R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Spanò Greco

Bull’s Eye dei bolognesi The Dirtyhands non è un disco da ascoltare accuratamente, assaporarne gli arrangiamenti e gustarne le atmosfere, no, questo lavoro vuole solo essere riprodotto oltre il volume consigliato e il suono graffiante, basico ed energico farà il resto.

Il trio, composto da Andrea Carrieri alla voce e chitarra, Cesare Ferioli alla batteria e percussioni e da Cosimo Dell’Orto al basso e chitarra baritono, è da molti associato ai Jack Daniel’s Lovers per la presenza di Carrieri e Ferioli, gruppo che nel 1989 fece uscire un album prodotto da Steve Berlin con la partecipazione di David Hidalgo e Dave Alvin che ricevette molti consensi; dal 1990 al 1997 il duo formò i Dirty Hands band di spicco nel panorama del blues italico con oltre 900 concerti anche in Europa e negli Stati Uniti cui collaborarono artisti del calibro di Andy J. Forest e Egidio Jack Ingala. Nel 2014 i due riformano la band con la nuova denominazione quasi a segnare una linea di demarcazione tra la proposta musicale che intendono sviluppare e la vecchia band.

Bull’s Eye propone un suono grezzo e potente dove il trio chitarra, basso e batteria picchia duro sui propri strumenti senza sosta e senza cali di ritmo; i riferimenti musicali spaziano dai suoni rollingstiani più ruvidi a quelli rock blues tipici di band quali ZZ Top e a quelli di puro stampo inglese anni 70. Dieci canzoni dove anche le 4 tracce a nome della band non sfigurano accanto alle 6 cover creando un tutt’uno solido e tenace, sound che gli appassionati del genere apprezzeranno sicuramente.

Honey, I’m Home è il brano originale di apertura, chitarra a fendenti, ritmica potente, il discorso è chiaro fin da subito, l’assolo è un psico riverbero scarno e efficace. Incontriamo subito la prima cover, Shake ‘em On Down di Fred McDowell riproposta con la slide vigorosa alla maniera dei gruppi sudisti texani mentre Back Scratcher è un altro brano autografo, talking blues quasi ipnotico che ricorda i suoni sixties d’oltremanica. I Wish You Would è un pezzo di Billy Boy Arnold dove l’armonica dell’originale viene sostituta dalla chitarra precisa e infuocata di Andrea cui fa seguito Shake Your Hips, scritta da James Moore meglio conosciuto come Slim Harpo e interpretata anche dai Rolling Stones, la versione qui è alta gradazione alcolica e Billy Gibbons strizza l’occhiolino divertito. What Can I Do è un altro brano originale dai ritmi un po’ pacati rispetto ai precedenti ma la potenza d’esecuzione è sempre notevole. La famosa Trouble No More di Muddy Waters viene riproposta in versione dityhands: lancinante, pungente, al vetriolo. One More Night è l’ultimo brano originale suonato alla tres hombres, il texas non è stato mai così vicino. In Running Shoes di Juke Boy Bonner il ritmo diventa incandescente, infernale, mentre in conclusione lo strumentale Rumble di Link Wray placa sì il ritmo ma non abbassa la potenza di fuoco.

Album d’altri tempi, che riporta alla ribalta personaggi storici della scena blues italiana che il tempo non ha ammorbidito, anzi, hanno lasciato a casa luci e abbellimenti vari e riportato il tutto allo stato primordiale dove l’energia e la vigoria d’esecuzione è essenziale. Ditemi voi, tutto questo può bastare? Io direi di si.

Tracklist:

  1. Honey I’m Home
  2. Shake ‘em On Down
  3. Back Scratcher
  4. I Wish You Would
  5. Shake Your Hips
  6. What Can I Do?
  7. Trouble No More
  8. One More Night
  9. Running Shoes
  10. Rumble