I N T E R V I S T A
Intervista di Elena Colombo
Il 15 settembre è uscito Dreamland, nuovo disco dei PCM (leggi la recensione qui), un concentrato di musica ambient ed elettronica che ci porta in viaggio nel mondo del sogno. Ho ascoltato l’album con interesse profano – non sono un’esperta del genere – e ha stimolato la mia curiosità a tal punto che ho deciso di incontrarne gli autori. Ho avuto l’opportunità di parlare con due membri del trio PCM: Matteo Cantaluppi (C), con una carriera di produttore di indie pop alle spalle e diversi album ambient pubblicati come musicista; Matteo Milea (M), giovane sound designer che cura l’aspetto artistico del trio.

DREAMLAND ha come tema un viaggio onirico, e i titoli delle tracce accompagnano questo percorso. Da dove è nata l’idea di fare un album ispirato al mondo del sogno?
M: È stata un’idea comune, ci sembrava che il mondo onirico fosse ben rappresentato da questa musica. Tendenzialmente, non programmiamo a priori un tema su cui fare i dischi. Di solito ci incontriamo e a poco a poco emerge una narrazione della musica stessa. In questo caso, l’ispirazione sogni ci è venuta una volta che abbiamo selezionato tutti i pezzi: ci sembrava l’immaginario più coerente con quello che la musica rappresentava, anche in termini emotivi. La prima parte del disco è un po’ più un’introduzione al mondo dei sogni, poi pian piano arriva un crescendo.
Quindi, come funziona il processo creativo di un vostro disco? Prima create le musiche e poi cercate i titoli?
M: Negli altri dischi le tracce e i temi sono stati elaborati insieme; invece, in Dreamland è venuta un po’ prima la musica. A mio avviso, però, è sempre la musica stessa che poi ci richiama a quello che dovrà essere il nostro mood di riferimento.
Il primo e l’ultimo brano sono caratterizzati dalla presenza di alcune parole tratte dalle lezioni del fisico Richard P. Feynman. Come mai avete scelto di inserire proprio questi estratti?
M: Feynman è uno dei più importanti fisici dello scorso secolo. Qui fa un po’ da presentatore del viaggio nel sogno che seguirà. Essendo tornato a studiare ingegneria, ed elettronica in particolare, ho notato un parallelismo tra la meccanica quantistica e il mondo onirico, anche per la difficoltà a capire certi concetti. Credo che entrambi siano un tentativo di razionalizzare una cosa che non lo è.
Che cosa rappresenta l’immagine di copertina del disco?
M: Abbiamo scelto un’immagine abbastanza astratta, perché nel fattore sogno c’è sempre un po’ di interpretazione personale.
C: Sì, volevamo soprattutto stare sul blu e l’azzurro. A volte la musica ti ricorda dei colori, qui per noi il blu e l’azzurro erano rappresentativi, anche perché è un disco un po’ più leggero rispetto ai due precedenti, che avevano colori più vivaci come rosso e nero. Abbiamo fatto lavorare l’artista Pietro Bonaiti in base alle nostre indicazioni.

Avete detto in passato di essere influenzati dal regista Andrej Tarkovskij, dall’artista Lucio Fontana e dal pittore Anselm Kiefer: questa influenza avviene prima o durante la composizione?
C: Se fai musica, hai già il tuo bagaglio culturale e personale. Relativamente a questo progetto, i riferimenti, come i tagli di Fontana, emergono inconsciamente. Nel disco, non sono presenti solo citazioni musicali, ma anche cinematografiche. I film di Tarkovskij sono caratterizzati da piani sequenza molto lenti, sospesi dal tempo. Qui volevamo creare una cosa più semplice, diluita. L’influenza di Tarkovskij, a dire la verità, caratterizza soprattutto il primo disco.
M: In un certo senso i nostri sono pezzi molto cinematografici: in tutti dischi abbiamo cercato di creare con la musica un immaginario definito. Per esempio, i piani sequenza di Tarkovskij sono lunghi, a tratti quasi noiosi, noi abbiamo cercato di riproporre la stessa cosa, però associando questa sensazione a un’immagine sonora, anziché puro silenzio.
C: Ci piace la noia, io riabiliterei il concetto di noia. Può aiutare ogni tanto annoiarsi.
Mi dicevate che gli album precedenti sono più influenzati da Tarkovskij. Tra questo e gli altri due dischi precedenti, ci sono altri elementi che differenziano Dreamland?
C: Pur rimanendo in una cifra non leggera, si può dire che Dreamland sia meno impegnativo dei precedenti. Al di là di questa presunta leggerezza, la differenza sta soprattutto in come è stato realizzato. Gli altri due dischi, infatti, nascono come si facevano i dischi jazz degli anni ’50 e ’60: tre persone si vedono in studio e per giorni suonano insieme. Ore e ore di musica, dopodiché da queste lunghe registrazioni vengono estrapolate delle parti, circa quaranta minuti, che vanno infine a comporre il disco. Tutto viene fatto dal vivo, dandoci dei temi da sviluppare, concordando un’estetica ma anche improvvisando. In questo caso, invece, il disco è stato realizzato un po’ più a distanza, non ci siamo mai incontrati.
