L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo
Eppure il vento soffia ancora, qui in una rotonda di vecchie mura e case sgretolate dalla salsedine.
Su questa piazza, quasi protetta dal resto del mondo, la clessidra del tempo pare essersi fermata. Vecchie panche e tavoli con tovagliette di carta a scacchi rossi e bianchi per accogliere la convivialità di amici felici di condividere una serata di musica e parole sempre attuali e schiette, bevendo un bicchiere di vino e una birra e lasciando che l’atmosfera s’impregni di allegria e ricordi.
Il Rosso Colore del tramonto infiamma il mare difronte e scende la sera per dare il via al concerto di Alberto Bertoli, figlio dell’indimenticabile Pierangelo, il fil rouge che ci riporta a lui e alla sua lotta proletaria dove l’immediatezza dei messaggi, la denuncia sociale spesso aggressiva, ha caratterizzato il suo modo di raccontare l’uomo e il tempo.

Prima di cedere a lui voce, chitarra e palco, si parte con l’esibizione dei Trilli. La loro formazione attuale è composta da Vladimiro Zullo (figlio di Pippo) voce, Alberto Marafioti al piano, Alessandro De Muro alla voce, chitarra e bouzouki, Davide De Muro alla voce e chitarra, Fabio Bavastro al basso, Fabrizio Salvini alla batteria e percussioni, Gianpaolo Casu alle chitarre, Giulia Ermirio alla viola.
Una storia che viene da lontano quando nel 1973 Giuseppe Zullo, per tutti Pippo, insieme a Giuseppe Deliperi detto Pucci crea il duo i Trilli, gruppo folk goliardico che ha scritto la storia della musica genovese riprendendo e valorizzando i canti della tradizione popolare ligure. Si esibiscono al Festival di Sanremo nel 1984 con Pomeriggio a Marrakech. Il loro primo album Canti de casa mae è rimasto per tanti anni il disco genovese più venduto, battuto solo da Creuza de mä di Fabrizio de André.
Il gruppo riporta in auge i vecchi successi integrandoli con aneddoti e pezzi nuovi come Anime Scue, musicato da Aldo de Scaldi e Pivio Pischiutta sulle parole dell’autore Luca Cresta. Un brano che celebra la vita, le sue difficoltà, ma soprattutto il riscatto e la rinascita. Dai carrugi, le viscere vere di Genova come le descriveva Sanguineti, ci si trasla nella verace Emilia e precisamente a Sassuolo a casa di un artista vero, per nulla disposto al compromesso, che ha percorso da protagonista la storia della nostra canzone d’autore sfidando i luoghi comuni fino in fondo. Un una carriera da cantautore segnata da moltissime esperienze dalla collaborazione con il padre, ad altri grandi nomi della musica, alla pubblicazione di numerosi album di successo come solista.

Nel 2022 Alberto realizza un intero progetto musicale in duetto virtuale con suo padre, spaziando dai brani più conosciuti a quelli che hanno dato inizio alla storia legata al cognome di famiglia. Due voci intorno al fuoco fonde il passato e il presente in un unico e potente canto. Un timbro caldo dove gli accenti emiliani raccontano tutte le sfumature di quella meravigliosa terra. Dalle praterie di alta quota e dai boschi dell’alto appennino per passare ai dolci paesaggi collinari del margine, balcone morfologico dove la pianura incontra i primi rilievi. I corsi d’acqua cristallina che hanno contribuito alla formazione emiliano-romagnola della pianura padana, costruendo un’alternanza di dossi e valli colonizzate fin dall’antichità andando via via verso il mare seguendo il delta del Po.
Così, in questo corso impetuoso del fiume, la notte defluisce dipanando un velo… e «mi pare di capire che nella vita ogni cosa ha un suo colore, e l’azzurro sta nel cielo, ed il verde sta nei prati, ed il rosso è il colore dell’amore».
Esistono canzoni senza tempo che rimangono in quella parte del nostro cuore in cui vengono raccolte le emozioni più vivide. Chiama Piano è una di queste: singolo pubblicato nel 1990 come estratto dell’album Oracoli, scritto a quattro mani con Luca Bonaffini e cantato in coppia con Fabio Concato, sigilla un amore universale attraverso un racconto che invita a guardarsi dentro e intorno e osservare chi ci è vicino. «C’è chi, in mezzo al caos, riesce a vedere i nostri pensieri più cupi e guardare oltre gli occhi bassi, le mani tra le mani, e regalarci un momento di serenità. Basta solo “chiamare” e osservare gli sguardi di chi sarà pronto ad accogliere la nostra richiesta».
Contenuta nell’album Stelle di Alberto, Cervia ci parla delle estati vissute con la famiglia. Le spiagge, le serate afose, il primo appuntamento con l’amore, le scoperte, le fotografie sbiadite, la sabbia dei ricordi, i fuochi d’artificio e le stelle a San Lorenzo.
L’amico Vladi festeggia la serata del suo cinquantesimo compleanno e accompagna Alberto in alcuni brani successivi, tra i quali l’intramontabile Pescatore del 1980. Scritto da Marco Negri e interpretato da Pierangelo Bertoli con Fiorella Mannoia, appare come terza traccia dell’album Certi momenti; viene anche inserito in un 45 giri promozionale per il circuito juke-box (quindi mai distribuito per la vendita al pubblico). Bertoli e la Mannoia incidono le loro parti separatamente senza incontrarsi. Avranno occasione di conoscersi poi nei mesi successivi quando questo pezzo lancia entrambi verso il grande pubblico.
Guardo la notte di luglio che gocciola sulle colline e ripenso ad una delle citazioni del carissimo amico Fabrizio Caramagna… le conversazioni delle susine appena nate, un grillo che sta imparando a cantare, e improvvisamente Spunta la luna dal monte. Un brano da pelle d’oca che ha fuso due voci magiche e rimpiante: quella ruvida e graffiante di Pierangelo con quella infinitamente ricca di sfumature ed emozionale di Andrea Parodi, che riporta all’atavico sardo tra nuraghi ed echi Sherden. Conquista il quinto posto a Sanremo nel 1991, ma viene ricordata come emblema di quell’ anno e non solo. “Un canto di sponde sicure” per entrare a “muso duro” nella seconda parte della serata.

Il leitmotiv della grande arte bertoliana è sempre stata la spiccata sensibilità verso il prossimo, la dignità e il coraggio dinanzi al proprio handicap, il trasmettere i propri sentimenti e le proprie idee senza mezze misure e senza compromessi per fare spesso luce su un bestiario umano che umilia e sevizia le parti più deboli della società.
Si termina con un inno all’amore semplice e genuino, Per dirti t’amo, con delicatezza e passione, un viaggio attraverso le emozioni catturando l’intensità e la bellezza di un sentimento universale. Un invito a celebrare l’affetto e la connessione tra due anime affini. Le note si interrompono danzando nella mente, sfiorando tutta la gente presente che lascia piano piano questa piccola oasi sonora che ha racchiuso, come in uno scrigno, una notte di magia. Un’alchimia di cuore, anima e vibrazioni purissima. Artisti veri, amici pronti a ripartire per continuare a rendere più umane parti di mondo, piazze, strade dove fare cantare in un’unica voce la grande storia del cantautorato italiano.









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