I N T E R V I S T A


Articolo di Giovanni Carfì

Dopo circa un anno e mezzo dal debutto discografico con Il Tempo Vola, ritroviamo Elisa Sapienza in occasione dell’uscita del suo ultimo singolo dal titolo Come la felicità. Abbiamo colto l’occasione per farci raccontare qualcosa in più del suo progetto e della suo sentire, all’interno di un ambito musicale sovraesposto, e di un’affermazione non urlata e trasparente delle sue emozioni.

Il tuo biglietto da visita principale, è quello di proporti in modo semplice, senza troppi fronzoli, senza sovrastrutture particolari; apprezzo molto questo tipo di immagine, l’assenza di ostentazione e la costruzione di una sorta di “comfort zone”, che si percepisce anche nelle tue canzoni. Alle volte, esporsi, o apparire in modo semplice, rischia di esporti senza difese. Per farlo credo serva essere molto centrati su se stessi, e soprattutto avere molta fiducia in sé. È sempre stato così, o è una cosa che hai costruito man mano?

È stato un percorso costruito man mano, non è stato per niente facile. Siamo abituati che vince chi urla, io mi sento di poter dire tanto anche senza urlare. Mostrarsi per come si è, a volte, è una scelta ardua che può rallentare il percorso, ma è la strada che mi soddisfa di più. Decidere, con orgoglio, di rappresentare quello che si è attraverso la propria musica prima o poi premia. La musica deve essere vera e in quanto tale deve essere rappresentata con verità e amore. Anche se tante volte fa paura, voglio essere coraggiosa, personalmente mi farebbe più paura l’idea di dovermi mettere una maschera e fingere di essere un’altra Elisa Sapienza. Non ne sarei capace. Nel brano che dà il titolo al mio primo Ep Il tempo vola ho scritto una frase che mi sta molto a cuore e che rispecchia un po’ questo concetto: “in un futuro dove vinci se usi il trucco per non farti riconoscere”, io voglio farmi riconoscere e lo voglio fare restando così come sono.

Facendo invece l’avvocato del diavolo, questo tuo modo di “apparire” senza presunzione, si contrappone in modo critico ad un ambiente musicale nel quale la normalità è tutt’altra. Non volendo giudicare le scelte stilistiche di centinaia di altri “artisti”, che si definiscono tali da soli, si trovano un nome d’arte prima ancora di aprir bocca, e senza voler criticare delle realtà televisive dove vige il concetto di sfida, credi ci possa essere una sorta di antidoto a tutto questo, qualcosa che nutra i musicisti e non li fagociti appiattendone le proposte?

È difficile da dire, conoscere l’antidoto per questa cosa è come conoscere la via dell’oro. Credo, però, che ognuno dovrebbe mostrare la propria verità, senza scegliere scorciatoie. Sto entrando in punta di piedi in questo mondo che, nonostante tutto, amo per le belle sensazioni che mi regala, ma vorrei farmi conoscere perché chi mi ascolta capisce che dietro ogni nota c’è anche studio e sacrificio. Due componenti spesso dimenticate da tutti. Studio musica da tanti anni e l’unica cosa che so è che continuerò a farlo e a cercare di migliorarmi sempre, è questo il profondo rispetto che nutro verso quest’arte.

Nella tua bio, invece si parla di una consapevolezza fin da piccola verso il mondo musicale, cosa che hai coltivato fin da subito, in un percorso credo abbastanza lineare, che ti ha portata a una maturità necessaria per poter debuttare, (senza nomi d’arte) con il tuo primo Ep Il Tempo Vola. Quali sono stati i tuoi riferimenti, e quali obiettivi ti sei posta?

Il riferimento principale sono state le mie emozioni, era arrivato il momento di farle uscire nell’unico modo in cui mi sento capace, cantando. Mi sentivo come alienata da quello che avevo dentro, senza mai riuscire a dire niente. Ho sempre scritto molto e studiato musica, ma non trovavo mai il coraggio di espormi. Avevo paura che l’unica cosa che mi facesse stare bene, le altre persone la intendevano come “superficialità”. Oltre alle emozioni, ho avuto tanti punti di riferimento, mi sono affidata a persone che hanno avuto fiducia in me e io in loro, è importante avere come riferimento persone che credono in te e ti accompagnano in ogni piccolo traguardo. Non mi sono posta nessun obiettivo specifico se non quello di poter far star bene gli altri con la mia musica.