Questo per la lontananza imposta dalle restrizioni legate alla pandemia di Covid?
C: Un po’ per quello, ma anche perché volevamo provare qualcosa di diverso, di un po’ più strutturato. Gli altri due dischi contengono più una voglia di provare cose nuove, come quando sei adolescente. Poi ad un certo punto diventi adulto e dici: ok, adesso proviamo a razionalizzare ciò che ho provato. Essendo il terzo disco che facciamo con l’etichetta americana n5MD, volevamo chiudere un cerchio, avere un disco più adulto, più pensato. Ognuno ha registrato diverse parti, poi le abbiamo confrontate. Io lavoravo a Milano, Matteo a Varedo, Francesco dalla Sardegna. Questo disco, pur rimanendo nel genere, ha qualche ritmica e struttura in più.
M: Aggiungo che gli altri due erano un po’ più naif come approccio. Questo non significa che non ci siano stati momenti intensi nella composizione delle tracce. Qui ho usato tecniche leggermente diverse, per esempio per la sintesi ho usato maggiormente un approccio digitale, con cui talvolta è più difficile ottenere dei risultati convincenti, rispetto alla sintesi analogica. Questo vale soprattutto per quanto riguarda la generazione casuale. Con un computer è praticamente impossibile creare numeri casuali, però con un po’ di lavoro attento riesci a non far percepire mai la ripetizione.

Tornando alla sequenza dell’album, avrei una curiosità. Perché Awakened (che ricorda il risveglio) è posizionata tra Crystal Hypgnosis, che richiama al sonno profondo, e Nightmare Alley, che invece è un incubo? Ricorda forse il risveglio nel cuore della notte?
M: Sì, esatto, ricorda quei risvegli un po’ inaspettati, a cavallo tra una dormita e l’altra, quando sei sveglio, ma non lucido. Capitano in piena notte, magari dopo aver vissuto un bel sogno – cioè, il momento dell’ipnosi – apri gli occhi pochi minuti, poi ti svegli e ritorni a dormire, ma inaspettatamente piombi in un incubo.
C: Risvegli improvvisi, che tra l’altro molti di noi avranno avuto durante il periodo del covid…
M: Un’altra possibilità è che questa sequenza ricordi il risveglio da uno di quei sonnellini in cui ti sembra di aver dormito pochissimo… invece hai dormito ore, ti svegli stanco e perciò ritorni a dormire. Non c’è un nome specifico per definire questa sensazione… semmai, si può dire che ora c’è un brano specifico.
Quindi sono brani concepiti per essere fruiti in ordine, oppure si possono ascoltare anche in modo casuale?
C: Innanzitutto, va detto che rispetto agli altri due dischi, i brani sono molto più corti. Nel primo disco c’erano quattro brani dalla lunghezza molto maggiore, circa nove minuti, il secondo ne ha sette e questo ne ha dieci. Abbiamo cercato di sintetizzare, molti brani erano un ibrido, inizialmente duravano molto di più ma che abbiamo voluto tagliare per stare sulla durata dei tre/quattro minuti. Quindi anche se alcuni brani sono legati, si potrebbe comunque ascoltarli separati, come il pezzo che è uscito prima del disco, R.E.M. Phase. Invece nei dischi che avevamo fatto prima, un brano durava il triplo, quindi meglio che andasse ascoltato tutto di fila.
M: In questo abbiamo dato più libertà all’ascoltatore. C’è comunque un concetto, come la voce di Feynman che torna sia all’inizio sia alla fine, ma non c’è la stretta necessità di ascoltare tutto in sequenza.
Come vi è venuta l’idea del titolo della traccia Alarm clock lullaby? Una sveglia (che di solito è fastidiosa) che però è una ninna nanna: non è un titolo un po’ ossimorico?
M: La sveglia normalmente è qualcosa che ti dà fastidio, ma talvolta ti culla per riaddormentarti. Alarm clock lullaby è probabilmente il pezzo più delicato, è la tua sveglia che ti dice che il disco è finito e ti tocca risvegliarti da questo viaggio. E tuttavia lo fa in modo molto delicato, senza la pressione di dover affrontare una giornata. Quindi, si mantiene in linea con il percorso consequenziale del sogno. Giocare con il fatto che dovrebbe essere una cosa fastidiosa ma che in realtà ti culla, è un’antitesi voluta.
Alarm Clock Lullaby è stata scritta in collaborazione con altri artisti. Come mai questa scelta?
