R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’ultima volta che mi trovai a Parigi restai coinvolto in uno sciopero dei trasporti che durò il tempo necessario per farmi disperare di poter rientrare in Italia. Presumo che grosso modo lo stesso sentimento l’abbiano provato Emmanuelle Parrenin e Detlef Weinrich quando, obbligati a una sosta forzata in quel di Parigi, decisero di intitolare il disco a cui stavano lavorando proprio Jours de grève. Della Parrenin, cantante folk di culto in Francia, arpista, suonatrice di ghironda e cantante attiva più che altro negli anni ’60 e ’70, si erano perse le tracce dal 2011 quando pubblicò il suo ultimo disco a seguito di una produzione personale certo non troppo generosa. Ma di lei si narrano ancora le meraviglie di un lavoro ormai entrato nel mito, quel Maison rose del lontano ’77, a testimoniare il livello spirituale e i brividi ancestrali che la sua musica sapeva produrre. Detlef Weinrich, alias Tolouse Low Trax, (ironico aka costruito sul nome del pittore Tolouse Lautrec) proviene da altre sponde creative, dall’architettura e dalla scultura in primis, ed è fondatore del Salon des Amateurs, uno spazio espositivo di installazioni artistiche in Dusseldorf. 

Il connubio professionale tra i due, più gli interventi di Quentin Rollet al sax e soprattutto i contributi spettrovocali di quella figura sciamanica che corrisponde al nome di Ghedalia Tazartes, ha creato una sorta di cerchio magico dentro cui si svolge una lunga danza tribale dal sapore pagano spiralizzata in una serie di forme percussive, di sonorità elettroniche, di interventi acustici e di tenebrose vocalizzazioni rituali. Un lungo esorcismo teso forse anche ad allontanare l’angoscia di questi tempi dominati dall’incubo infettivo, in cui probabilmente per la prima volta dal dopoguerra l’umanità teme per il proprio futuro e si trova nell’imbarazzo di progettare il domani più immediato. La cadenza generale è ipnotica, sostenuta da spiriti della Natura che paiono impossessarsi dell’anima dei protagonisti in un danzare mistico fatto di scongiuri e liturgie stregonesche. I riferimenti musicali che più si evidenziano si possono trovare in qualche frangia del gothic-rock, in certe atmosfere inquiete e nebbiose dei Dead Can Dance, nella Third Ear Band del loro disco omonimo e di Alchemy, nonché in alcune note ritmiche spettrali di Holger Czukay e dei suoi Can.
Il disco si apre con Le couple coupable e ci introduce immediatamente al centro dell’incantamento percussivo con il canto della Parrennin che pare sciorinare un formulario di invocazioni magiche sopra un loop di ghironda. Caltec’s dance è uno tra i brani che preferisco, costruito su una base elettronica ad imitazione del suono di tablas con il supporto del battito di mani che fa tanto rito collettivo. In effetti, se la memoria non mi inganna, Caltec è uno dei nomi con cui si indica la dea greca Cerere, divinità dell’agricoltura e delle messi, introdotta dalla Grecia nell’antica Roma repubblicana. Qui compare anche il sax di Rollet che intona nella parte di mezzo una breve, drammatica sequenza di suoni acuti. In White layers over black peppers compare Tazartes con i suoi ululati e qualche rauco sospiro che accentua il velo tenebroso della composizione. Quasi un coro greco in Hephaistos breeze dietro le parole in mormorio della Parrenin che suggerisce una trance estatica, un culto manifesto verso il dio greco Efesto. A questo punto siamo in pieno rapimento religioso, quasi una preghiera che si allunga nel brano seguente – Gelbe schlange – introdotto da un respiro cavernoso che secondariamente cede al sax qualche nota danzante dal vago andamento medioevale. Voci riverberate alla Laurie Anderson in A Zombie’s passaport e poi via verso il brano finale passando ancora una volta attraverso il fuoco purificatore di Efesto, procedendo verso quella che sembra una danza indo-americana con voci che vengono progressivamente riassorbite da un magma sonoro elettronico di fondo. È questa la chiusura dell’intera ritualità, la consacrazione di un’orazione pagana nell’ultima Incantation de heros aux yeux bandes.
Un disco curioso dal fascino inquietante, quasi una Sagra Della Primavera pubblicata esattamente centodieci anni dopo Stravinskij. Che di celebrazione pagana si tratti o di evocazione spiritica o di consesso magico-rituale, il coinvolgimento è assicurato da un’ossessiva base ritmica e dalla presenza di un’elettronica non invasiva che percorre l’intero lavoro. Atmosfere notturne che rimandano in qualche modo alle riunioni attorno ad un fuoco acceso nelle campagne silenziose quando si raccontavano storie tenebrose di fantasmi per favorire un senso di comunanza e di protezione. Tracce archetipiche che Parrenin e Weinrich tentano simbolicamente di rievocare attraverso il ricordo di un mondo magico mai completamente cancellato dalla civiltà tecnologica.

Tracklist:
01. Le couple coupable
02. Caltec’s dance
03. White layers over black papers
04. Hephaistos breeze
05. Gelbe schlange
06. A zombie’s passeport
07. L’incantation du heros aux yeux bande