R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Fosse stato pubblicato negli anni ’70, questo disco avrebbe mandato in estasi la critica musicale più radicale e probabilmente Come With Fierce Grace, dell’inglese Angus Fairbairn – alias Alabaster DePlume – sarebbe finito ben presto nel reparto delle curiosities da collezionisti. In realtà il buon Gus da Manchester ma residente londinese, è un artista dalle abitudini prettamente modali, già piuttosto avvezzo ad un jazz punteggiato di lampi ed inciampi, senza troppi suoni accavallati e con il suo sax che spesso s’alterna a versi poetici composti da lui stesso, accompagnandosi ad una moltitudine di altri strumenti – in questo album ci sono ulteriori diciotto musicisti il cui elenco comparirà in fondo alla recensione. A ben vedere, Fairbairn mi ricorda un giovane David Allen – che casuale stranezza: il responsabile della masterizzazione è un suo omonimo… – probabilmente meno flippato, forse, ma lo stesso con qualche coriandolo di follia rimastogli impigliato tra i capelli. Come dimenticare, infatti, lo splendido verso che Alabaster pronuncia in Broken Again “…finalmente rovinato, rovinato bene, rovinato una volta per tutte” ?… Dopo aver pubblicato già sette album a partire dal 2012, in seguito al già citato e cospicuo Gold uscito l’anno scorso, l’Autore si era accorto che era rimasto del buon materiale scremato da quelle session tenute al Totale Refreshment Centre, frammenti d’improvvisazione che sono stati rivisitati, riaggiustati e risistemati, probabilmente anche in fase di post-produzione, per costruire questo straniante ma fascinoso collage di brani piuttosto brevi caratterizzati da un lento processo di ebollizione.

Infatti la musica di questo album, nonostante dimostri da subito i suoi tratti un po’ bizzarri, impiega un certo margine di tempo per farsi pienamente apprezzare e per essere goduta anche per le sue insolite raffinatezze. Il jazz di Come With... – sempre sia lecito chiamarlo jazz – si presenta disossato, quasi essenziale, vicino talora agli africanismi della scuola di Chicago, sfiorando – soprattutto negli album precedenti – certi colori sottili alla Robert Wyatt. Si tratta comunque, da quello che mi sembra di aver compreso, di improvvisazioni totali che viaggiano in flussi unidirezionali, lasciandosi trasportare dalla corrente del momento ma senza perdere mai il controllo, resistendo alle disarticolazioni che spesso coinvolgono la musica votata completamente alla costruzione estemporanea. Non che vi sia un vero e proprio centro gravitario ma c’è, a ben ascoltare, una sorta di tensione vellutata che si allunga per tutta o quasi la durata dell’album. Il sax suonato all’angolo della bocca – a proposito di bislaccherie – che non ha alcuna intenzione di fraseggiare più di tanto, le voci e i cori, gli effetti elettronici, tutto contribuisce a creare un mondo nuovo, quasi un nuovo linguaggio espressivo che non si sa bene dove collocare ma che pure deve avere un suo posto specifico, zampillante di invenzioni com’è. La ricerca sonora, lo si avverte facilmente, non dà l’impressione di forzature, non ci sono troppe ansie convulse ma regna spesso una sensazione di calma e rilassatezza, quasi che l’ensemble stesse cercando tra le righe un’ipotesi di silenzio, al di là del continuo borborigmo sonoro così prodotto.

Si parte con Sibomandi, in compagnia della suggestiva lamentazione di Falle Nioke, cantante e percussionista della Guinea. Brano dall’intenso sapore africano, con il sax tenore dell’Autore che ripete circolarmente una singola frase per poi allungarsi in un percorso più lineare, tra le percussioni di Sarathy Korwar – Off Topic si è occupata di lui almeno in due occasioni, leggi qui e qui e il toccante coro a sfumare nel finale. What Can I Take è fatto di altra pasta. Un ossessivo accompagnamento in 2/4 di chitarra acustica regge uno sferzante sciabolare di sax in atteggiamento rigidamente modale. Questa volta, oltre al canto, c’è Fairbairn che declama strascicando qualche verso poetico. To That Voice and Say si risolve in una parabola a tre, con il sax dell’Autore che lavora in un ambito ristretto di note, spesso reiterando piccole frasi che vanno a confondersi con la batteria di Tom Skinner – potete leggere qualcosa di lui qui – e il basso elettrico di Ruth Goller, suonato spesso sulla parte alta del manico. Greek Honey Slick racconta di una genesi più complessa. Originariamente questo brano era il risultato di una semplice improvvisazione tra Fairbairn e le percussioni di Skinner e faceva parte delle sessioni operate per la costruzione del precedente album Gold. Ma successivamente esso veniva ripreso con l’aggiunta operata dallo stesso Autore di una seconda voce di sax, di un basso e del synth. Si avverte fortemente l’impronta afro-free, per esempio di Pharoah Sanders, impostata sopra una base ritmica ben in evidenza che si struttura infine quasi in una ghost-dance. Give me Away è un ipnotico pezzo modale, inizialmente gestito solo dal sax, dalle percussioni e dal basso. Entrano poi altri suoni, tra cui una chitarra centellinata ma soprattutto un coro appena udibile che si maschera con la base ritmica. Poche novità per quello che riguarda il sax che ama giocare sul suo numero ridotto di note, impegnatosi più a sostenere uno stato d’animo costante che non una ricerca di fraseggio tout court. Segue Fall on Flowers, lentissimo, dolente come un corteo funebre. Una serie di accordi di chitarra è la traccia sulla quale, come un rampicante, s’attorcina il sax di Fairbairn immerso in una cespugliosa componente percussiva. L’aspetto più emotivo è legato al coro, sempre sommesso e quasi sussegoso, non dovendo contare su una ricca dialettica strumentale. Il sax veramente minimale si focalizza su pochissime note reiterate, mentre il brano si dilegua in un progressivo silenzio.