Tra le tracce del tuo Ep di debutto, si percepisce una consapevolezza di quel che racconti, e incuriosisce come la distanza, la separazione, l’”assenza” stessa, diventi protagonista, e di come tu riesca a darle forma, in una continua esposizione di uno stato d’animo quasi intimo. Spesso l’interlocutore siamo noi stessi, o lo trasponiamo verso qualcosa o qualcuno di specifico; lo è anche in questo caso?

Ho deciso di pubblicare i miei brani perché sento di aver qualcosa da dire e da raccontare. Alcuni brani del mio EP sono strettamente autobiografici, altri raccontano storie vissute da altri e prendono forma nella vita di tutti. Il bello di fare questo mestiere è proprio questo: una storia appena viene raccontata in una canzone diventa di tutti. Ed è bellissimo sapere che dall’altra parte c’è qualcuno che rivede se stesso in ciò che canto.

È uscito da qualche settimana il tuo nuovo singolo “Come la Felicità”, un brano che parte in modo pacato, una morbidezza sonora con un’apertura che sa di aria fresca sul volto, e allo stesso tempo, forse complici le immagini del video, si sente il calore di un abbraccio o di un sorriso, con una semplicità (che ritorna) disarmante. Molto bello anche l’arrangiamento, che risulta più ricco, più corposo, e forse (senza nulla togliere all’Ep) più coeso con la tua voce. Forse hai trovato involontariamente la formula giusta, o la giusta ispirazione ha trovato te?

Come la felicità è nata da un percorso lunghissimo che non ho fatto da sola, ma è il prodotto di tanti artisti e di tanta bellezza che hanno viaggiato insieme. Ho raccolto dei pensieri che insieme all’aiuto di Stefano Paviani sono diventati il testo. Filadelfo Castro, meraviglioso produttore musicale, ne ha curato l’arrangiamento. Gli strumenti principali sono tutti suonati dal vivo. Ci sono tante alchimie che si sono fuse. Non so quale sia la formula giusta, ma credo fortemente nell’unione e nella condivisione che fa nascere belle cose.

Per citare il singolo, cosa ti rende felice e in cosa vorresti sbagliare di più?

Non lo so ancora cosa mi renda veramente felice. È difficile definire la felicità, la si può trovare ovunque come in uno sguardo, in un sorriso, in un gesto coraggioso oppure non la si riesce a trovare mai. È troppo soggettivo, io ho provato a cantarla per conoscerla meglio e tenermela stretta anche per solo 3 minuti. Vorrei sbagliare di più per imparare a rialzarmi e avere sempre il coraggio di andare avanti ma, soprattutto, per avere di nuovo il coraggio di chiedermi scusa.

Perché credi sia così difficile alzare la voce per esprimere del bene?

Non mi piacciono i toni urlati, è una cosa che non ho mai sopportato. Credo che sia più bello arrivare al cuore delle persone con una carezza. Così il tuo pensiero resta nobile e alto. Invece, oggi, si fa a gara a chi grida di più, a chi la dice ‘più grossa’, o ha la foto più provocante e accattivante. Io non voglio utilizzare questi metodi, che non mi permetto di giudicare. Come ho scritto nella mia biografia di Instagram, ho “il coraggio di chi ha qualcosa da dire senza urlare”.

Un altro brano molto piacevole e dalla visione molto positiva, credo sia Eccezionali, il tuo singolo precedente relativo all’Ep; c’è una visione più generalizzata, nella quale si parla di scelte e di “pezzi rari”, un’immagine e una definizione che si apre ad una fiducia quasi incondizionata verso il prossimo. Quale vuole essere la chiave di lettura?

Il messaggio che vuole lanciare Eccezionali è quello dell’unione, sentirsi tutti eccezionali e con un valore a prescindere da dove siamo situati, da chi ci circonda o, peggio ancora, da chi ci giudica.

Ultima citazione e ultima domanda: “aspettando che qualcuno scriva di noi”, cosa vorresti che rimanesse scritto di te?

La cosa che so far meno è autodefinirmi, mi espongo anche per far sì che gli altri siano liberi di avere un pensiero. Non so cosa vorrei fosse scritto, lascio a chi mi ha incontrato l’onere di definirmi.