I N T E R V I S T A


Articolo di Giovanni Tamburino

Esce oggi in anteprima per Off Topic il videoclip di Kodak, il singolo della band veronese Da Quagga. Estratto da Bolla, ultimo disco del collettivo, il brano racconta la storia di un rullino ormai inutilizzato per l’avvento del digitale. Allo stesso modo, il tema della caducità, della perdita di una passione, di uno scopo, viene ripreso nel video dalla vicenda di un fotografo sommerso dalla routine.
Un altro passo avanti nella continua evoluzione e sperimentazione di questo collettivo, che per l’occasione ha risposto ad alcune nostre domande.

Il vostro percorso porta scherzosamente (ma forse nemmeno troppo) in alto la bandiera del fallimento sempre imminente. Quanto vi sentite precari e che conseguenze ha questo nella vostra produzione?
Non parleremo di precarietà ma di stabilità. Il continuo fallimento, che per noi è ormai una certezza, ci ha portato a far conto solo sulle nostre forze e quindi abbiamo optato sempre per l’autoproduzione. È certamente una strada faticosa ma in compenso possiamo tirarcela nelle interviste usando sigle quali DIY.

Gli ultimi due anni vi hanno portato a lanciare diversi lavori. Come si è svolta la produzione dell’EP e del disco?
L’ep è nato in maniera più casuale, mentre il disco è stato più ragionato. Ci sono sempre 2 stati d’animo prevalenti nella nostra musica, quello scanzonato e quello riflessivo. Con questi progetti abbiamo cercato di tenerli separati. Forse risultiamo comunque bipolari per l’ascoltatore.

“Parabola discendente di un gruppo indipendente” e “Bolla” sono la vostra rielaborazione dell’era del covid-19 della realtà attraverso i pc e gli smartphone e dell’immobilismo del mondo dello spettacolo e della musica principalmente. Dopo un anno e mezzo di pandemia, il mondo che vedete è diverso da quello di prima? Se sì, in che modo?
Ci piace vedere un rinnovato entusiasmo nella scena live, sia da parte degli organizzatori sia da parte del pubblico. Le difficoltà per chi organizza sono ancora troppe e le condizioni dei concerti sono ancora limitanti. Il pubblico però, dopo un anno davanti agli schermi, riesce a capire meglio di prima quale possa essere l’energia che regala un evento dal vivo.

Il video di Kodak ha una doppia narrazione, visiva e testuale, che porta alla constatazione di quanto di effimero e di alienante sia presente nella realtà di tutti i giorni. È un eterno circolo vizioso in cui si è intrappolati senza speranze di uscita?
È veramente difficile uscire da questo loop. Rincorriamo sempre qualcosa, nel momento che riusciamo a toccarla non siamo più contenti e subito alziamo l’asticella e questo loop non ha fine. Sembra che accontentarsi sia diventato qualcosa di brutto, ci stanchiamo subito. Ora fare un pezzo di 6 minuti sarebbe impensabile, annoia la gente ed è per questo che Kodak ha una prima strofa molto lunga prima di poter sentire il ritornello, volevamo rimarcarlo sia nel pezzo che nel video. Ecco quindi che nel video troviamo un fotografo annoiato che fa foto a una modella disinteressata, gli accomuna solo il dover portare a termine un lavoro, la passione si è persa. Il pezzo parla di questo, di passione e di quella sensazione di inutilità e di abbandono.

La vostra sperimentazione continua nel corso degli anni è evidente. Avete già in mente con cosa misurarvi in futuro?
Stiamo già lavorando al prossimo album in cui affronteremo tematiche più personali. Parleremo d’amore e di solitudine, di compatibilità tra le persone e di pregiudizi. Vogliamo alzare l’asticella e superarla!