R E C E N S I O N E
Recensione di Alessandro Tacconi
Per sondare l’invisibile occorrono particolari antenne. Queste potranno dirci quali e quanti esseri ci circondano, in quali forze energetiche e magnetiche siamo immersi. Perché, che lo vogliamo oppure no, siamo e restiamo antenne riceventi.
Che cosa accade quando veniamo riempiti da questi segnali invisibili? Gli animali iniziano a fare versi strani, gli uccelli prendono il volo disperdendo in aria le proprie piume, gli umani tracciano segni con polveri colorate e fanno versacci incomprensibili (che qualcuno si azzarda a chiamare… arte).
Quando i segnali si strutturano, prendono una forma, allora tutto pare trovare un senso. Anche se un senso non ce l’ha. (Possibile citare un rocker nostrano in una recensione d’un album jazz? Pagheremo pegno al direttore della rivista.)
Ancora più interessante quello che si materializza attraverso l’opera, che sia pittura, musica, scultura… poco importa. Che cosa riesce a infondere nella creazione? Un conto è cosa il canalizzatore ha avvertito e percepito, un’altra è cosa realizza attraverso questo “elettrico” contatto. Avrà scordato quello che conosceva, si sarà svuotato a sufficienza di tutte le sovrastrutture e i modelli noti? Avrà assemblato in “forma nova” quell’iniziale pulsazione?
Una recensione presenta spesso e volentieri una prolusione, come questa, che indica il sentiero sul quale il primo ascoltatore muove le orecchie ricolme di animo curioso, indicando ai lettori possibili interpretazioni di quanto ha udito e… “intra-visto”.

Invisible Painters di Ferdinando Romano è la prima uscita per la neonata casa discografica aretina Jam/UnJam, distribuita da Universal, che pubblica proprio un musicista di Arezzo. In questo secondo album del contrabbassista, a tre anni dal primo, Totem (2020), abbiamo a che fare con dei “disegnatori dell’invisibile”. Quindi anche in questo secondo lavoro si rimanda a un’altra dimensione.
L’utilizzo dell’elettronica in Invisible Painters non rappresenta mai un problema di ingombro o mascheramento di pochezze espressive, anzi con essa si gioca semmai al ribasso: c’è, si sente e bene si amalgama, perché supporta e amplia in diversi momenti le qualità compositive del leader.
Per come viene impiegata ci consente dei salti di registro percettivo che aiutano ad aprirci a “ultRariori luoghi” sonori. Che belle certe licenze poetiche!
Otto brani, di cui sette dello stesso Ferdinando Romano, mentre Where angels fear to tread, ultima traccia dell’album, è a nome di tutti e quattro i musicisti. Diversi titoli dell’album rimandano a un altrove comunque immanente: The Dreamers, Vortex, La figurazione delle cose invisbili, Vincent’s room, Where angels fear to tread.
E chi sono i quattro musicisti? Uno lo abbiamo già menzionato, poi vi sono al piano ed elaborazioni elettroniche (Akai MPC, Prophet 5…) Elias Stemeseder, al clarinetto e al clarinetto basso Federico Calcagno, alla batteria Evita Polidoro e in un brano è presente Christine Ott, molto attiva in ambito contemporaneo, con un Ondes Martinot, uno dei primi sintetizzatori creati nel 1928 da Maurice Martenot.
E allora sia non la prima né la seconda, ma la quarta traccia dell’album ad aprire le nostre suggestioni critiche: La figurazione delle cose invisibili. Ai registri gravi e stranianti del pianoforte di Stemeseder e del sintetizzatore Martinot della Ott, si affianca il clarinetto di Calcagno, che cede poi il passo al leader che duetta con il pianoforte. La Polidoro contrappunta in modo essenziale facendo crescere il ritmo con l’avvicendarsi, alla testa del brano, del clarinetto basso e del sintetizzatore. Il pianoforte frantuma, però, ogni possibile appiglio. Si resta così un po’ spaesati finché si ricompone una direzione dapprima elettronica e stridula del clarinetto, su cui interviene il passo deciso del contrabbasso, a cui si affiancano piano, synth e la pulsante batteria. Nella chiusa dolcemente ululante, clarinetto e sintetizzatore s’intrecciano fino a sfumare in un cielo notturno.
Vortex dove ci condurrà? Batteria, synth e basso creano un’attesa per l’ingresso del piano che ripete e ripete una manciata di note. Si deve rendere palpabile il senso del titolo, ma ciò non dura a lungo. Giungono il contrabbasso e il clarinetto che si aprono una strada verso la plaga preparata dalla tastiera. L’elettronica e la batteria crescono per poi rilasciare ogni ulteriore tensione, fino all’assolo di clarinetto di Calcagno. Dopodiché il trio, piano elettrico batteria contrabbasso, ci conducono al finale.
Questo album è davvero pieno di luoghi in cui perdersi in modi inediti. Quando ci addentriamo ad esempio nella Vincent’s Room scortati dai passi del contrabbasso e di una percussione elettronica, il clarinetto non giunge per metterci a nostro agio, ma ci danza intorno prendendoci un po’ in giro. Ma in questa stanza non ci possiamo sentire al sicuro. Lo stridio del clarinetto, che incede sul ritmo della batteria, e il pianoforte punteggiano melodicamente l’incedere costante dei passi pesanti del contrabbasso.
La matrice di questo album ci appare fortemente impressionista, sempre che ci si conceda il tempo di captare il quid di ogni singolo brano.
Tracklist:
01. The Dreamers
02. Origami Playground
03. Vortex
04. La Figurazione delle Cose Invisibili
05. Like Passing Waters
06. Life Story
07. Vincent’s Room
08. Where Angels Fear To Tread
Photo © Valentina Cipriani





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