C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Evidentemente, il distributore italiano di “J’accuse” ha pensato che il pubblico italiano fosse troppo ignorante per capire che il titolo in francese del film, facesse riferimento agli sviluppi di una delle più famose vicende della storia moderna, “l’Affaire Dreyfus”, e al celeberrimo atto di accusa di uno dei più importanti scrittori francese dell’Ottocento, Emile Zola. E così ha pensato bene di trasformare un titolo, che non avrebbe avuto bisogno di nessuna spiegazione, in un patetico “L’ufficiale e la spia”.

Non aggiungo altro; anzi, visto che tesserò le lodi del film, mi corre l’obbligo di aggiungere che per un capolavoro del genere, la produzione o la distribuzione italiana (non so bene a chi spetti l’onere del doppiaggio), avrebbe potuto insegnare al doppiatore che “Dreyfus” si pronuncia con la “u” chiusa, quella francese per intenderci, e non con la penosa imitazione “romano-centrica” che fa dire agli attori “dreyfius”.
Toltomi il sassolino dalla scarpa, passiamo al film: piuttosto semplice, il film di Roman Polanski è un capolavoro. Lo è per la scelta del tema, in rapporto ai tempi che viviamo con la recrudescenza dell’odio vero gli ebrei, ma questa è una ragione, diciamo così “esogena”, ma lo è anche per ragioni “endogene”. Una capacità di narrazione cinematografica da lasciare a bocca aperta, un ritmo semplicemente perfetto, una scelta delle immagini di rara raffinatezza, che sembra omaggiare Manet, Fantin-Latour, Ingres ed altri.

Una capacità di trasposizione filmica di una vicenda storica e politica complessa e, di per sé poco spettacolare, la storia del capitano Alfred Dreyfus, ebreo francese di Mulhouse, accusato di essere una spia al soldo della Germania (come è drammaticamente irrazionale la Storia, un ebreo pagato dalla nazione che sterminerà gli ebrei) e che verrà poi scagionato, anche grazie alla mobilitazione del mondo della cultura francese al celeberrimo articolo di Emile Zola su “L’Aurore”, articolo che diverrà un eponimo.
Il film di Polanski però cambia il punto di vista e fissa l’attenzione più che sulla vittima, su chi, per senso del dovere e amore della giustizia cercherà di scagionarla, ovvero l’ufficiale George Picquart magnificamente interpretato da Jean Dujardin.


Che cosa aggiungere su di un capolavoro? Nulla se non l’invito a non perderlo per nessuna ragione al mondo.