I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È uscito da qualche mese il terzo album del designer e musicista Lorenzo Palmeri, La Natura del Parafulmine, distribuito da Artist First per l’etichetta Metatron. Il parafulmine come metafora dell’umano vivere: percepire vibrazioni invisibili, assorbire energie emotive dall’ambiente esterno ed attuare le capacità di difendersi e rinnovarsi attraverso la propria creatività. Ogni essere umano si rigenera dormendo, mettendo in atto la dimensione del sogno che per sua natura è immaginifica, libera, fortemente intuitiva. E’ proprio questo lo spazio in cui è nato questo ultimo disco, sogni sonori su spartiti, la cui creatività ci accompagna in raffinati viaggi multisensoriali.
Ho approfondito con Lorenzo le curiosità nate da questo nuovo album, oltre le soglie dell’ascolto superficiale.

Fai musica da sempre, ancor prima che i tuoi brani si trasformassero in veri e propri progetti musicali. Componevi all’interno di un gruppo e musicavi opere teatrali. Sei al tuo terzo album, uscito da qualche mese, ‘La Natura del Parafulmine’, titolo piuttosto curioso…
Sono un grande appassionato di titoli e copertine. Non ricordo i passaggi per arrivare a questo titolo ma ricordo bene che mi ha colpito subito. Mi piace perchè evoca qualcosa di retró, gli esperimenti pionieristici di qualche scienziato degli albori. Infine, trovo sia una perfetta metafora della condizione umana. I parafulmini adempiono al loro compito a causa della materia di cui sono composti, della loro forma e della posizione in cui si trovano.

‘La Natura del Parafulmine’ è prodotto da Lele Battista, c’è la collaborazione in due brani di Pat “Mybestfault” Simonini, alle chitarre Simon Tong (The Verve, Gorillaz, The Good The Bad and the Queen), al basso Saturnino Celani. Tu hai suonato pianoforte e tastiere e curato gli arrangiamenti, oltre naturalmente i testi e le musiche. Com’è nata la collaborazione con Simon?
Tutte le persone che citi sono amici, oltre che incredibili professionisti. Mi piace stare con loro, il tempo si arricchisce di belle scoperte, musicali e non. D’altronde tendo a non lavorare con le persone con cui non sto bene. Simon Tong l’ho conosciuto qualche anno fa e… gli ho mandato i provini dei brani, gli sono piaciuti e ha deciso di entrare a farne parte.

Per presentare il progetto hai scelto ‘Un piano da inventare’, brano denso di spostamenti, cambiamenti, arricchimento del viaggio ed equilibri. La composizione del video è data dai frammenti dei tuoi viaggi, un mosaico d’immagini da Milano a Tampei. Anche i tuoi testi, sono sempre molto visivi, che influenza hanno i diversi itinerari sul tuo modo di comporre?
Che bella e difficile domanda. Credo che ogni cosa che ci capita, ogni posto che vediamo, ogni esperienza che facciamo, diventi parte di noi e quindi, inevitabilmente, si trasformi in una nostra espressione. Detto questo, in effetti, è innegabile che i luoghi possano avere una certa influenza sulla scrittura.

Fili elettrici’ credo sia l’episodio più delicato dell’album, visioni e comunicazioni che travalicano la parola, è la canzone pop del disco! Si meriterebbe un bel video!
Grazie!! Il video c’è e dovrebbe uscire tra Marzo ed Aprile.

Nella parte centrale del disco, tre canzoni hanno una loro sequenza di ritmo in crescendo, ‘Semplice’ presenta un bel piglio primi anni ’80, ‘Io non so cosa’ ha tutte le caratteristiche della hit anni 90, ‘Microcosmos’ chiude questo trittico con un rock incalzante. La tua curiosità verso il mondo, il bagaglio delle tue esperienze ti portano ad esplorare diverse vie espressive. Ci racconti del lavoro musicale dietro questo album?
I miei lavori non cercano un’unità stilistica, in nessuna delle cose che faccio. Mi interessa di più l’idea di mettermi al servizio, mi piace dare voce alla molteplicità, alla complessità che ci caratterizza. Io scrivo ovunque, in viaggio, in albergo, a volte per strada, molto spesso quando sono in movimento. A una prima idea, più o meno avanzata, segue una struttura musicale, la scelta dei suoni e degli strumenti. Arrivo ad un arrangiamento completo suonato interamente da me. Dopo numerosi ascolti, se regge al mio impietoso giudizio, lo condivido con altre persone. In genere qualche amico e i musicisti che coinvolgo nella fasi finali del lavoro.

