R E C E N S I O N E
Recensione di Giovanni Tamburino
Il dolore ritorna. Il dolore non scompare mai del tutto. Forse in realtà non se ne va mai via, tuttalpiù rimane una condizione asintomatica che si acutizza quando la realtà torna a colpire e liberare dall’intorpidimento che le sicurezze e l’abitudine regalano nel quotidiano. Eppure, la condizione in cui siamo realmente consapevoli di noi, presenti ad ogni brandello di esistenza è quando questa viene ribaltata. La lingua percepisce il dente quando ha una carie. La carne percepisce la pelle quando si taglia, le ossa si riconoscono nella loro rottura. L’arto si percepisce ancora più quando viene reciso. Lucidità e dolore sono due falsi antipodi, in realtà costantemente in contatto tra loro, in cerca l’uno dell’altro.

In questo dialogo-duello si innesta Spoken Unsaid: nuovo disco di Gioele Valenti, dietro il nome di Herself, che da circa vent’anni attraversa orgoglioso e tenace il sottobosco del panorama nazionale italiano. A cinque anni dal precedente Rigel Playground, il sesto album dell’artista palermitano, anticipato a gennaio dal singolo My Pills, uscirà anche in vinile da 33 giri da 180gr, una scelta che racconta tanto della sua produzione.
Da sempre anarchico e tenace nelle proprie scelte di stile, per questo ultimo lavoro trova proprio in uno sguardo tra l’ironico e lo spietato il punto di osservazione per affrontare una realtà che va dall’individuo al sociale, dal senso di abbandono alla consapevolezza dello sfacelo della società che lo circonda.
Nostos Algos, ritorno e dolore in greco antico, da cui la nostalgia che riempie la letteratura e le menti. Questo è il benvenuto all’ascolto del disco, un interludio inquieto che va a scandire quella che sarà l’anima del percorso tra i brani. Perché il nostos è anche il ritorno. Quello di Ulisse, lungo dieci anni di sventure, scoperte, perdite, per ritrovare se stesso, prima ancora che la patria lontana. E proprio le perdite costellano Spoken Unsaid con richiami che attraversano la splendida malinconia di Nick Drake, del folk più buio degli States, cantando della perdita di amori perduti in My Pills, sognando la redenzione in San Francisco Bay, tornando beffardi e distorti all’isteria di distruzione di massa di TVdelica. Brani incisivi, non più lunghi del necessario e che al necessario si aggrappano con forza, rifiutando orpelli e finte consolazioni.
Herself sceglie il viaggio di Ulisse. Non evita il dolore, non volta gli occhi alla miseria che lo circonda. Accetta le sirene, accetta la perdita di compagni. Accetta che ogni avvenimento lo segni, lo marchi, perché, diventando suo, possa assumere un senso o, quantomeno, un punto specifico in cui possa essere riconosciuto, senza rimanere una vaga minaccia che si muove indefinita nell’aria. Solo così riconosce se stesso, identifica la natura sua e di chi lo circonda, “A man among men”. Solo attraverso questo dolore può arrivare a scoprire se è possibile altro.
Tracklist:
01. Nostos Algos
02. My Pills
03. San Francisco Bay
04. Soul
05. We Were Friends
06. Disaster Love
07. Sand
08. TVDelica




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