R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Poche note di piano ripetute e una chitarra distorta danno il benvenuto a Big Sigh, quarto album della musicista e polistrumentista britannica Marika Hackman, uscito il 12 gennaio per Chrysalis Records. Si è fatta attendere quattro anni prima di dare un seguito al precedente Any Human Friend, ma l’inversione di tendenza si avverte sin dal principio. La stessa artista afferma di aver realizzato un lavoro molto più complesso e omogeneo, sofferto e incentrato su una vasta gamma di temi. Sono storie d’amore, di lussuria, follia, distacco e perdita intrise di indie rock e di folk, lucide in superficie di una patina cantautorale e art rock che emerge da ogni piega del disco.

Raffinate atmosfere vespertine caratterizzano The Ground, traccia di apertura in bilico tra la rarefazione e la disperazione, in cui la voce, sommessa e quasi robotica, si perde in mezzo a echi goldfrappiani, archi inafferrabili e felicità durate un battito di ciglia; No Caffeine flirta sfacciatamente con alcuni vecchi lavori di Alanis Morissette e sprizza libertà da ogni nota. È un inno alla vita semplice ma allo stesso tempo piena, in cui Marika si sente stupida di fronte a una passione che l’ha travolta (nonostante poco prima abbia parlato di sesso senza sentimento); sa che deve prendersi i suoi tempi, non lasciare nulla al caso, esorta a coltivare sogni e speranze, perché «we only have the night», a guardare sempre avanti partendo dalle piccole cose di ogni giorno, quelle che la proiettano nel futuro insieme a una coda sognante di violini. La vita è un ottovolante, un pugno nello stomaco, quello che nel video sembrerebbe farle rigurgitare quell’amore come nel famoso stencil di Banksy, Lovesick, ma c’è dell’altro e non si farà attendere molto.

Big Sigh, l’enorme sospiro su cui poggia l’intera struttura dell’album, parte con una chitarra grunge e spettrale: non potrebbe essere altrimenti, compare per la prima volta il sangue nel disco e quel sentimento che si cercava di scacciare confinandolo alla meccanicità è scoppiato in tutta la sua disperazione. Marika non sembra affatto incline ai (soli) rapporti fisici, si strugge, vorrebbe strapparsi di dosso la pelle macchiata di rosso e adagiare sopra di sé il silenzio. Se nel video di “No Caffeine” le sanguina copiosamente il naso e non fa nulla per arrestarlo, presa com’è dalla frenesia che si autoimpone per non pensare ai suoi sentimenti, qui l’artista britannica fa esplodere la rabbia in tutta la sua potenza. La voce, prima tenue, ora imponente, dispiega le sue ali fino a raggiungere vette inesplorate: «Don’t bend on my sucker heart», (non piegarti al mio cuore idiota), ricorda con piglio deciso. Non si sta affatto accomiatando in pace da quell’amore e dalle cose che non ha saputo rovinare, sta accettando la resa ed è una faccenda così delicata da non volerla lasciare a nessun altro all’infuori di se stessa: le chitarre distorte deflagrano in un silenzio radiofonico che, per certi versi, ricorda il mutismo dell’apparecchio dei Turin Brakes in Radio Silence (the silence of my radio / the silence that surrounds me, cantavano i suoi connazionali: non c’è pace invece nel cuore della protagonista, rea di aver scagliato ogni muscolo del corpo oltre l’ostacolo). La sei corde di Blood ricorda alcune sonorità degli Smashing Pumpkins e accompagna la musicista britannica attraverso questo viaggio all’interno di se stessa in cui viene offerto in sacrificio addirittura il proprio sangue pur di ottenere pace e serenità; l’inquietudine regna sovrana in questo pezzo che cresce verso la metà arricchendosi di piano e cori che sfumano nel finale, dove la chitarra diviene un tutt’uno con i tasti.

Altro giro di tristezza in Hanging, un dolore lacerante che si fa strada nella Hackman dando voce a uno dei pezzi più intensi di tutto l’album. Una struttura semplice, un pianoforte accennato e qualche synth a descrivere quel fiato che manca alla protagonista per liberarsi da una storia ingombrante. «Vado a casa a rifiatare / Perché ogni volta che parliamo soffoco / Ricordi quando hai detto che sono una malattia / E come vorresti uccidermi nei tuoi sogni / Non ho potuto fare a meno di trattenere il respiro»: incomprensioni, difficoltà di comunicazione, colpe scagliate addosso che emergono nella coda del brano, epica nella sua esplosione di suoni e cori cranberriesiani e finalmente pronta a chiudere fuori quell’appendice di sé ormai estranea a tutto il resto del corpo. Ride sollevata e torna al piano Marika mentre sale e scende con grazia le scale di The Lonely house, alla vana ricerca delle cause della sconfitta, e quasi in silenzio la traccia si conclude mesta ed errabonda.