Chiude l’album ‘Stare qui’, secondo video estratto dal disco, anche in questo episodio musicale emerge il tuo essere minimale. Diversamente dall’ego e dal vociare imperante, tu ti proponi sempre in punta di piedi ma con una capacità di lasciare una traccia ben delineata. Ascoltandoti si può scorgere nei testi una semplice rappresentazione o leggerci molto di più. Il tuo profilo artistico esprime una vena molto raffinata. Al di là di un’attitudine personale presente, ci sono letture o esperienze in cui ti sei riconosciuto ed hanno sottolineato questa tua modalità?
Mi piacciono le letture a più livelli. Quasi ovunque mi capiti di incontrarle, dalla filosofia al design, passando dalle storie Zen o Sufi fino ai film di Shyamalan. Mi piace credere che non sia tutto come appare.

La tua vita spazia dall’architettura alle composizioni musicali. La tua chitarra elettrica in alluminio ‘Paraffina Slapster’, creata nel 2006, è un oggetto culto da quando Lou Reed l’ha scelta per suonarla nel suo tour mondiale. Ci racconti di questo incontro?
Ci siamo visti varie volte in diverse situazioni. La prima nella sede di Noah Guitars, in un pomeriggio indimenticabile per tutti quelli che c’erano (i ragazzi di Noah Guitars, Renato Ruatti, Mauro Moia, Gianni Melis e poi Saturnino, Guido Harari, Davide Tramontano). Lou Reed, non c’è bisogno di dirlo, incarna un passaggio fondamentale per ciò che oggi è diventata la forma canzone. Mi ha comunicato la bella impressione di essere coerente con la sua arte, una persona complessa, piena di interessantissime sfaccettature. Quel primo pomeriggio si è caratterizzato con ore piene di micro eventi che ricordo come flash: un abbraccio, lui che suona la chitarra, ecc. Diciamo che è stato un momento interessante.

Della ‘Paraffina Slapster’ ne hai fatto anche una versione 4 corde per i bassisti, che Saturnino Celani ha usato per il suo tour con Jovanotti. Hai collaborato con lui in svariate occasioni, in studio e live…
Saturnino è un musicista indiscutibile, oltre che un amico. Lui c’era a casa mia in una cena all’inizio del processo di progettazione della Paraffina, quando cercavo di carpire ad amici bassisti e chitarristi qualcosa di speciale del loro rapporto con lo strumento. Fu proprio Saturnino a parlare di “indossare” il basso. Un’evocazione importantissima per questo progetto basato oltre che sulla qualità del suono sui comportamenti taciti dello strumentista.

Debutti nel primo album ‘Preparitivi per la pioggia’ con Franco Battiato che duetta con te in ‘Qualsiasi Spinta’, una presenza data da un’amicizia di lunga data, cosa avete condiviso in questi anni?
Non saprei come riassumere i termini di un’amicizia. Abbiamo senz’altro condiviso il piacere della cosiddetta ricerca di sé, letture, ascolti, pranzi, risate. Lui è stato molto presente in tutte le fasi del mio primo disco, appunto fino a cantare una canzone insieme, anche se la sua mano c’è qua e la in altri punti di ‘preparativi per la pioggia‘. Nei lavori successivi gli ho fatto ascoltare i risultati finali, poco prima della chiusura del disco. Di solito non cerco pareri ma il suo, insieme a quello di pochi altri, non è mai mancato.

Hai affidato il disegno della cover a tuo figlio Milo. E’ un foglio accartocciato, non era completamente soddisfatto della sua creazione? 🙂
È stata una sua iniziativa. Devo dire che mi sembrano sempre un pò patetici quei genitori che chiedono ai figli di suonare, cantare, ecc ecc. Milo mi ha sentito dire il titolo del disco e si è presentato da me con questo disegno pazzesco, che è immediatamente diventato la copertina dell’album. Il tuo occhio attento ha giustamente dato un significato alla carta stropicciata che è invece una mia aggiunta grafica. Mi piace molto la texture irripetibile, non disegnabile e non annullabile che un piccolo gesto della mano imprime sulla carta. Un’altra bella metafora.