiude con “Ciupito” dove le sensazioni sono ampie e profonde e mi sento come quando si ha fretta e il traffico ti tiene fermo, sospeso in un tempo che non puoi fermare mentre il pensiero vorrebbe capire cosa ti tiene fermo per poi rassegnarsi “anche oggi farò tardi”.

Dopo la pausa con autografo del cd, il concerto riprende con “Sustain” dove il tempo passa e, con l’anima in mano, si cerca di intravvedere il domani. Si prosegue con “Healer” (guaritore) dove, con un tocco di magia, sciamani cuciono il passato e il futuro ed al risveglio il presente appare ricolmo di nuova speranza. Il cd, ma scopriremo non il concerto, si chiude con “Fly” brano con il quale il percorso di ricerca interiore, pienamente trasmesso nell’emozione di un serata d’estate in un blues club mai frequentato prima, si confonde con le emozioni avute al primo ascolto e mi compiaccio con me stesso per non aver sbagliato nel “sentire” quest’anima aperta all’accoglienza e alla condivisione, capace di aprirsi e trasmettere sensazioni e emozioni forti attraverso gli strumenti e le note di una tastiera (Damiano) e di un sax baritono con il quale le tensioni emotive hanno trovato spazio e profondità (Isabella Fabbri) e di una batteria sapiente (Massimo Serra live e Alessandro Ciullo su cd) capaci di sottolineare in modo sapiente i tempi e il respiro delle conturbanti percezioni sensoriali di un viaggio infinito

Chiusura. La performance si è chiusa però con un coinvolgente brano di almeno 15 minuti che è servita a ribadire l’immensa bravura di Massimo, l’impeccabile espressività di Isabella e la nota eccezionalità compositiva di Damiano. Ora credo di sapere perché il concerto ha seguito la scaletta del cd, ma non voglio dire più nulla a riguardo perché ogni ascoltatore deve avventurarsi, se ne ha voglia, in questa ricerca e non è detto che la risposta sia per tutti la stessa.

Buona vita sempre.