R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

La sua voce non giocava più, la sua voce era un fiotto di sangue, degna per il suo dolore e la sua sincerità, di aprirsi come una mano di dieci dita sui piedi inchiodati, ma pieni di burrasca, di un Cristo di Juan de Juni…”. Federico Garcia Lorca – Gioco e Teoria del Duende

Capita nel corso della propria esistenza di entrare in contatto con anime uniche, sia nella vita di tutti i giorni che nella musica. Persone che involontariamente riescono a tracciare una linea di demarcazione. Un prima e un dopo. In alcuni casi (e qui parlo nello specifico di alcuni artisti) sono in grado di illuminare e chiarire una parte di te che avevi solo vagamente presentito. A me è successo nel 2006 ascoltando per la prima volta “quella voce”. La Voce di Greg Dulli. Nato nel 1965 a Hamilton, Ohio e titolare con gli indimenticabili Afghan Whigs prima e sotto altri nomi poi, di alcuni degli album più interessanti degli ultimi trent’anni.

Per chiarire il significato della citazione iniziale non bisogna far altro che andare su Youtube e cercare il concerto che gli stessi Whigs hanno tenuto nel 2017 al Rockpalast Festival. Ascoltate il finale di “Oriole”, lì Greg afferra per i capelli il suo demone interiore e rilascia tutto il suo Duende su una folla festivaliera e inconsapevole. La voce, a metà tra grido e pianto, brucia anima e corpo sull’altare di una vita vissuta ai cento all’ora. Diventa veicolo, catarsi e impossibile espiazione per una ferita che non si può rimarginare. È tutto lì. In meno di mezzo minuto, il segreto e l’estasi di un artista che a differenza di tanti altri colleghi coetanei non ha mai smesso di lottare e consumare il proprio fuoco fregandosene di compromessi e leggi scritte, pagando a caro prezzo ogni errore.
È per questo che l’annuncio del primo disco solista (che proprio primo non è considerando l’album del 2005 Amber Headlights che raccoglieva nuove canzoni e spunti per brani che erano apparsi sul precedente disco dei Twilight Singers) mi aveva sorpreso ed entusiasmato. Cosa avrebbe prodotto il suo singolare genio al servizio solo di se stesso e non di una band? Suonato e registrato in quasi completa solitudine, fatta eccezione per qualche comparsata di collaboratori storici, il disco in questione non si allontana troppo da quanto già espresso in passato ma (ce ne fosse bisogno) conferma una volta ancora il valore assoluto del personaggio.
Lasciando da parte il primo singolo Pantomima che comincia con un’ottima introduzione di basso e chitarra, ma che si avvita presto su se stessa e resta irrisolta nel risultato finale, ottimi pezzi non mancano. In primis la ballata Scorpio; intro di piano e chitarra liquida in lontananza, il canto quasi scat e ritmato di Dulli e una melodia malinconica e solare al contempo a incorniciare il tutto; la new wave al rallentatore di It Falls Apart dove la voce arrochita come da Coheniana memoria ci culla fino a un ritornello in minore di impercettibile levità; Sempre con introduzione memorabile di acustica e voce. The Tide si apre tra gocce di piano per poi irrobustirsi fino a esplodere come un pezzo dei cari vecchi Whigs. Marry Me ci riporta dalle parti dei Gutter Twins (progetto di una decina di anni fa condiviso con l’amico di vecchia data Mark Lanegan) figlia della stessa crepuscolare e meravigliosa indolenza, tutta arpeggi di acustica e sussurri al lume di candela.
Tra le altre si segnalano in positivo Lockless per lo splendido finale da big band e le conclusive Slow Pan e Black Moon; con la prima a spargere fragranze oppiacee in un’alba di rivelazione e rinascita e la seconda a inseguire fantasmi Black Love ammodernandoli e rivisitandoli con in testa i Twilight Singers della maturità.
In un mondo che consuma e brucia ogni cosa molto più velocemente delle passioni cantate dal nostro azzimato Caronte e la morale da due soldi si spreca come Ave Maria alla messa delle sei; il nostro continua a tirare dritto per la sua strada e potrebbe far sua quella splendida frase di Nabokov: “Non sono un cane che corre da voi scodinzolando, con una verità in bocca”.

Tracklist:
01. Pantomima
02. Sempre
03. Marry Me
04. The Tide
05. Scorpio
06. It Falls Apart
07. A Ghost
08. Lockless
09. Black Moon
10. Slow Pan