Atmosfere goldfrappiane in Vitamins, suoni distorti che crescono a metà della canzone e si ripetono in loop, mentre un contraltare robotico fa da eco alle parole della musicista britannica, fino a sfumare in accattivanti sonorità royksöppiane; languida e magnetica è Slime, complice una sei corde dall’andamento circolare e intensa come quel desiderio incarnato che si fa strada tra sussurri e sospiri, in attesa che dal dolore nasca qualcosa di diverso. La voce spicca il volo in Please don’t be so kind, brano di ispirazione folk nel quale il synth e le percussioni ci conducono altrove, in mezzo a quell’inquietudine amorosa che ritorna costante («And in my dark hour, rip my heart out»: a quale immane sofferenza deve essersi sottoposta la protagonista, per trascinarci in un buco nero così tangibile?).

The Yellow Mile possiede l’apparenza di una preghiera arpeggiata, ma è un pezzo che descrive una realtà che non conforta affatto. La relazione è giunta a un momento decisivo: ci si consegna con fiducia al partner nonostante una storia tumultuosa («ho lasciato il mio corpo alle tue cure»), come assuefatta alla volontà e alle immagini desiderate da qualcun altro (“dolly”, aggettivo dal connotato infantile, perfetto per descrivere un’amante duttile come una bambola a cui si può fare tutto, persino tagliare corti i capelli come si fa con i bambini). Il richiamo all’oro ricorda l’opulenza ma si riferisce anche al fascino e alla soddisfazione temporanea trovata nel rapporto, nonostante la sua natura problematica. È solo un fuoco di paglia: «Mostrami le ossa che abbiamo sepolto fuori, non coltivate in casa, questo è meglio», ripete più volte la musicista britannica, con la chiara intenzione di voler portare alla luce tutte le verità nascoste di quella relazione malata dalla quale è difficilissimo uscire e le cui ferite torneranno a sanguinare anche a distanza di anni. Il brano è un’esortazione a uscire dai cicli distruttivi che un rapporto dalle fondamenta instabili porta con sé, esplora le infinite complessità dell’amore e invita a liberarsi da quelle catene tossiche, accettando sé stessi e abbracciando la consapevolezza come unica via verso la guarigione.

Che dire dell’ennesima fatica della talentuosa Hackman? Sicuramente questa è un’opera molto meno immediata e sanguigna di Any Human Friend, ma appare evidente come la crescita personale e la maturazione dell’artista abbiano pagato pegno a una sofferenza senza fine che ha generato in lei una grande inquietudine interiore e un infinito stupore sperimentale. Se si ascolta con attenzione Hanging non si potrà fare a meno di notare quanto quelle dita, più volte cacciate in gola, abbiano segnato la vita della protagonista. Da qui la scelta di suonare tutti gli strumenti, a eccezione di archi e ottoni, per riprendersi i suoi spazi e rendere il disco più intimo e tangibile nella sua delicata tragicità e introspezione.

Sono finiti i tempi dei vent’anni, dove camminare sulla lama di un rasoio era ordinaria amministrazione; la ricerca di un equilibrio, al momento, è la sola e unica priorità, e alla leggerezza di un tempo si risponde confezionando un lavoro raffinato, di gran pregio e di forte impatto emotivo.

A quale prezzo la musicista britannica sia riuscita a plasmare il dolore, dandogli le sembianze di una dolcissima bellezza, traspare da ogni nota. Lode a Marika, dunque, per averlo incarnato in musica e lasciato sospirare in giro per il mondo. Perché, come diceva il poeta, anche dal tormento alla fine nasce qualcosa di buono.

Tracklist:
01. The Ground (2:31)
02. No Caffeine (3:12)
03. Big Sigh (4:03)
04. Blood (3:49)
05. Hanging (3:54)
06. The Lonely House (2:29)
07. Vitamins (4:12)
08. Slime (3:59)
09. Please Don’t Be So Kind (4:29)
10. The Yellow Mile (3:04)


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