I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Sono tornati in autunno con un paio di singoli sulla cui copertina campeggiavano un ghiacciolo e una ruota panoramica, simboli retromaniaci legati ad un immaginario estivo e ad uno stare fisicamente insieme che, in tempi oscuri come questi, sembrano essersi perduti per sempre. Iperfamiglia, il ritorno dei Tersø a due anni di distanza dal precedente (e bellissimo) “Fuori dalla giungla”, parla in parte il linguaggio del lockdown, sia per l’arco temporale in cui sono stati composti i brani, sia per il mood a tratti claustrofobico che vi si respira. È anche un disco coeso, a ricordarci che il formato full length può avere ancora una ragione di esistere, anche se tutto attorno sembra un unico proliferare di singoli.
È un lavoro in cui ritroviamo il gruppo che avevamo imparato ad amare in precedenza ma decisamente migliorato a livello qualitativo, con le tessiture elettroniche che si sono fatte più intricate, i testi e le parti vocali ancora più efficaci e mature. In poche parole, se avevate scommesso su di loro prima, potrete farlo a maggior ragione anche adesso.
Abbiamo raggiunto al telefono Marta Moretti, voce e paroliera del collettivo bolognese, e abbiamo fatto il punto della situazione. Per una volta cercando di non parlare di Covid e concerti saltati (per lo meno ci abbiamo provato)…

Senti, prima di chiederti del disco, mi sembra doveroso un chiarimento: ci eravamo lasciati due anni fa che eravate in quattro, poi ho visto che sulle nuove foto promozionali siete solo tu ed Alessandro (Renzetti NDA)… È successo qualcosa?
Ah ah ah, ci aspettavamo prima o poi questa domanda! In realtà non è successo niente: Alessio (Festuccia NDA) e Luca (Ferriani NDA) fanno tuttora parte di Tersø, hanno partecipato alla produzione e alla scrittura di questo disco, facendo quello che hanno sempre fatto e ci saranno nei live, quando grazie a Dio (o forse bisognerebbe dire grazie al vaccino), torneranno (ride NDA). È stata una scelta di comunicazione, mi verrebbe da dire, perché volevamo spingere su quello che è il nucleo più piccolo di Tersø, dove nasce la prima idea delle canzoni, un nucleo che è composto proprio da me e Ale. Però ci teniamo molto a dire che siamo ancora il collettivo che eravamo prima!

Siete sempre stati etichettati come un gruppo Synth Pop ma mi sembra ormai un’etichetta superata: le vostre basi elettroniche sono molto evolute, non sono un semplice accompagnamento alla struttura melodica. Non per sminuire il tuo ruolo ma, se toglieste la voce, potreste fare musica elettronica strumentale e funzionerebbe ugualmente…
Mi fa molto piacere questa cosa e mi dispiace che non ci sia qui Ale perché potrebbe senza dubbio risponderti meglio. È una cosa a cui teniamo molto, c’è stata molta ricerca, da parte sua in particolare, negli strumenti da utilizzare per scrivere, c’è stata molta cura nel comporre le basi…

Tu le voci quando le metti? Soprattutto quest’ultimo disco è molto intricato…
Le nostre canzoni, e queste ultime ancora di più, nascono da un’idea strumentale di Ale, che scrive questi Beat sui quali io ho faccio melodia e testo. Chiaramente è una melodia che è molto influenzata da quello che c’è sotto: ci ho lavorato, ho cercato di trovare quella che per me erano le note giuste per accompagnare quello che lui aveva fatto.

Mi sembra che questo disco sia più cupo del precedente, come atmosfere e paesaggi sonori. Anche l’elemento percussivo non è usato in maniera canonica, a parte qualche momento di cassa dritta, non è facile ballare sui vostri pezzi, è un lavoro piuttosto contemplativo…
Dipende probabilmente dal fatto che è nato un po’ prima e un po’ dopo questa situazione. Laser, per dire, l’abbiamo scritta in quarantena, con Ale che ha scritto le sue parti quando era da giorni chiuso in casa, quindi questa sensazione che dici tu c’è, è stato scritto in un momento in cui eravamo e siamo tuttora carichi di svariati pensieri che non avevamo mai avuto nella nostra vita, per cui se io lo rifletto attraverso i testi, lui lo fa attraverso le parti strumentali.

