R E C E N S I O N E


Recensione di Alessandro Tacconi

L’étoile magique di Aline Homzy ci trasporta in luoghi sognanti dove la Luna e il Sole danzano lievemente durante un’eclissi. L’incontro di questi due provoca come ben sappiamo un cambio di luminosità. Éclipse è il tentativo di catturare musicalmente il cambio graduale da uno stato di luce a un altro. 
L’universo un po’ sognante ci si para innanzi aprendo la confezione dell’album di debutto della compositrice e violinista canadese: la leader, davanti ai membri della band, indossa un abito che ci trasporta lontano nel tempo dentro una favola. Alle loro spalle l’immagine di un notturno cielo stellato dove ovviamente Sole e Luna sono sovrapposti.
L’ensemble Aline’s Étoile Magique è composto dal vibrafonista Michael Davidson, il chitarrista Thom Gill, il bassista Dan Fortin e Marito Marques alla batteria. Si aggiungono in tre brani anche João Frade con la sua fisarmonica e Felicity Williams alla voce.
L’album è il frutto di dieci anni di studi, sperimentazioni, scritture e riscritture. Aline Homzy si è data il tempo di maturare un proprio linguaggio e gusto davvero personali. E di questo le siamo molto grati.
Già, darsi il tempo… perché servirebbe un’eclisse per alcuni celebrati jazzisti nostrani, che incidono e incidono e incidono solo perché star. Se si fossero dati il tempo di approfondire un po’ di più il senso di quello che stavano per registrare e invece… hanno dato retta al produttore di turno. Evidentemente pecunia non olet ma i loro album tanfano di inutile e vuoto dispendio di carta e supporti CD e LP.

Invece che cosa troviamo nella preziosa volta celeste di Aline Homzy? L’influenza esercitata dal padre musicologo e studioso di tre astri della musica jazz, i sempiterni Duke Ellington, Charles Mingus e Thelonious Monk. Inutile dire l’eco della loro influenza si sente nelle composizioni. E perché no!
Eppure… L’universo è talmente sconfinato che non ci si può fermare solo lì. Gli studi di strumento con Sara Caswell, di arrangiamento con Sy Johnson (che collaborò a lungo con Mingus), e con il pianista e compositore Aki Takase le hanno consegnato ulteriori strumenti espressivi.
Fiore all’occhiello per questa debuttante è senza dubbio l’apprezzamento di un vero maestro del violino come Jean-Luc Ponty, colui che cercò nuove direzioni perfino nel rock (insuperabile il suo omaggio al genio compositivo di Frank Zappa nell’album King Kong) per uno strumento che era sempre stato relegato all’ambito prettamente classico.
Aline Homzy ha fatto ovviamente i conti con un altro modernizzatore dello strumento come Stéphane Grappelli. Da un certo punto di vista, il fatto che vi siano ancora pochi violinisti jazzisti offre ampi margini di ricerca e soddisfazione personale.

Ma veniamo all’album Éclipse. Otto brani sugli undici complessivi sono della leader, due sono stati composti dal vibrafonista Michael Davidson, che ha arrangiato anche Segment di Charlie Parker, resa per l’occasione più ariosa grazie al sintetizzatore che fornisce un morbido tappeto sonoro.
Un tratto comune delle varie tracce è senz’altro l’aspetto melodico, la cantabilità, che ci comunica in più di un’occasione una dolce freschezza.
Caraway, che apre l’album, nelle intenzioni della musicista è un incontro tra Hermeto Pascoal e la Mahavishnu Orchestra (dove hanno suonato i violinisti Jerry Goodman e Jean-Luc Ponty). Morbida e orecchiale la melodia un po’ latin, che è per fortuna lontana anni luce dai nervosi e vorticosi tecnicismi del super gruppo rock jazz statunitense.  
Un titolo colpisce la nostra curiosità ed è Hanakotoba. Così veniamo a scoprire che si tratta della forma giapponese del linguaggio dei fiori. L’assolo iniziale ci fa immaginare, adesso che sappiamo di che cosa si tratta, un germoglio che emerga dal terreno con forza e vitalità per poi prodursi in un dolce delicato sbocciare di petali colorati e profumati.

In punta di stelle pizzicate si apre Cosmos che si espande verso latitudini armoniche sempre più distanti, fino a sgretolarsi in una nebulosa ricca di echi e riverberi, che si rincorrono.
Col brano Mesarthim, che vede anche l’utilizzo del theremin, ci troviamo nella costellazione dell’Ariete. Questo è infatti il nome di una stella binaria (composta da due stelle) e ha una luminosità bianco azzurra. Gli effetti di eco e riverbero si intrecciano con la linea melodica.
La chiusa dell’album giunge allegramente con la soave e delicata voce di Felicity Williams. Bientôt, we will collide è una dolce promessa di un incontro che segnerà in modo significativo il nostro futuro. La voce e il violino, che si ammorbidisce ancora di più per questo magico incontro, si rincorrono e danzano delicatamente insieme.
Per quanto riguarda la post produzione musicale, Aline Homzy dichiara di averne fatto uso per far emergere il più possibile l’idea originale del brano, che nasceva ovviamente in modo strettamente acustico. Per questa ragione la direzione artistica rispetto a possibili manipolazioni, effetti e sovraincisioni è stata: less is more. And we’ve loved it!

Tracklist:
01. Caraway (4:33)
02. Cosmos (5:10)
03. Hanakotoba (4:52)
04. Circa Herself (7:01)
05. Rose du Ciel (3:44)
06. Aliens are Pieces of Wind (4:07)
07. La belle et l’abeiile (3:34)
08. Mesarthim (3:39)
09. Starring Space (4:35)
10. Segment (5:02)
11. Bientôt, We Will Collide (3:12)

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