I N T E R V I S T A


Articolo di Claudia Losini

Tōru Watanabe è il protagonista di Norwegian Wood, uno dei romanzi più belli scritti da Haruki Murakami. Toru è anche il nome d’arte di Elia Vitarelli, cantautore toscano, già all’attivo con la band I fiori di Hiroshima: peculiare questa scelta, perché richiama le atmosfere dei romanzi dell’autore giapponese, spesso contrastate da amori impossibili, mondi paralleli e storie crude. Domani è il suo disco d’esordio, uscito poco prima della pandemia a febbraio e anticipato dal singolo Soli e il 20 novembre è uscito un brano Il tempo, in collaborazione con Lucio Leoni. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Elia, per approfondire le tematiche del suo disco.

Soli, uscito ormai un anno fa, parla di solitudine e di libertà: Elia, alla fine hai trovato cos’è che ti faceva sentire solo e non libero?

La risposta sarebbe davvero lunghissima da dare, ma fondamentalmente credo che ci siano tante cose al giorno d’oggi che ci fanno sentire soli e meno liberi, c’è un problema di intercomunicabilità reciproca dovuto alle nevrosi del momento, siamo tutti sommersi da un mondo che va molto veloce, viviamo immersi tra le nostre nevrosi e non abbiamo più spazio per l’umanità, intesa come sentimento personale. Credo che comunque l’arte sia un ottimo modo per riconnettersi con questo sentimento, e serva a sentirsi uniti e parte di una collettività.

Quindi si può dire che la musica può salvare il mondo in questo senso?

Credo che quello che è già successo in passato, negli anni 60 e 70, la musica aveva grande valore e tutt’ora ce l’ha: io stesso da ragazzino ho trovato nella musica valori che sono diventati parte integrante del mio vivere quotidiano. Ma in generale tutta l’arte ha una grande responsabilità, è un’arma potentissima in senso positivo, per trasmettere dei valori che sopravvivano al trascorrere del tempo e trasmettere valori e ideali che possano aiutare le persone.

Il tuo disco d’esordio “Domani”, è un disco molto introspettivo. Il domani è prima di tutto interiore e poi universale.

Il disco sicuramente parte da un percorso individuale, ma mirato ad arrivare al collettivo, è nato con la volontà di essere onesti: onesti con se stessi, nel non mascherare più parti di me che prima tendevo a nascondere, e parlare di cose anche non piacevoli: solitudine, malinconia. Diciamo che è stato un atto di superamento del dolore, il dolore non si sconfigge ma si supera capendolo e trovando gli strumenti per poter andare avanti. Come diceva Battiato, “bisogna sempre vedere l’alba nel tramonto”, e quindi questo domani deve essere un punto di partenza, un modo per affrontare il dolore di oggi e superarlo. A livello sonoro è stato molto particolare, perché per la prima volta ho arrangiato il disco da solo, solo anche fisicamente, qui sperso nelle colline toscane.

Ph – Matteo Casilli

A proposito di luoghi: quanto ha influenzato il tuo luogo di appartenenza?

Tantissimo: sono cresciuto nel nulla, ma nulla inteso anche come tutto, perché se lo guardi da una prospettiva diversa il fatto di crescere tra gli alberi e i campi spesso ti da molto di più a livello emotivo di frequentare un centro commerciale. Ma il fatto di vivere qui, dove il tempo scorre in modo diverso, più lentamente se vuoi, ti dà modo di riflettere ed essere attento e concentrato di più sulla tua interiorità. Il disco però è nato anche dal rapporto con altre persone che avevano un modo simile al mio di vedere la vita, e da qui è nata la ricerca di una visione comune, dell’essere affascinati anche dalla reciproca follia, intesa come cortocircuito rispetto alla velocità del mondo che di solito si contrappone a questo lento scorrere del tempo.

Parliamo allora di tempo: Il tempo è una canzone molto diversa rispetto a, per esempio, Soli. Com’è nata e com’è stata la collaborazione con Lucio Leoni?

Il tempo inizialmente doveva essere una canzone strumentale, era un esercizio di musica elettronica a cui mi stavo approcciando e che doveva servire come intermezzo, ma che non sentivo ancora come completo. Ho incontrato Lucio alla Tana del Bianconiglio, lo studio di registrazione sempre di Nicola Baronti, e gli ho proposto se voleva collaborare con me sul pezzo. Lui è stato da subito entusiasta e per me è stata una grande soddisfazione perché a mio parere è uno dei migliori cantautori che abbiamo in Italia. Lui ha ascoltato il disco e ha scritto un testo che fosse in linea con gli argomenti trattati.

Quando nel testo ci si domanda “cosa voglio fare da grande”: Elia, appassionato di cinema, scrittore e cantautore, cosa sognavi di fare da piccolo? E quando hai capito che volevi fare musica?

Il dentista! Non so se fosse dovuto all’idea di fare soldi o di far male alle persone, poi ho deciso di lanciarmi nella parte “buona” del mondo, soffrire io e fare musica (ride). Scherzi a parte, ho capito di voler fare musica guardando il live di Sidney del 93 degli U2, perché si parlava molto di critica sociale, di attualità, di televisione. A me arrivarono talmente potenti questi concetti che capii, nonostante fossi molto giovane, che quelle persone sul palco stavano trasmettendo al mondo intero un messaggio fortissimo, e realizzai che la musica non è soltanto intrattenimento, ma è fondamentale anche all’accrescimento personale. Da allora penso che l’importante, nella musica così come nell’arte, sia trasmettere qualcosa di positivo al mondo e contribuire ad accrescere l’umanità.

Potete sentire l’intervista completa sul podcast di Famosini