R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Non deve essere facile apprendere che forse non potrai più cantare come prima, specie se sei stato un ragazzo prodigio della musica e possiedi una voce meravigliosa che incanta e cristallizza il tempo. Ricordo ancora quando vidi Beirut (alias Zach Condon) la prima volta, a Ferrara, nel 2010: non riuscivo neanche a parlare per quante lacrime scendevano.
Ho provato una immensa tristezza all’annuncio che non si sarebbe esibito per un po’. Provo un enorme sollievo nell’ascoltare questo album e una lacrima fa nuovamente capolino, ma è una lacrima di felicità: il peggio è passato.
Dopo i problemi di gola del 2019, Beirut torna alla vita e alla musica e lo fa regalandoci un cristallo prezioso, Hadsel, in uscita il 10 novembre per Pompeii Records, la sua etichetta.

Anno 2019: Zach Condon interrompe il tour di “Gallipoli”. È stanco, nella sua voce qualcosa non va. Non sa nemmeno se potrà tornare a suonare dal vivo. Dopo lo shock iniziale, decide di andare a cercare la sua invincibile estate nel bel mezzo dell’inverno e dell’oscurità. È da poco iniziato il 2020. Sotto gli occhi increduli dei suoi cari, Zach parte per Hadsel, isola sperduta a nord della Norvegia. È lì che incontra Oddvar, collezionista di organi da chiesa.

L’uomo lo introduce ad Hadselkirke, una struttura ottagonale di legno risalente ai primi dell’Ottocento. Per la prima volta nella sua vita, Zach ha la possibilità di suonare uno degli strumenti che Oddvar tanto ama. Inizia così a scrivere e comporre i pezzi del nuovo album, nella solitudine dei fiordi norvegesi, ispirato dalla natura incontaminata che lo riporta indietro, quasi in trance, ai bagliori e alle controversie mai risolte della sua adolescenza. Lo definisce “collasso mentale”: “È arrivato e ha suonato come un campanello. Sono rimasto agonizzante per molte cose passate e presenti mentre la bellezza della natura, l’aurora boreale e le terribili tempeste facevano uno spettacolo fantastico intorno a me. Le poche ore di luce avrebbero esposto l’insondabile bellezza delle montagne e dei fiordi e i crepuscoli lunghi ore mi avrebbero riempito di sommessa eccitazione. Mi piace credere che questo scenario sia in qualche modo presente nella musica”.
Hadsel lo riporta indietro ma lo proietta anche in avanti, perché grazie a quell’organo Zach riesce a dare libero sfogo alla sua creatività. Si appassiona così tanto a questo strumento da diventarne un vero e proprio cultore; la sua musica ne risente oltremisura, arrivando a esplorare territori inesplorati, complici i ghiacci perenni che non abbandonano mai l’isola.

