C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Diciamolo subito l’odore della Madeleine proustiana è un modello irraggiungibile e Nicola Bedos, regista de La Belle Époque, ce la mette tutta per trovare una formula che possa portare a termine l’operazione memoria e in parte ci riesce con un’idea originale anche se è un po’ artificiosa. La macchina del tempo si chiama “Time Traveller” ed è una agenzia specializzata nella ricostruzione di ambienti e soprattutto di epoche passate, dove facoltosi “viaggiatori” si fanno proiettare per saziare la loro nostalgia, anzi forse la loro voglia di nostalgia.

E così Victor, fumettista in crisi e in fuga da una preponderante e invadente modernità digitale, cacciato di casa dalla moglie Marianne, psicanalista disposta a tutto, pur di fermare il tempo che passa, accetta la stravagante proposta di Antoine, maniacale direttore della “Time Traveller”. Victor decide così di essere proiettato nel 1974 e in particolare nel bistro “Belle Époque” di Lyon, dove è avvenuto il suo primo incontro con Marianne, giovane e spregiudicata studentessa.


Il film deve molto al genere “ritorno al futuro”, che ad essere sincero, non mi ha mai affascinato, ma questa specie di “Truman Show” ricreato per far rivivere a Victor gli anni della gioventù, sembra stare in piedi e, come si usa dire “avere un suo perché”. Non si gridi al capolavoro, perché di questo non si tratta, ma la credibilità di Daniel Auteuil, con il suo viso spaurito e la sua allure da anti-divo e il dinamismo ansiogeno di una Fanny Ardant, magnifica interprete del personaggio di Marianne, fanno del film un godibilissimo prodotto cinematografico.