R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

Chants (…) è un modo di mettere in musica quei vasti tratti di paesaggio che esistono nei nostri cuori, quelli che dobbiamo attraversare durante le prove e tribolazioni. Non abbiamo scelta se non quella di percorrere quei chilometri, fino a quando alla fine potremmo iniziare a intravedere una nuova alba dietro l’orizzonte.” Jonathan Hultén

Ascoltare in questo tempo sospeso che tutti stiamo vivendo (sospeso tra un passato che probabilmente non sarà più e un futuro ancora tutto da inventare) il primo album di Jonathan Hultén fa uno strano effetto. Il disco stesso sembra esistere al di fuori di un tempo preciso, evocando e invitando alla propria tavola fantasmi che rispondono al nome di This Mortal Coil, Nick Drake, Wovenhand, John Martyn e lasciandosi sedurre e ispirare dalle composizioni di folk e coro della chiesa di Acapella.

Hultén, chitarrista dei deathster svedesi Tribulation, già premiati con un Grammy Awards nel 2019; nelle splendide foto in bianco e nero che accompagnano la pubblicazione dell’Lp appare come un moderno emulo del Peter Gabriel era Genesis. Dotato di una vocalità duttile e di un’estensione notevole che marca la distanza con i tanti colleghi armati di acustica, qualche testo pregevole e una voce di insopportabile monotonia e scarsa dinamica.  
Per poter raccontare davvero la singolare e austera bellezza di Chants From Another Place bisognerebbe disporre di un pennello tenero e al contempo affilato che restituisca la semplicità e l’epica di cui sono intrisi fino al midollo questi brani; antichi gioielli da cui soffiare via la polvere depositata dagli anni.
Dopo l’apripista A Dance In The Road tra reminiscenze di antico folk inglese e qualche rimando agli Alice in Chains più acustici; il viaggio vero e proprio comincia con The Mountain uno dei capisaldi del lavoro, tutta plettri e sussurri; racconta di un viaggio di trasformazione, morte e rinascita. Il vero capolavoro arriva con la quarta traccia The Call to Adventure: immaginate una notte di tempesta nelle terre del nord e un gruppo di viandanti dal cuore pesante come un macigno stretti attorno al fuoco a intrecciare canti e storie che possano vincere la paura e la morte. Wasteland è pura liturgia. Un corso d’acqua appena accarezzato dal vento. Nel boschetto di fianco si celebrano riti, incantesimi dimenticati. Ancora più in là si erigono cattedrali di suono, luce e ombra con il solo ausilio di una polifonia di voci: è Ostbjorka Brudlat. In The Roses si combatte per trovare un punto di incontro tra la propria parte dionisiaca e quella apollinea, “un brano sulla lotta per l’equilibrio e l’armonia” secondo le parole del suo stesso autore. Tra le altre perle della corona, la strumentale The Fleeting World dove un piano solitario continua a suonare in eterno in qualche oscuro anfratto della propria mente.
Il cerchio si chiude con Deep Night: “Poets are gathering /Chanting in tribute to the divine / Mear passes or wanderers /Seeking truth beyond cult and time”. E non ci sono parole migliori per accompagnare la fine del viaggio… forse soltanto il silenzio.
E’ lecito chiedersi come proseguirà la carriera di Jonathan, dopo questa eccellente prima prova solista. Nell’attesa ci abbeveriamo ancora una volta alla pura fonte melodica di queste tracce, come ristoro e conforto in attesa di tutto quello che verrà. 

Tracklist:

01. A Dance In The Road
02. The Mountain
03. Next Big Day
04. The Call To Adventure
05. Wasteland
06. Outskirts
07. Holy Woods
08. Where Devils Weep
09. The Fleeting World
10. Ostbjorka Brudlat
11. The Roses
12. Deep Night