L’album inizia con grande solennità con la title track, un maestoso valzer che cresce e si dipana piano piano grazie proprio all’organo da chiesa e alla poliedricità di voci campionate che si rincorrono per tutta la durata del brano, fino a sfumare nella tromba magistralmente suonata da Condon: la sua voce sovrasta tutto, sembra quasi comandare la natura, la furia degli elementi. C’è desiderio, c’è voglia di tornare alla vita, ricominciare dalle lunghe giornate buie e nevose: ecco perché Zach è partito con un registratore, uno studio portatile, sintetizzatori modulari e la sua amata tromba. E quando torna a casa, nella sua Berlino, la pandemia infuria in ogni angolo del globo. Decide allora di continuare il lavoro iniziato ad Hadsel arricchendo le sue composizioni del corno inglese, incorporando l’ukelele baritono e sovrapponendo i tamburi a mano, gli shaker a percussioni e vecchie drum machine create in Norvegia: è proprio quella che una volta veniva chiamata “macchina del ritmo” a delineare tutto l’andamento di Arctic Forest, spezzato soltanto dalle percussioni e armonizzato dalla voce solista di Condon che si alza al cielo come una smisurata preghiera prima e si intreccia poi con i suoi alter ego campionati, lasciando spazio alla tromba nel finale.
La drum machine è scheletro portante di Baion, terza traccia dell’album, nella quale finalmente compare l’ukulele baritono (richiama molto l’incipit di A Sunday Smile, brano del suo secondo lavoro The Flying Club Cup, di cui potrebbe tranquillamente essere l’altra faccia della medaglia) e nella quale campionature e tromba sono lo sfondo perfetto di una voce fiera che si strugge per la fine di un amore, non senza un velo di risentimento (“da quando sei partita / non so cosa possa essere andato storto / attendo nel letto, accanto alle stelle / e pieno di disprezzo / ti lascio scorrere lungo le mie spine / vorrei fuggire / mi mordo forte la lingua“: non so perché, ma col pensiero sono volata inevitabilmente verso qualcuno che dall’Islanda cantava: “da quando abbiamo rotto / uso di nuovo il rossetto / succhio forte la lingua / al ricordo di te“).
Di So Many Plans, primo singolo uscito a settembre, parla diffusamente lo stesso Condon: “Scrissi questo brano durante il primo lockdown del 2020, dopo aver trascorso due mesi a comporre e registrare nella Norvegia del Nord. Il disappunto di un amico per alcuni progetti che aveva dovuto rimandare a causa del covid fu l’ispirazione per il titolo della canzone, che si è trasformata senza sforzo alcuno in una sorta di ninna nanna.
Avevamo così tanti progetti’: questa frase risuonava di continuo nella mia testa, così presi il mio ukulele baritono e suonai il primo giro di accordi. Aggiunsi successivamente l’organo e il corno francese, e tutti insieme furono una sorta di trittico per il brano. Lo completai con giri di basso e percussioni grazie a un sintetizzatore modulare, la mia più grande ossessione in quel periodo. Mi è piaciuto il fatto che questa canzone trovasse un equilibrio tra i sentimenti di accettazione, speranza e rinuncia.”