Did You Know accende qualche brividino lungo la schiena, soprattutto per il canto femminile dolcissimo di Momoko Gill. Un brano vissuto sottovoce, direi persino sottotraccia proprio per rimarcare quel desiderio di rarefazione pneumatica a cui l’album, spesso, sembra tendere. Tra elementi fugaci percussivi, un contrabbasso avvolgente e caldo e il sax appena soffiato, il pezzo si spegne con la voce di Gill che si sovrappone a sé stessa. Levels of Human mantiene soffice il clima innescatosi col brano precedente a svilupparsi su un riff di basso elettrico. Volendo lavorare di fantasia tutto questo mi fa rammentare alcuni momenti alla John Martyn, forse per l’intervento vocale senza parole che aleggia lungo il pezzo. Not Even Sobbing ha velleità cameristiche, soprattutto per l’intervento degli archi e uno sviluppo melodico semplice che rimanda a certe impressioni alla Brian Eno. Ma la differenza la fa sempre il sax, insinuante e riflessivo che qui si adopera in un passo leggero, quasi immateriale. The Best Thing in The World si gioca tutto sull’accordo di tonica e il suo relativo minore al VI grado, in una relazione tra contrabbasso, violoncello, chitarra e percussioni e perfino un synth che sembra un theremin d’altri tempi. Il brano induce a momenti di sognante spensieratezza ma sempre con il contegno di un autocontrollo che non cede mai del tutto il proprio rigore formale di fondo. Per ascoltare Naked Like Water immaginatevi inizialmente un western di Leone girato in Africa o in medio-oriente, con chitarre morriconiane e il canto femminile di Donna Thompson, in mezzo al sax-telegrafo che s’accanisce sulla ripetizione di una stessa nota. Poi la parte ritmica si diluisce in un flusso di voce, di chitarra, sax e probabilmente qualche intervento di synth. Broken Again conclude l’album senza rifarsi al precedente Broken Like tratto da Gold. Ascoltiamo qualche incorniciatura di piano che aggrazia uno spirito più duro di sax, basso e chitarra con le percussioni che ovviamente non mancano mai. Appaiono i versi recitati da Fairbairn che si confondono con le note di basso e i colpi di piatti della batteria. Sembra di ascoltare una versione riveduta e corretta cinquant’anni dopo della wyattana Moon in June, tra l’allucinato e il faceto.

La voce del sax s’increspa spesso e volentieri non tanto in frasi e scale tecniche ma più che altro in sussulti di una o poche note. Tanto che un qualsiasi sassofonista jazz di un certo peso potrebbe alludere ad una mancanza di scuola e di conoscenza strumentale. Ma anche se fosse, non si capisce perché alcune tra le menti migliori del jazz contemporaneo britannico cerchino sempre l’occasione per suonare con Fairbairn. Per un bisogno di libertà sonora che si mondi dalla rabbia del free? Per via delle bizzarrie di questo Autore e del suo modo di sentire e progettare – sempre che si possa parlare di un vero progetto – in quasi assoluta libertà? Ad ogni modo la musica di Come With Fierce Grace magari non decolla ad un primo ascolto ma poi, facendosi coinvolgere da questi climi insoliti ma ben digeribili, prende una rotta personale fino a sfiorare la Bellezza in alcuni punti, nonostante le nude ossa musicali che mostra quasi con spirito provocatorio.

Di seguito l’elenco dei musicisti, come promesso:
Alabaster DePlume – tenor sax, guitar, synths and voice
Falle Nioke – voice, percussion
Rozi Plain – guitar
Sarathy Korwar – drums, tabla
Tom Skinner – drums
Kenichi Iwasa – percussion

James Howard – guitar
Tom Herbert – double bass

Natalie Pela – voice
Rosa Slade – voice
Elly Condron – voice
Luisa Gerstein – voice
Matt Webb – double bass
Michael Chestnutt – synths
Ursula Russell – drums
Conrad Singh – guitar
Hannah Miller – cello and voice
Donna Thompson – voice
Matthew Bourne – piano
Momoko Gill – lead vocal
Ruth Goller – bass

Tracklist:
01. Sibomandi (2:29)
02. What Can It Take (2:17)
03. To That Voice And Say (2:45)
04. Greek Honey Slick (4:34)
05. Give Me Away (3:13)
06. Fall On Flowers (4:54)
07. Did You Know (3:55)
08. Levels Of Human (1:53)
09. Not Even Sobbing (2:46)
10. The Best Thing In The World (4:40)
11. Naked Like Water (2:55)
12. Broken Again (5:55)

Photo © Chris Almeida

 

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