Avete lavorato ancora con Marco Caldera: com’è andata? C’è stato un certo tipo di “upgrade” nella relazione artistica con lui?
Ormai Marco è un amico. Ci siamo conosciuti all’inizio di Tersø, grazie a Tersø, ed è una persona che ci ha capito da subito. Qui ci sono diverse scelte che abbiamo fatto in studio, c’è stato un upgrade anche nostro, in certe decisioni, anche drastiche, che abbiamo dovuto compiere. Siamo andati un po’ più a fondo delle scelte di realizzazione, ecco.

Nei testi c’è stata una maturazione notevole. Il tuo modo di scrivere mi piaceva già molto, però stavolta ti sei staccata totalmente dai cliché del genere, hai iniziato a fare attenzione ai dettagli, mi pare sia un disco dove ci sei tu, in una dimensione quotidiana, in luoghi concreti come potrebbero essere una piazza di Berlino, una montagna della Svizzera, dove però c’è sempre qualcosa che va in pezzi, un’atmosfera a tratti apocalittica. Allo stesso tempo, tuttavia, non ci sento disperazione e neppure quell’autocommiserazione che normalmente abbonda in un certo Indie italiano attuale…
Intanto ti ringrazio. È vero che in tutte le canzoni l’idea è quella di mettere me dentro una situazione: succede così anche nella mia testa ed è quello che volevo far passare in questi testi. Mi viene in mente una mia amica che ha sentito i pezzi un paio di giorni fa e, rispetto al disagio che esprimono, ha coniato questo slogan che a me piace molto: “Lasciateci le briciole, ne faremo glitter” (ride NDA). Ho pensato subito che era bello perché è esattamente la visione che ho io, poi noi siamo tutti figli di un momento tremendo, dove si fa davvero fatica a vedere un futuro, è facile farsi prendere dalla disperazione. Però alla fine si dice: “Vabbeh, in qualche modo finirà”. Questo modo mio di stare nelle situazioni, mai da sola, è probabilmente un sistema per ricomporre certe contraddizioni, anche il titolo Iperfamiglia c’entra con questo, perché si riferisce a tutto quell’insieme di legami che abbiamo intrecciato e che non sono per forza di sangue. Nelle canzoni mi immaginavo sempre assieme a qualcuno altro che crede in quello a cui credo io e che cerca di raggiungerlo insieme a me.

In “Rosenthaler” canti: “Eravamo nello stesso posto ma non ci siamo visti”, mi pare una sorta di metafora di una condizione di smarrimento. Però poi in “Veg” dici che “Nascono fiori tropicali tra i reattori nucleari”, un’immagine che è decisamente più solare di quella dei sacchetti di plastica in mare a cui paragoni la relazione di “Aurelia”. Sono un po’ due facce della stessa medaglia, no?
È anche un qualcosa che mi piace trovare da ascoltatrice nella musica che sento ed è un qualcosa su cui ci confrontiamo spesso io e Ale, quando chiudiamo i pezzi. La chiusa la facciamo sempre insieme e nella musica che ascoltiamo ci piace trovare questo senso di speranza. È vero che siamo una generazione fallita, finita, però è bello, nella musica come anche in altre forme d’arte, che si riesca a trovare una speranza; noi stessi cerchiamo di metterlo nelle canzoni, è una dinamica che ci appartiene.

È anche interessante che abbiate fatto un disco, in un’epoca di così radicale smaterializzazione della musica. Io stesso, quando sono usciti i due singoli, non mi sarei aspettato fossero già l’anticamera di un full length…
Queste canzoni sono nate già con l’idea di fare uscire un album, era il nostro obiettivo. Poi a causa della pandemia abbiamo rallentato, abbiamo voluto aspettare un po’ ma alla fine abbiamo deciso di farlo uscire ora perché è un disco che parla di noi in questo momento, non avrebbe avuto senso attendere ancora. E questo, nonostante non esistano concerti, non ci sia più quell’aspetto lì, era comunque giusto avere il disco fuori.