L’organo conferisce solennità a Melbu, quinta traccia interamente strumentale, che muove i suoi passi dall’omonima località di Hadsel; Stokmarknes (altro villaggio dell’isola) inizia con il corno inglese e prosegue con le percussioni campionate e gli shaker, mentre la voce di Condon si eleva oltre gli spazi vuoti e le distese sterminate, dove è possibile ritrovare se stessi e ricominciare in una nuova dimensione, consapevoli dei propri limiti e dei propri desideri, ignari di cosa riserva il destino (“cosa si muove nel buio? / Chi siamo noi che ci apprestiamo a ripartire? / Mi sento vuoto / Mi sento pieno / Chi può sapere a cosa siamo destinati?“). Beirut amalgama sapientemente strumenti e voci fino a renderli sinfonia; riesce a passare da una posizione all’altra con precisione estrema e senza il minimo sforzo vocale, creando un’armonia perfetta, figlia della magia di quei luoghi. D’altronde la sua musica ha proprio questa peculiarità, descrivere così bene ciò che la circonda e la anima da incarnare il luogo stesso, divenendone organo pulsante.  Ed è un cuore che batte Island Life (ha un incipit gorgogliante che ricorda vagamente la vitale Floridada degli Animal Collective, per poi cambiare totalmente registro), una sorta di commiato dal passato doloroso e da quel senso di vuoto che pervade tutto il disco (“c’è qualcosa che non vuoi vedere senza la neve“: il suo travaglio interiore è ricorrente), quasi un inno, reso maestoso dalle percussioni che si mescolano a drum machine, shaker e organo; Beirut canta con piglio deciso che tutto passerà, guardando con nostalgia al passato e agli errori fatti, perché solo nella meditazione e nel raccoglimento si può trovare la chiave per superare le difficoltà. Un vecchio Roland sembra quasi conferire la struttura portante di Spillhaugen, sulla quale si innestano corno e percussioni a corredo della voce di Condon, splendido sciamano che solo vocalizzando riesce a materializzare l’accecante bellezza dell’aurora boreale e a farci sentire in faccia il freddo artico; una ricorrenza speciale nella sua vita e nella sua esperienza norvegese è forse January 18, la traccia che più di tutte ho amato e che mi ha ricordato alcune sonorità tipiche di Realpeople Holland (di nuovo un Roland a evocare le atmosfere di No Dice): la sua voce, ora diversa e più matura rispetto ai lavori precedenti, sfida il peso del distacco e del ricordo e celebra la forza della luce, in quell’”off the ride” perfettamente poggiato sul diaframma prima e poi staccato al comparire dell’incitazione “Turn It bright!“. È un incedere di percussioni quasi militaresco quello che accompagna il synth verso il finale, che dirada e sfocia nell’ukulele di Sueddeutsches Ton-Bild-Studio (forse un luogo di registrazione nella sua Berlino?), brano che vede diversi cambi di tonalità della voce di Zach: prima cupa e seria, poi dolce e carezzevole come una ninna nanna, infine impalpabile e delicata come un fiocco di neve al suolo. La chiusura è costellata di piccoli suoni campionati, che sembrano quasi riprodurre il flebile crepitio di un fuoco. Della genesi di The Tern parla lo stesso Condon: “La base di questa canzone proviene da un vecchio sintetizzatore Roland e da una parte di drum machine che avevo da tempo da una sessione precedente a Berlino. Ho improvvisato le parole sul momento e ho finito la canzone aggiungendo strati di organi da chiesa e percussioni a mano. Ho accumulato molte parti, nonostante fossi sempre preoccupato di esagerare. Alla fine ero confuso su come avessi scritto una canzone apparentemente positiva e persino speranzosa, ma una volta esaminato attentamente il testo (il tema della ricerca, del perdersi e ritrovarsi è il filo conduttore del disco, in Island Life e January 18 in maniera più evidente), ho visto la vera natura della sconfitta nascosta e del trionfo della prudenza anziché della speranza.”
Regulatory e il suo mix di drum machine, organo e tromba chiudono il disco attingendo a piene mani nel passato di Beirut e nella sua struggente malinconia, regalandoci la solennità e l’epicità tipiche dei primi due album.

È un disco istintivo Hadsel, un lavoro concepito in una situazione di grande prostrazione mentale ed emotiva. Solo in una isola sperduta e perennemente al buio, circondato dalle altissime foreste e dal freddo più pungente, Zach Condon è riuscito a entrare in contatto con quella parte di se stesso in aperto conflitto col mondo, trovando quel conforto e quella luce che credeva di aver smarrito.
C’è sempre il folk pop degli esordi, nonostante si spinga oltre esplorando nuovi suoni e allestendo ambientazioni mai viste; sono forti il senso del distacco e della perdita ma è solo tornando all’essenziale e metabolizzando sconfitte e limiti che anche la foresta più glaciale può offrire speranza e calore.
Perciò perdetevi nei meandri di questo meraviglioso cristallo, nella sua solenne coralità, nella voce imponente di Condon che con infinito stupore tutto ha descritto, composto e cantato, nella sua delicata moltitudine: verrete trasportati in quel luogo, in quella Hadsel apparentemente fredda e spettrale, e l’estate sarà a un passo da voi.

Tracklist:
01. Hadsel (4:55)
02. Arctic Forest (3:55)
03. Baion (4:06)
04. So Many Plans (3:48)
05. Melbu (2:20)
06. Stokmarknes (4:11)
07. Island Life (4:09)
08. Spillhaugen (3:41)
09. January 18th (3:42)
10. Süddeutsches Ton-Bild-Studio (5:23)
11. The Tern (4:15)
12. Regulatory (3:19)

Photo © Lina Gaißer

One response to “Beirut – Hadsel (Pompeii Records, 2023)”

  1. […] in uscita il 18 aprile per la Pompei Records, è frutto di un intenso lavoro compositivo. Come per Hadsel, disco della rinascita, le sessioni di registrazione si dividono tra Norvegia e […]

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