R E C E N S I O N E


Recensione di Nadia Cornetti

È uscito lo scorso 9 dicembre, – ironia della sorte, in piena atmosfera natalizia – per Seahorse Recordings in collaborazione con Sac Recordings il primo, omonimo e devastante EP dei Bromance, interessantissimo progetto che pare giungere direttamente dalle profondità della Terra ma che, invece, trova i suoi natali nella florida e musicalmente fervente Bologna. Compongono questo gruppo coeso – anche se la sua origine è piuttosto recente – Gianluca Modica (il cui basso abbiamo già sentito negli Ofeliadorme), Angelo Casarrubia (alla chitarra), Marco Scarabel (alle ritmiche della batteria) e Peter Smith (alla voce).
Le intenzioni e lo sfondo del palcoscenico sonoro dei Bromance appaiono chiarissimi sin dalle prime note dell’album. Sicuramente, infatti, i ragazzi non hanno intenzione di propinarci un piacevole accompagnamento musicale spensierato e leggero, al contrario, ci trascinano subito – ma prendendoci per mano – verso la loro grotta che può far paura, ma accoglie l’ascoltatore con il migliore degli intenti: quello di offrire un conforto crudo, allucinato e buio che saprà essere rimedio efficace all’ostentata illusione della società in cui viviamo. In molti punti gli intenti della band ricordano il buon Marilyn Manson, ma con un tocco in più di raffinatezza, e senza lo stesso fare quasi “caricaturale”.

 

L’EP è composto da 5 brani, tutti cantati in lingua inglese, ma con una mistura di vocaboli francesi che dona un’internazionalità estrema al progetto che, a dire il vero, sarebbe decisamente esportabile ovunque, anche senza far caso alla lingua utilizzata per i testi.
Apre questo intenso lavoro Twin Chicks, un brano che ci introduce nel mondo cupo della band, dove musicalmente il basso è fondamentale, la voce è cattiva, molto ben amalgamata agli altri strumenti, con i quali risulta allo stesso livello, e la batteria detta un ritmo che ricorda decisamente i suoni propiziatori di una tribù. Verso la fine del brano succede una cosa molto interessante: il pezzo muta dal punto di vista ritmico e, poco prima dell’evoluzione piena della canzone, si percepisce qualche secondo di “stacco” quasi per riassettarsi, darsi un tempo nuovo, e concedere all’ascoltatore un momento per adattarsi a sua volta. L’ascolto continua con Blow my Dice, un bellissimo pezzo, spinto, deciso, una vera “carta vincente”, proprio come cita il testo: tra i ricami graffianti della chitarra e gli interventi potenti e incisivi di basso e batteria il messaggio che ci arriva – benché inaspettato – è di positività: “soffia sui miei dadi, sento che questa volta andrà bene”. Proseguiamo con Four Seasons Souvenir, dove la voce cupa di Peter sfiora i bassi meno udibili dall’orecchio umano e ci trasporta in atmosfere oniriche a costruire una ballad dark davvero evocativa; da poco più di metà il brano sale di tonalità, quasi come fosse una metaforica risalita dall’oltretomba, anche se il messaggio resta “push me down…I’m feeling down again”. Molto convincente la linea strumentale, che costituisce per il pezzo una base per nulla scontata, grazie alla quale percepiamo una grande coesione tra i musicisti.
Appena l’intro di Hard Black Suit fa il suo esordio, mi cattura immediatamente con una melodia ossessiva, reiterata, che ti entra in testa come un martello, e con una voce che pare un eco proveniente da lontano e trasporta in una dimensione cavernosa: eppure questa dimensione non esorta a fuggire, al contrario, è quasi foriera di conforto. È curioso come i termini usati in questo pezzo stridano con il sound, e fa sorridere sentire “pretty nice”, “juicy fruity”, “paradise” cantati con un timbro talmente basso da arrivare quasi al confine con l’infrasuono.
E infine giungiamo a Doubt on the Balcony Boudoir, il singolo che ha preceduto l’uscita dell’EP, che, con la sua ritmatissima e stridula intro e i suoni molto punk, fa emergere qualche influenza musicale della band: dopo pochi secondi di ascolto, per esempio, riecheggiano nella mente e nelle orecchie i suoni dei Clash. Quest’ultimo pezzo è decisamente il brano emblema dell’estrema internazionalità del progetto, che ho citato prima di descrivervi il mio ascolto.

Tirando le somme di questo cupo viaggio, posso senz’altro dire di aver trovato l’ascolto di tutto l’EP inaspettatamente (e questo non per via di una qualche prevenuta convinzione, ma esclusivamente a causa del suo genere musicale) confortante: il disco è permeato da un’atmosfera nella quale – non ho dubbi – è terribile ma anche bellissimo crogiolarsi, un po’ come se fosse una cura, una vera terapia shock contro il mondo reale. Il sound dei Bromance, per quanto scuro, basso e cavernoso, rappresenta perfettamente l’essenza del gruppo e il loro amore per artisti molto validi, dai quali hanno saputo prendere gli insegnamenti e tradurli in un lavoro molto ben riuscito. Restiamo in trepidante attesa, dunque, del prossimo capitolo, e nel frattempo auguriamo una lunga vita a questa piccola perla musicale dai riflessi dark.

Tracklist:
01. Twin Chicks
02. Blow My Dice
03. Four Seasons Souvenir
04. Hard Black Suit

05. Doubt on the Balcony Boudoir

Photo © Alessandro Trapezio