R E C E N S I O N E


Articolo di Federica Faith Piccoli

Con una copertina degna di film fantascientifici come Stargate e Avatar, e forti richiami tribali ed esoterici, i Tool tornano dopo 13 anni di lontananza dal panorama musicale moderno.
Cos’è cambiato da 10,000 Days o dagli ancor meno recenti (ma per i fan, indimenticati), Lateralus e Ænima?
Il gruppo americano, fondato dal cantante e compositore Maynard James Keenan, torna alla ribalta con un album studiato e curato nei minimi dettagli, che ci propone atmosfere dense di profumi orientali, riff di chitarra alla Petrucci, controtempi degni dei più grandi maestri Jazz, e tracce vocali che si fondono in un turbinio di dissacrante misticismo.

Ad aprire le danze è l’omonimo singolo, Fear Inoculum, dove possiamo lasciarci trasportare in Oriente grazie al sapiente utilizzo delle percussioni, e al suono della chitarra che si trasforma in sitar, nelle esperte mani di Adam Jones che la plasma come uno scultore farebbe con un pezzo di creta. Un viaggio che dura poco più di 10 minuti, ma che ci prepara alla complessità dei successivi sette brani.
Pneuma è un tuffo nel passato, dove gli anni ’80 di Stranger things, strizzano l’occhio al 2001 di Schism per creare sonorità potenti e a tratti quasi thrash, nonostante l’impronta intimista e le atmosfere soffuse la facciano da padrone.
Si continua con il breve interludio Litanie Contre le Peur che introduce il singolo Invicible, l’esplosivo spartiacque dell’album, dove ritroviamo l’essenza della band tra i ritmi incalzanti del muting e le sorprese vocali che solo Keenan e il suo vocoder potevano darci.
Si continua con Descending, dove le note di Jones e Chancellor, trovano sfogo nella ritmica pulsata di Carey. La voce di Maynard è la carezza che ci sfiora la guancia per tutta la durata del pezzo e ci accompagna melliflua fino al dialogo tormentato tra basso, chitarra e batteria. Ed è ancora una volta il cantante che ci prende per mano e ci conduce nell’abbraccio ovattato di Culling Voices. Le dissonanze della traccia, la voce a tratti lontana e il lento crescere della chitarra fa di questo pezzo – che ricorda i Porcupine Tree di In Absentia e i più giovani A Perfect Circle di Mer de Noms -, una vera e propria discesa nell’anima del gruppo che culmina con Chocolate Chip Trip.

Il secondo interludio dell’album è un viaggio psichedelico, fatto di pura elettronica e assoli di batteria che stordiscono l’ascoltatore e lo lasciano con quella fame chimica che solo 7empest può placare. Dimenticate la noia e la tranquillità. Dimenticate a casa le pantofole e il divano sul quale vi eravate accomodati fino ad ora. E’ arrivato il momento di scatenarsi, di prendere le chiavi della macchina, uscire di casa, annusare l’aria pungente della notte, e con la giacca di pelle e il trucco sbavato rintanarsi in un fumoso locale underground.
7empest racchiude in 15 deliranti minuti, tutto il vissuto discografico dei Tool. I virtuosismi strumentali non si contano più, e la fase onirica lascia il passo a quella più grezza in un battito di ciglia. A chiudere il cerchio, il Gran Finale Mocking Beat, un tribale invito a congedarci dal gruppo. Un arrivederci insomma. E mentre ci incamminiamo verso l’uscita, se ci voltiamo indietro, possiamo ancora scorgere in lontananza Keenan, Jones, Chancellor e Carey che danzano attorno ad un fuoco, nella notte tropicale.

In definitiva un album ben strutturato, maturo e sicuramente complesso che si riesce ad apprezzare solo dopo diversi (e attenti) ascolti.
Fear Inoculum è come ritrovare il primo amore dopo decenni e riscoprirne ancora il fascino, la classe, e con una punta di nostalgia il perché ci abbia fatto battere il cuore la prima volta.

Tracklist:
01. Fear Inoculum
02. Pneuma
03. Litanie contre la Peur
04. Invincible
05. Legion Inoculant
06. Descending
07. Culling Voices
08. Chocolate Chip Trip
09. 7empest
10. Mockingbeat