R E C E N S I O N E


Recensione di Giovanni Tamburino

A farsi strada tra i timidi applausi di una serata appena autunnale al Mare Culturale Urbano di Milano è un altrettanto timido giovane che, con lo sguardo fisso attraverso il cespuglio di capelli, punta il pianoforte in fondo alla sala.
Si siede, quasi prendendo le misure del mondo che lo circonda. Poi poggia delicatamente i polpastrelli sui tasti, mentre con la voce segue una nenia, una cantilena ben precisa, a cui poi se ne aggiunge una e un’altra ancora, nella polifonia di una loop station.
Da quel momento, l’incertezza e la ritrosia del ragazzo si trasformano in una trance, che attraversa sonorità, scale, percezioni, per tornare restituendoci Thomas Umbaca.
Milanese, classe 1997, partito dal celebre Conservatorio “Giuseppe Verdi” per calcare i palchi di festival e rassegne rinomate come PianoCity Milano, Roccella Jazz festival, Armonie d’Arte Festival, ha avuto modo di esibirsi con la Verdi Jazz Orchestra e di comporre la colonna sonora per “Miriam – il diario” di Monica Castiglioni (2015) e per il documentario “Il Terribile Inganno” di Maria Arena (2021).

Conoscere questa minima parte del suo curriculum aiuta a familiarizzare con lo stupore nel vedersi dispiegare davanti la musica del suo primo album “quasi” omonimo: Umbaka, prodotto da Ponderosa e disponibile dal 13 ottobre.
Un dialogo non verbale, fatto di vocalizzi, percussioni, basi classiche e moderne al piano su cui si innestano improvvise fughe jazz, in una personale curiosità, una sperimentazione perpetua che avanza per gradi, si ritira e si innalza per restituire in un istante la visione complessiva della melodia, tendendosi come mani aperte verso chi ascolta.

E proprio l’immagine delle mani ha un ruolo centrale in ogni aspetto dell’album, dalla copertina, alla scelta del nome. Il suono “k” che nell’alfabeto fenicio rappresenta proprio una mano aperta, sostituisce la “c” del cognome, trasformandolo in suono e, forse, in una missione.

Un’idea di melodia dove struttura e improvvisazione si compenetrano, si interrogano a vicenda ritrovandosi sempre irrimediabilmente unite e perpetuamente monche, carenti in sé e desiderose l’una dell’altra, sfuggendo alle rispettive etichette, incuranti di un’identificazione che prende la forma e la staticità del fossile.
L’inquietudine del suono di Umbaka, i suoi silenzi e le sue polifonie raccontano di questa indagine insaziabile che cerca ancora una crescita, una possibilità di salire ad una comunicabilità nuova e interamente originale, ma che già si lascia scorgere negli occhi socchiusi, nella schiena inarcata, nella fronte che quasi tocca i tasti, del giovane artista.
Una musica fatta di emozioni diverse, opposte senza necessariamente contrastanti, fatta di punti di vista che coesistono senza negarsi vicendevolmente. I’m in a Carousel, primo singolo estratto, incarna proprio questa missione, la volontà di immortalare la molteplicità del singolo e l’unità che si dipana da tutte le cose, in una realtà che, vista da una posizione sopraelevata, non è in contrasto, ma tesa verso l’esterno, con i palmi aperti verso nuove possibilità.

Alla fine di questo breve viaggio, Thomas saluta e ringrazia, ancora indeciso su come muoversi, ora che sembra quasi essere tornato da un’esplorazione alla scoperta di sé, vagamente stupito dal pubblico che lo ha seguito da lontano nel suo peregrinare tra i tasti.

Tracklist:
01. Opening
02. Shell 
03. Miriam The Diary
04. Baile
05. A Long Breath (Interlude)
06. Maha is Dancing
07. October is a Slow Song
08. Light Dreamers
09. I’m in a Carousel
10. Closing

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