Prima o poi si tornerà a suonare ma nel frattempo, rivangando il passato, mi piacerebbe chiedervi com’è andata due anni fa al Mi Ami, un’esibizione che mi era piaciuta molto, nonostante vi siate esibiti presto e sotto la pioggia battente, e che ho percepito per voi essere stata una tappa importante…
Il Mi Ami è uno dei festival più importanti in Italia, per la nostra musica, è un palco dove abbiamo sempre voluto suonare e quando c’eravamo è stato proprio bello. È un posto dove la gente è portata ad ascoltare anche i gruppi piccoli che magari non conosce, quindi il clima positivo che c’è quando sei sul palco lo senti. Io me la ricordo proprio come una data perfetta ma non tanto perché siamo stati perfetti noi, quanto perché ha funzionato tutto, nonostante la pioggia! Che poi, tra parentesi, ha iniziato a piovere quando siamo saliti sul palco e ha smesso quando siamo scesi, assurdo (risate NDA)!

Ti faccio una domanda un po’ particolare: tu come vedi la situazione odierna di questa musica? Cosa succederà secondo te? A me pare una fase un po’ interlocutoria, nel senso che tutto quello che è successo dal 2015 in avanti, con l’esplosione di Calcutta e l’euforia It Pop mi pare in un certo senso lontanissimo… non è che sta per succedere qualcosa di nuovo?
Probabilmente è così ed è sicuramente legato a questa situazione particolare che stiamo vivendo, con l’assenza dei concerti e tutto il resto. A livello mio personale, ad esempio, questi mesi hanno fatto da setaccio: hanno buttato via tutte le cose più piccole, facendo rimanere a galla quelle più grandi e importanti; credo che anche nella musica succederà questa cosa. Bisognerà poi vedere come ognuno a livello personale avrà vissuto questo anno di silenzio, siamo ancora molto arrabbiati per come è stato trattato il nostro ambiente. Sulle tendenze, credo che la musica sia sempre in movimento, c’è tutta una generazione di ragazzi più giovani di noi, che parla ad un pubblico più giovane, è una cosa positiva. Poi, nonostante i luoghi comuni, mi pare che ai concerti la gente ci vada (o meglio, ci andava quando c’erano!), c’è voglia di ascoltare. Ovviamente bisognerà vedere anche come ognuno uscirà da questa situazione, non potremo tornare a com’eravamo prima, però mi aspetto che, se qualcosa succederà, sarà positiva.

Io penso che sia positivo che continui ad uscire così tanta musica, nonostante tutto. A dispetto dei giornalisti che si lamentano, è assolutamente bellissimo che ci sia tutta questa gente che suona! Sui concerti boh, secondo me sono sempre troppo poco frequentati, soprattutto quelli dei piccoli nomi…
C’è una fetta di italiani che non va ai concerti o che va solo a quelli mainstream, è vero…

E poi, soprattutto, non vorrei che prendessero piede tendenze come il live streaming, che in questi mesi è stato molto potente. Voglio dire, il mondo che descrivete in “Laser” ci sarà ancora? C’è il rischio che i concerti a pagamento da fruire davanti al computer diventino la normalità…
Beh, dev’essere chiaro che quella non è un’alternativa, non è la stessa cosa e non lo sarà mai! In realtà non è neppure stato utilizzato tanto e forse è proprio perché quello che ci manca non è certo il concerto in quella modalità, bensì un altro tipo di contatto…

Da ultimo, ti chiedo una cosa che non ti avevo chiesto l’altra volta e che mi incuriosisce molto, visto soprattutto il tuo timbro così particolare: ti senti più una cantante o una musicista?
Io nasco come cantante, nel senso che mi sono avvicinata alla musica studiando canto, c’è sicuramente una cantante in me. Ho lavorato molto con i miei insegnanti per capire qual è la mia vera voce, per tornare alla vera semplicità che ho dentro. Dico sempre poi che la mia vera passione sono le parole, per cui forse mi sento più songwriter. Però tra le due che hai detto, la cosa che so fare meglio è cantare, il mio strumento è il canto.