R E C E N S I O N E


Articolo di Laura Savoini

Cosa spinge due fratelli ultrasessantenni, che 26 anni fa avevano lasciato sul palco dell’House of Blues di Los Angeles solo schegge di odio e cocci di rabbia, a scrivere un album sui sapori e dissapori di una delle band più leggendarie degli ultimi quarant’anni? Una risposta certa a questa domanda non esiste, ma certo si può provare a cercarla in Glasgow Eyes. L’ultimo album dei Jesus and Mary Chain è il secondo a uscire dopo la reunion del gruppo, inaugurata nel 2017 con Damage and Joy. Quello che doveva essere un ritorno in grande stile però non aveva colpito il pubblico. L’idea lasciata da Damage and Joy era quella di una band che in nome di tempi andati e che mai più torneranno, aveva tentato di riciclare vecchie idee che più che un album avevano dato vita a una strategica mossa di marketing.

Per contro, Glasgow Eyes ripudia questo tipo di stagnazione e si ripropone di rivitalizzare il rock ’n’ roll dei Jesus and Mary Chain in una chiave elettronica che riassume l’intera storia della band. Nel 1984 Jim e William Reid erano giovani, dark e a tratti nevrotici; nel 2024 forse “giovani” non è l’aggettivo più adatto per descriverli, ma oggi come allora, le loro melodie restano caratterizzate da distorsioni e feedback, a cui questa volta si aggiungono maturità e satira. È proprio sul confine tra omaggio e ironia che giocano brani come The Eagles and The Beatles e Hey Lou Reid. La prima è un omaggio a 360 gradi al mondo del rock, a coloro che ne hanno fatto parte e che hanno reso i Jesus and Mary Chain ciò che sono. Tra le varie influenze musicali a cui allude il testo, i fratelli Reid rimandano chi ascolta al glam rock di Joan Jett & The Blackhearts e a quando suonavano I Love Rock ’n’ Roll.
Hey Lou Reid è la canzone finale dell’album. Ciò che il testo trasmette non è semplice nostalgia, ma un disegno della storia del rock dai Velvet Underground alle tensioni del gruppo, che in Glasgow Eyes sembrano essersi quasi scomparse. Ma la vera rottura con il passato è racchiusa nei primi secondi di Venal Joy. I Reid aprono il loro album con una scarica elettronica che dimostra l’abilità dei Jesus and Mary Chain di destreggiarsi fra generi come il noise-pop, loro marchio di fabbrica, ritmi ripetitivi e riff aggressivi. Jamcod, Chemical Animal e Second of June offrono altri scorci sulla storia della band e lo fanno ognuna a modo suo. Nella prima, Jim Reid immortala con tre accordi che sembrano riportarci ai tempi di Psychocandy, l’incidente avvenuto nella Los Angeles del ’98.
Chemical Animal, con un sound dark-electro-pop parla della droga e delle dipendenze dei fratelli Reid che portarono allo scioglimento della band. Mentre Second of June racconta con toni malinconici e tastiere elettroniche il percorso di riappacificazione del duo scozzese, di ciò che sono stati e di ciò che Glasgow Eyes ci insegna possono ancora essere.

C’è un’espressione con cui i fratelli Reid hanno identificato l’album: un ritorno a casa. Glasgow Eyes mescola i toni decadenti che hanno reso il gruppo ciò che è oggi a una scelta congeniale di re-inventare il proprio stile, in un modo inusuale, ma che rende giustizia alla musica di cui Jim e William Reid sono pionieri. Parafrasando quanto detto da Douglas Adams, i Jesus and Mary Chain continuano a esistere perché non c’è nessuno bravo come loro a fare i Jesus and Mary Chain.

Tracklist:
01. Venal Joy (3:27)
02. American Born (3:05)
03. Mediterranean X Film (4:25)
04. Jamcod (4:00)
05. Discotheque (4:13)
06. Pure Poor (5:19)
07. The Eagles and the Beatles (3:10)
08. Silver Strings (3:29)
09. Chemical Animal (4:34)
10. Second of June (3:57)
11. Girl 71 (3:08)
12. Hey Lou Reid (6:15)

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