R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Notarangelo
bar italia mi fa pensare alla domenica pomeriggio, a un momento di raccoglimento profano a seguito di quello sacro mattutino della messa. È solo una sensazione ma nella mia mente si disegna quest’atmosfera di aggregazione dove persone tristi e felici si ritrovano per una birra, un caffè o con la radiolina per ascoltare la partita di campionato. L’altro è legato ai Pulp, geniale band d’Oltremanica che, nell’arco della sua interessante carriera partita negli anni ’80 ha sedotto e stregato e anche annoiato più generazioni di inglesi. Toccarono il loro apice in un momento in cui ancora si vendevano dischi o si regalavano a qualcuno col quale avresti voluto farci l’amore. Tralasciando l’onirico e tornando a questo giovane trio, possiamo dire che instancabilmente ritorna a circa sei mesi dalla precedente uscita discografica Tracey Denim e lo fa con il botto, con una partenza al fulmicotone.

La grezza my little tony è un brano esplosivo dove l’alternarsi di voci femminili e maschili disorienta e avvolge l’ascoltatore in una nuvola di piacere. Nemmeno il tempo di scendere dall’ottovolante ed eccoci davanti a Real house wibes (desperate house vibes), traccia a metà strada tra la filastrocca e il lamento che non lascia però particolarmente il segno. Più centrata la successiva twist, caratterizzata da un piacevole intreccio di chitarre con la voce femminile limpida e che arriva dritta al punto. La canzone si sviluppa in un antro di distorsioni ed effetti fino a spegnersi come un fuoco sulla spiaggia alle prime luci del mattino. Con worlds greatest emoter ci si immerge in un sogno new wave elettrico e serrato dove di nuovo è la distorsione a far da padrona e il consueto intreccio di voci ammalia l’ascoltatore allo stesso modo in cui il canto delle sirene quasi bloccò l’impresa di Odisseo. La canzone termina secca creando un effetto disorientamento sicuramente voluto per offrire l’opportunità di godersi a pieno i paesaggi sonori della successiva calm down with me. In questi lidi obliati in aria Duster, i bar italia riprendono atmosfere care alla band indie rock americana nata negli anni ’90 e perduta per vent’anni fino alla recente riscoperta e conseguente apprezzamento delle masse. Non so se la citazione è voluta o è casuale ma la band ha il pregio di saper raccogliere intorno a sé un certo numero di influenze che riesce a rielaborare e a rivestire con un sound davvero personale e di personalità. Il risultato è qualcosa di evocativo, attraente, che porta con sé i fantasmi di un passato non ben inquadrabile ma sempre presente dietro la porta del mondo onirico.
Shoo ad esempio, ricorda nell’incedere iniziale una Fade In-Out uscita dai viaggi farmaceutici degli Oasis di Be Here Now, ma si evolve prontamente in una missione siderale space rock attraverso la voce guida di Nina Cristante. In questo pezzo possiamo apprezzare le cavalcate di una chitarra slide che si deposita sulle sabbie rosse di Marte lasciando il tempo necessario a pochi accordi di piano per la creazione di un’atmosfera unica e irripetibile. L’impressione è quella di un deserto inesplorato dove astronauti posano piede su un terreno ancora vergine. L’ipnotico que suprise ci avvolge in un manto soffocante fino a quando, a seguire, Hi fiver ci porta in lidi più pop, nei quali la voce di Nina riprende fino al plagio il timbro vocale di Shirley Manson. Qui spetta un plauso doveroso alle voci maschili che hanno il merito di smorzare l’effetto sentito e rendere la traccia dissimile ad uno dei pezzi meno elettronici dei Garbage. Superata la metà di questo viaggio sonoro riesco a farmi un’idea più precisa della band e comprendo quanto siano importanti le voci nell’economia del sound e come riescano a conferire all’amalgama creata una ventata di freschezza seppur non siano presenti nella proposta tentativi di sperimentazione. Brush w Faith è un ballo notturno, forse l’ultimo prima che l’alba ci avvolga dolcemente con glory hunter e ci ricordi, attraverso voci pigre, che questi momenti un giorno finiranno. E quando pensi ormai che il mattino si schiuda in colori rosso arancio in una monotona domenica di hangover, ecco far capolino sounds like you had to be there, la quale dovrebbe chiudere in modo perfetto un disco interessante e promettente per un futuro roseo della band. Ma la voglia di strafare è tanta ed ecco quindi in sequenza una Jelsy e una bibs che poco aggiungono e forse condannano più del dovuto il pezzo precedente e il bilancio finale del disco.
Tirando le somme mi trovo davanti a una bella scoperta, un gruppo di giovani con idee chiare e ben centrati che hanno solo bisogno di un pizzico in più di esperienza per trasformare dei limiti in punti di forza. Ho apprezzato l’aver tentato un approccio differente dalle politiche di mercato facendo uscire un disco a meno di un anno di distanza dal precedente. L’ispirazione va lasciata fluire ma va anche controllata per evitare passi falsi. Il vino è buono, troppo fa male, ma annacquarlo non è la soluzione. Siamo d’accordo bar italia? Se vi serve il quarto per una briscola io ci sto e nell’attesa mi riascolto il vostro bell’album.
Tracklist:
01. my little tony
02. Real house wibes (desperate house vibes)
03. twist
04. worlds greatest emoter
05. calm down with me
06. Shoo
07. que suprise
08. Hi fiver
09. Brush w Faith
10. glory hunter
11. sounds like you had to be there
12. Jelsy
13. bibs
Photo © Steve Gullick




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