C: Nel primo disco non avevamo musicisti esterni, nel secondo invece abbiamo collaborato con due persone con cui ci sentivamo affini in quel momento e che stimavamo parecchio, cioè Massimo Martellotta dei Calibro 35 e Eraldo Bernocchi, grande musicista italiano che ha lavorato sia con lo stile industrial sia ambient. In questo caso, abbiamo collaborato con Angelo Trabace, pianista che conosco da tanti anni. Ho già collaborato altre volte con lui e sono anche editore del suo unico disco solista, Solo Piano, uscito lo scorso anno. So che ha una sensibilità che poteva dare un colore diverso al pezzo, ma anche all’album in generale. Il pianoforte e il violino, ovvero Angelo e suo fratello Alessandro Trabace potevano togliere quella rigidità tipica della musica elettronica, per dare un tocco meno freddo. Loro sono due musicisti che reputavamo avessero la sensibilità per poterlo fare. Infatti, non puoi chiamare un pianista qualsiasi, non basta che qualcuno sia diplomato al conservatorio, bisogna anche entrare in un mondo musicale che è molto difficile da trasmettere. La musica elettronica, anche se non sembra, è molto emotiva, non ha una scrittura rigida, bisogna entrarci e, secondo me, loro ci sono riusciti, hanno dato un bel contenuto rendendo questo brano una vera e propria “lullaby”. Per questo ne siamo molto contenti.
Mi sembra che siano diverse assonanze tra Astral Walk e Moonlight Sequence. Sbaglio?
C: Sì è vero. Entrambe – e aggiungerei anche Crystal Hypgnosis – hanno un contenuto ritmico, di sequenza, che era meno presente negli altri dischi. Qui invece, soprattutto in Astral Walk, che forse è proprio uno dei nostri brani preferiti, sul finale entra una cassa leggera, ma non aggressiva, da un certo punto in poi è quasi ballabile. Contiene sequenze che si rifanno al krautrock e a un certo tipo di musica elettronica primordiale – che poi è diventata techno. Io e Matteo negli anni scorsi abbiamo anche fatto diverse improvvisazioni techno, perché ci piace molto, inoltre io ho vissuto diversi anni a Berlino. Forse Astral Walk era un tentativo di mettere una punta di tutto questo, per rendere più ascoltabile il disco per i novizi del genere.
M: Sicuramente in un ambiente con un’acustica giusta tutto il disco ha un altro effetto, anche il drone diventa decisamente più ascoltabile rispetto a un ascolto dal cellulare, in cui ti perdi letteralmente l’80% del contenuto armonico. Astral Walk, però, è un pezzo più fruibile anche per chi non ha come genere di riferimento l’ambient.
C: Negli anni ’90 a Londra, le persone prima andavano a spaccarsi nei rave, con ore e ore di musica, ballando tutta la sera, accompagnati da pasticche. Poi, andavano in locali dove si sdraiavano e ascoltavano questo genere per rilassarsi. La musica techno comunque è collegata con la musica elettronica e ambient. Per me l’ambient è un genere molto più cittadino che campagnolo, aiuta a distendersi dopo il frastuono della città.
M: Possiamo dire che è quasi un tentativo di “bucolizzare” la grande città, trovarti un distacco dentro; se vivi in campagna invece hai meno questa necessità di staccare. È un modo artificiale per rilassarsi, per staccare.
Qual è l’ambiente e il mood ideale per ascoltare questo disco?
M: Penso che non si debba percepire fastidio, non ci debbano essere dissonanze, per poterlo ascoltare rilassandosi. Se c’è una dissonanza, te ne accorgi, e ti distrai. Penso che questo disco si sposerebbe bene anche con il cinema, ma è anche un album più trasversale rispetto ai due precedenti, quindi può essere ascoltato in diversi contesti.
C: Storicamente l’ambient classico non nasce come musica da ascolto attento. Un concerto ambient alla fine risulta un po’ pesante, se lo vedi come un concerto rock o pop in cui c’è un performer. Io l’ambient lo ascolto soprattutto a casa, a basso volume, un po’ copre i rumori del traffico. Se spengo la musica, mi accorgo che l’ho spenta, se la tengo accesa, non mi disturba, quasi mi pulisce le orecchie. Lo si può ascoltare tranquillamente, senza concentrarsi; anzi, è meglio non concertarsi. Se ti disturba, forse perde un po’ il suo senso. Il nostro non è ambient puro, quindi talvolta ci sono elementi di disturbo. Ma questo disco lo puoi ascoltare anche mentre ceni, mentre leggi, inconsciamente aiuta a rilassarsi. Inoltre, l’ambient non va confuso con la new age, che ha connotazioni un po’ più naif, mistiche, naturalistiche. Quelle che spesso mettono di sottofondo quando vai a fare i massaggi. L’ambient è più cerebrale, profondo, meno superficiale. In un certo senso, viscerale.


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