A R T E – M O S T R E


Articolo di Elena Colombo

È il 23 marzo, e Ocean Space, centro di arte contemporanea con sede a Venezia, inaugura una nuova mostra che ci porta in Oceania. Un continente lontano, dove l’oceano gioca un ruolo chiave non solo nelle vite delle persone, ma anche nella loro comprensione della realtà e nel loro approccio alla vita. La mostra si intitola Re-Stor(y)ing Oceania e invita gli spettatori a connettersi con le voci degli artisti e delle comunità che abitano la diversificata regione del Pacifico. Ocean Space fa capo a TBA21–Academy, un incubatore di ricerca collaborativa a tema ambientale e artistico, che si interroga in particolar modo sulla relazione che abbiamo con gli oceani. La curatrice della mostra è Taloi Havini, una persona indigena di Bougainville, una delle più grandi isole dell’arcipelago delle Isole Salomone. Havini ribadisce che è un’artista, prima che curatrice, e per questo ha riflettuto molto se accettare o meno questo nuovo ruolo. Per fortuna lo ha fatto, aggiungo io, dandoci la possibilità di incontrare l’Oceania in una chiesa storica di Venezia, quella di San Lorenzo.

La laguna e il Pacifico: che cosa hanno in comune? Sembra scontato, ma la risposta è semplice: l’acqua. Due mondi diversissimi tra loro, che si incontrano nella performance dell’artista indigena Latai Taumoepeau, dal titolo Deep Communion sung in minor (ArchipelaGO, THIS IS NOT A DRILL): si tratta di un’installazione sonora immersiva a 16 canali, che si attiva solamente se qualcuno vi sale sopra e inizia a pagaiare. Avete letto bene: su ognuna delle sedici tavole disposte a terra sono presenti delle pagaie collegate a dei microfoni. Quando un gruppo di persone vi sale, delle piccole casse si attivano e riproducono il Me’etu’upaki, antico rituale corale del popolo delle isole Tonga, cantato dal coro del villaggio di origine dell’artista. Taumoepeau ha voluto anche coinvolgere associazioni locali di canottaggio per riprodurre la performance artistica, per omaggiare gli abitanti di Venezia.

La sera del 23 marzo, ho avuto l’opportunità di assistere a una di queste performance: i canottieri si alternavano sulle tavole, mentre Taumopeau camminava tra loro, dirigendo la coreografia. La sua è un’arte che fa proprio il concetto di conoscenza empirica, meglio resa dal termine inglese embodied knowledge: la conoscenza che avviene con il corpo. Quest’ultimo è anche un mediatore della spiritualità. È il concetto di faiva, di fare lo spazio attivandolo tramite il movimento. Il nome stesso di Me’etu’upaki indica un movimento: me’ sta per danza, tu’u significa in piedi e paki con le pagaie. Questa danza è tipica delle isole Tonga, di cui sono originari gli antenati dell’artista. Per lei, gli antenati svolgono un ruolo chiave: lo stesso oceano è un antenato, e in quanto tale va rispettato. Cosa che ultimamente, purtroppo, non avviene, a causa dell’imminente estrazione mineraria nelle acque profonde dell’Oceano Pacifico. Il cosiddetto deep sea mining è il tentativo dell’industria mineraria si scavare i fondali degli oceani, un’azione che provocherà danni gravissimi all’ecosistema marino. L’arte di Taumopeau vuole essere un invito ad adottare una relazione di accudimento, anziché di estrazione e sfruttamento, nei riguardi di Moana (l’oceano). Questa cura non può che essere collettiva: è solo con il lavoro di squadra (come quella di canottaggio) che si può coltivare la responsabilità ecologica, che qui si concretizza in un invito artistico a resistere al deep sea mining.

L’altra ala della Chiesa di San Lorenzo, dove ha sede Ocean Space, è occupato dall’installazione dell’artista Elisapeta Hinemoa Heta, indigena di Aotearoa Nuova Zelanda, leader e promotrice del cambiamento Māori, Samoano e Tokelauano. The Body of Wainuiātea è uno spazio di apprendimento, condivisione e riconnessione con storie ancestrali, che si rifà ai sistemi di credenze cosmologiche oceaniche. Vi sono sedici postazioni per sedersi posizionate secondo i punti cardinali, e sopra di esse un grande tessuto bianco con dodici pieghe, che ricordano i dodici livelli del cielo e divinità tradizionali Māori. Qui tre volte al giorno avrà luogo la karanga, cioè l’appello cerimoniale, che onora la sacralità di Moana.

La sera di venerdì 23 marzo ho potuto assistere alla cerimonia della Kava, eseguita dal Dr. Albert Refiti, esperto di progettazione spaziale e di ricerca architettonica ambientale nel Pacifico, per conto dell’artista, che ha da poco dato alla luce un bambino e pertanto non è potuta essere presente. I partecipanti si passavano una ciotola di legno intagliata e dicevano parole purtroppo poco facilmente udibili dagli spettatori. Il contenuto delle ciotole destava la curiosità di tutti: si tratta di un infuso ricavato dalla radice di una pianta polinesiana, la kava appunto, da cui deriva il nome del rituale. I partecipanti vengono invitati a sedersi e a bere la kava dedicando la propria porzione o a una divinità, o a un antenato o a un luogo di culto. Le artiste hanno ricordato che quando ci si trova con il proprio corpo in un luogo, non si è mai soli per sé stessi, ma si portano con sé tutti i propri antenati, che ci hanno reso chi siamo. Entrare in The Body of Wainuiātea significa da un lato entrare in un luogo con il proprio passato e il proprio patrimonio, dall’altro decidere consapevolmente di superare il divario tra individuale e collettivo, per entrare in relazione con il prossimo.

Per tutta la durata della mostra, questo spazio ospiterà un programma di conversazioni, performance e azioni con il contributo di professionisti multidisciplinari. Re-Stor(y)ing Oceania è una mostra a ingresso gratuito, dal mercoledì alla domenica, tra le 11:00 e le 18:00. Se passate per Venezia, non perdetevi un assaggio di oceano sotto forma di arte contemporanea.

Immagini: OS Exhibition © Giacomo Cosua, Marco Cappelletti (2).

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