R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Furlan
Questi ultimi anni non sono stati certo teneri con Lucinda Williams perché la vita non le ha risparmiato prove difficili e avversità: prima un tornado le ha distrutto l’abitazione a Nashville, poi è stata colpita da un ictus che l’ha debilitata compromettendone la capacità motoria e impedendole di tornare a suonare la chitarra. Ce ne sarebbe a sufficienza per fermare chiunque, lei invece, indomita, è tornata con un album fresco e vitale carico di tutta la sua voglia di rivalsa. Stories From A rock N Roll Hearth (quindicesimo nella sua discografia) giunge a tre anni di distanza dal giustamente acclamato Good Souls Better Angels che le è valso la nomination ai Grammy Award quale Best Americana Album.

La Williams ha saputo reinventarsi chiamando a raccolta un nutrito gruppo di amici, primo fra tutti quel Ray Kennedy che produsse Car Wheels On Gravel Road, il suo capolavoro del 1998. Incapace di suonare la chitarra con cui aveva sempre composto le sue canzoni, si è affidata al marito e manager Tom Overby, al songwriter newyorkese Jesse Malin (anche lui, tra l’altro, di recente colpito da una grave malattia) e al chitarrista Travis Stephens (da lungo tempo suo road manager) che l’hanno aiutata a metter in pratica le sue idee e intuizioni musicali. Al solito l’accompagna una band di tutto rispetto: Stuart Mathis alla chitarra, Doug Pettibone alla steel guitar, Reese Wynans (lo ricordiamo nei Double Trouble di Stevie Ray Vaughan, ora alla corte di Joe Bonamassa) alle tastiere, Steve Mackie al basso e Steve Ferrone (degli Heartbreakers di Tom Petty) alla batteria.
La copertina (la grafica ricorda quella di The River di Bruce Springsteen), che presenta la Williams in giacca di pelle e un paio di Converse consumate ai piedi, stretta alla sua chitarra mentre ti guarda, seria, dritto negli occhi, la dice già lunga sul contenuto del disco: il tempo è passato, sono sopravvissuta, e ho ancora una gran voglia di esserci, di dire la mia. «Give me one more taste of my lost youth» recita con intensa partecipazione Last Call For The Truth, quindi perché non rimettiamo insieme la banda? Let’s Get The Band Back Together, Margo Price al microfono insieme alla titolare, è un solido rock urbano sfrenato ed energico che potrebbe essere suonato da una bar band il sabato sera per far dimenticare le fatiche della settimana agli avventori alle prese con abbondanti boccali di birra; divertirsi e far divertire con un pizzico di ingenuità giovanilista non guasta davvero.
Batte forte il grande cuore rock della Williams nella title track Rock N Roll Heart accompagnata ai cori da Bruce Springsteen e Patti Scialfa che insieme a lei dipingono l’essenza stessa del rock: «Blue collar boy in a no win town, has to get out before they take him down». È di nuovo Springsteen, che di bar band e fughe verso la vittoria ne sa qualcosa, a sfoderare tutta la sua grinta in New York Comeback che fotografa il desiderio di sfruttare l’ultima chiamata, «one last chance to do it my way». Il sipario non è ancora calato, si può restare in giro fino a che il palco non diventi buio. «Time waits for no one» dicevano gli Stones, e allora godiamoci il momento, non mancare al mio ritorno a New York.
Ammirevole la forza d’animo di questa signora del rock che mette a nudo con lucidità le proprie emozioni e la propria fragilità. Qua e là fanno capolino malinconia e rimpianto, come nella commovente, meravigliosa Stolen Moments, dedicata all’amico Tom Petty, il cui ricordo fa venire un groppo in gola anche nei momenti più impensati, o nella struggente ballata folk-rock Jukebox, accompagnata dalla voce di Angel Olsen, che racconta di notti solitarie trascorse al bar all’angolo, quando l’unico sollievo è la musica di Patsy Cline e Muddy Waters.
L’intero album è dedicato a Bob Stinson, chitarrista e fondatore dei Replacements la cui dolorosa vicenda è narrata in Hum’s Liquor che registra la significativa la presenza alla voce del fratello Tommy. Se la barricadera This Is Not Not My Town ha l’incedere sornione di un appiccicoso rock-blues dal retrogusto southern, ospite di nuovo Margo Price alla seconda voce, Where The Song Will Find Me sanguina passione. L’ultima storia, Never Gonna Fade Away, è non solo una promessa, è anche una speranza: «when the sparks don’t fly and nothing’s lighting up the sky, and there’s no reason for why, and all I wanna do is cry, I’m never gonna fade away», quando la vita è complicata, quando non tutto va per il verso giusto, è proprio quello il momento di affermare la volontà di non svanire nel nulla, di tenere accesa la fiamma. È lo scatto del cuore che ti costringe a non fermarti, ad andare avanti.
Lucinda Williams è una grande artista e una songwriter di razza, una donna che non si è fatta piegare dalle difficolta cui ha reagito con coraggio e tanta determinazione. Possiede un talento narrativo unico che sa ben condensare nei pochi minuti di una canzone come accade in questi dieci, preziosi brani. Stories From A Rock N Roll Hearth, per attitudine e intenzione, può essere portato ad esempio di quale sia la miglior scrittura rock, diretta, precisa, incalzante. La prestazione vocale di alto livello, condotta con empatia e partecipazione, sinergica al gran lavoro di squadra compiuto dagli straordinari musicisti di cui si è circondata, è il valore aggiunto di uno dei dischi più convincenti e meglio riusciti dell’anno fin qui trascorso.
Lucinda è innamorata del rock ‘n’ roll, noi di lei.
Tracklist:
- Let’s Get The Band Back Togheter
- New York Come Back
- Last Call For The Truth
- Jukebox
- Stolen Moments
- Rock N Roll Heart
- This Is Not My Town
- Hum’s Liquor
- Where The Song Will Find Me
- Never Gonna Fade Away




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