A N T E P R I M A   V I D E O


Articolo curato da Luci

Abbiamo il piacere di offrirvi in anteprima Arp secondo brano estratto dalla sessione Berlinese del progetto AKA, tenutasi nel mese di giugno all’interno dello studio di registrazione del Jazz Institut di Berlino, con l’ausilio del fonico Gert Muller e Jannis Bach e Leon Kuklinsky di KUBAFilm.
Il primo May, 23rd è stato pubblicato venerdì scorso da The New Noise. Il pezzo, che la formazione ha già suonato più volte dal vivo, è nato da tre suggestioni melodiche che si incastrano ritmicamente andando a formare un pattern che ricorda gli arpeggiatori della musica elettronica. Proprio per questo approccio, la parte centrale del brano, fuoriesce da un’improvvisazione timbrica iniziale, suona ripetitiva, meccanica e artificiale, creando un affascinante contrasto con una linea melodica molto semplice e tonale che chiude l’esecuzione.

Incuriositi da questo progetto musicale, che comprende anche Francesco Panconesi (sax tenore), Alessandro Mazzieri (basso ed elettronica) e Carmine Casciello (batteria), abbiamo rivolto alcune domande al pianista Luca Sguera, che ha dato origine al tutto.

Come è avvenuto l’incontro con Alessandro Mazzieri, Francesco Panconesi e Carmine Casciello?
Tutti e quattro abbiamo vissuto a Siena e studiato alla Siena Jazz University. Ci siamo frequentati per diversi anni e avevamo suonato gli uni con gli altri in diversi contesti ma è durante il mio terzo anno di corso che ho deciso di mettere insieme le nostre quattro personalità umane e musicali, rendendomi subito conto del potenziale di questo gruppo, che ho deciso pertanto di curare e di portare al di fuori della scuola.

Quanto è stato importante il supporto del sassofonista Dan Kinzelman nel vostro percorso, come siete arrivati a pubblicare il primo disco?
Ho iniziato a frequentare Dan come insegnante da quando è stato inserito tra i professori del triennio a Siena ma è diventato subito un amico per cui nutro profonda stima ed è forse la persona che più ci ha supportato ed aiutato nella fasi iniziali del progetto. Venne a sentirci durante il nostro secondo concerto in assoluto, presso il club UnTubo a Siena, dove quella sera aprivamo una jam session, e rimase colpito dalla nostra musica tanto da proporci di registrarla con il suo studio mobile. E’ da questa sessione di registrazione che è nato il nostro disco AKA, pubblicato alcuni mesi fa da Auand.

Ci vuoi dire come nascono le tue composizioni? Quanto c’è di struttura ritmica e quanto invece è lasciato all’improvvisazione, all’interplay fra i membri del quartetto?
Penso che in questo momento la mia scrittura nasca da due aspetti: da una parte mi piace scrivere per le persone con cui suono, traendo ispirazione dalla loro personalità artistica e “sfidandola” in qualche modo, e dall’altra scrivo per indagare piccoli aspetti del linguaggio musicale che mi attraggono in quel momento. Direi che il bilancio fra scrittura ed improvvisazione nella musica di AKA è 50/50: tanti brani che abbiamo registrato nascono improvvisando liberamente (alcuni pezzi del disco sono nati così, come anche “Io ho l’impermeabile, tu le ali”, il brano delle Berlin sessions, che uscirà settimana prossima) e quando scrivo per questo gruppo cerco di suggerire una via per l’improvvisazione di gruppo, cosa che può manifestarsi su più livelli, ad esempio da un punto di vista ritmico. La parte scritta svolge quindi come un ruolo di collante all’interno dell’improvvisazione e non importa quanto esplicitamente (o precisamente, in alcuni casi!) venga suonata.

Da cosa nasce quella predilezione per la ripetizione di melodie alle quali applichi variazioni minimali?
Penso che, volendo cercare a fondo, sia nata in me in contrasto ai barocchismi del prog rock, che ho ascoltato tantissimo durante la mia adolescenza, genere in cui la variazione è all’ordine del giorno. Nasce poi senza dubbio dalla frequentazione di musica elettronica, minimalismo ed alcune tradizioni folkloristiche di diverse parti del mondo. 

C’è un pianista in particolare che influenza la tua musica?
Al momento non sto ascoltando molti pianisti ma credo che Andrew Hill, Benoit Delbecq e Craig Taborn siano tre delle mie influenze musicali più grandi.

Cosa ti ha portato ad approfondire la musica dei pigmei AKA, una popolazione del centro Africa?
Sono arrivato alla musica degli AKA attraverso lo studio per pianoforte di Ligeti intitolato “Fanfares”, che ho iniziato a studiare durante il mio terzo anno a Siena. Mi hanno da subito entusiasmato la loro musica e le analogie che essa aveva con il jazz per quanto riguarda l’organizzazione come dialettica tra forma fissa (scrittura?) ed improvvisazione.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza ai seminari di Siena Jazz?
Frequentare il triennio accademico di Siena Jazz mi ha lasciato molto, sia da un punto di vista umano che prettamente musicale. Ho studiato con dei maestri che mi hanno insegnato molto sulla musica e sull’attività di musicista (essendo coloro a cui mi riferisco artisti attivi nel panorama della musica jazz/improvvisata italiana e non), ho avuto l’opportunità di suonare in tanti contesti diversi e di conoscere quella che è la città che mi porto nel cuore. Ma soprattutto ho incontrato lì la maggior parte dei musicisti con cui suono ora!

Stai completando il tuo percorso di studi in giro per l’Europa, vuoi accennarci qualcosa in proposito? Quale sarà la tua prossima tappa?
Da un anno sono iscritto ad un master che mi sta dando la possibilità di studiare in alcuni dei migliori conservatori d’Europa e di assaporare le diversità delle scene di varie città come Copenaghen, Berlino ed Amsterdam, la città in cui mi trovo al momento.