R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dimenticatevi di Ravi Shankar. Dimenticatevi di tutto ciò che vi sembra di sapere per quello che riguarda la musica indiana. Mettete alle vostre spalle le sonorità del sitar, della tanpura. Che scenda l’oblio sulla visione orientaleggiante innescatasi negli anni ’70, sulle vesti colorate, sui Ganesha, sulla ganja, e su tutta l’India da cartolina che ci piaceva così tanto. Sarathy Corwar, percussionista e batterista, nato negli Stati Uniti ma vissuto in India ed ultimamente emigrato a Londra, deve probabilmente parte della sua formazione culturale a Edward Said, saggista palestinese ma insegnante negli Usa fino alla sua morte nel 2003. Egli ridiscusse in un suo celebre testo del 1978 il concetto orientalista che l’occidente aveva costruito negli anni a seguire dal colonialismo inglese, concetto strutturato, a suo dire, da una visione distorta e riduttiva, fortemente eurocentrica di un mondo così lontano geograficamente e culturalmente. Forse, proprio a causa di questa critica circostanziata, la musica di Corwar è quanto di più lontano possiamo immaginarci da ciò che definiremmo, prendendo un grosso abbaglio, arte etnica.

Insieme alla sua band Upaj Collective, il musicista ha registrato questo Night dreamer in uno studio a venti chilometri da Amsterdam, in un’unica improvvisazione, una suite divisa in cinque parti passata direttamente su acetato e stampata in copia primaria senza correzioni, cuciture, strappi ed interventi particolari di editing. Insomma, tutto succede come se i musicisti suonassero in tempo reale davanti a noi. Il problema, non indifferente, è raccapezzarsi in questa prova, la quarta in ordine temporale contando anche un disco dal vivo, perché i normali canoni di riferimento critico, almeno nel mio caso, rischiano di saltare. Si parla di jazz e sicuramente qualcosa c’è, il mio ricordo si attiva su alcune vecchie cose dell’AACM of Chicago, ad esempio nel modo di suonare il baritono di Tamar Osborn che mi suggerisce il profilo di Anthony Braxton, anche se qui il free è solo un alito. E poi il veloce pizzicare di Giuliano Modarelli, soprattutto nel finale di Flight IC 408, mi fa tornare alla mente l’oud dei mediorientali o forse è la kalimba di Alistair McSween con le percussioni in sottofondo che mi raccontano del deserto, più che delle rive del Gange. Qualche effetto elettronico sparso qua e là per i temi svolti, un violino evocativo, tablas a ricordarci che, cribbio, dovremmo essere pur da qualche parte nel continente indiano…


S’inizia con un piccolo shock. So said Said nei primi due minuti di soffi di sax ed effetti riverberanti mi fa temere il peggio ma poi ci si trova quasi all’improvviso all’interno di un hammam di Istanbul e ci chiediamo come diavolo abbiamo fatto a finirci dentro. Ma tutto in questo lavoro è costruito su piani sovrapposti, si sale, si scende, dall’India alla Palestina, dall’America al Maghreb e poi di nuovo a ricominciare. Di Flight IC 408 ho già accennato ma la sua parte iniziale ha i profumi del primo Ponty, quasi rockeggianti con quel violino di Achuthan Sripathamanathan che intriga tra le note prima del turbinoso finale a colpi di sax e strumenti a corda. Parte l’elettronica all’inizio di Elephant hangover ma anche questo brano cambia forma continuamente, così come accade per Intimate enemy.
Una continua, cangiante metamorfosi, come quei voli di uccelli che s’ammassano in forme impreviste e che mutano improvvise in direzioni diverse, in simmetrie sempre nuove guidate da un istinto misterioso e arcaico. L’ultimo brano, rivisitazione di So said Said in versione lounge conclude con un po’ di normalità, una sosta al Buddha Bar per bersi una bibita fresca e per farsi passare l’hangover, questa volta mio e non dell’Elephant. C’è comunque poco da scherzare in questo Night dreamer—titolo preso a prestito da un famoso disco di Wayne Shorter—perché la musica è terribilmente seria e mescola le carte con l’abilità di un prestigiatore. A noi il compito di essere sorpresi piacevolmente e di indovinare, davanti all’ennesimo gioco di abilità di questi musicisti, come avranno fatto mai a estrarre il  coniglio dal cilindro.

Tracklist:
01. So said Said
02. Flight IC 408
03. Elephant Hangover
04. Intimate Enemy
05. So said Said – Yoruba Soul Mix