R E C E N S I O N E


Recensione di Lucia Dallabona

Incidere il disco che sognava da sempre ma fino ad allora non era stato in grado di realizzare. Per riuscirci, scegliere la modalità oltremodo essenziale di abbinare pianoforte e voce. È nato da questo desiderio sedimentato nel tempo l’album Sive, debutto da solista di Michele Ducci, pubblicato il 7 giugno scorso. Ascoltare River, il singolo che apre il disco, mi ha regalato emozioni tanto intense ed immediate, quanto inaspettate. Sono entrata subito in connessione intima con la voce di Michele, fino a “sentire” che attraverso quel dolente cantato sussurrato si stava confidando anche con me, una perfetta sconosciuta. “They call my name but I’m a river” (mi chiamano ma io sono un fiume) l’ho sentito ripetere con toccante consapevolezza; ha creato così un fluire cinematico di vita per poi sfumare nel finale in sole note di pianoforte capaci di comunicare in modo più potente di tante parole.

Colpita da un simile approccio, ho avuto voglia di scoprire il significato del titolo utilizzato per questo nuovo progetto musicale; il termine latino omonimo è stato preso a prestito per esprimere in sintesi un concetto filosofico-personale: i passaggi della nostra esistenza si susseguono in un divenire ciclico di cui spesso prendiamo coscienza attraverso un intuito improvviso. Con disarmante naturalezza raccontarsi “senza pelle” è quindi una costante che caratterizza ognuno dei dieci brani, tutti realizzati con grande cura e altrettanta sensibilità, anche quando virano verso una vena più prevedibilmente classica, come nel caso di Matter of Today, Feelings o Hebrides.
Un maggiore impatto emotivo, amplificato nel finale da spiccate sonorità post rock, torna a proporsi invece nel secondo pezzo
Here You Are, in cui la voce delicata e malinconica di Michele è sembrata rivolgermi un sommesso, indeclinabile invito: eccoti qui, di nuovo, apri il tuo il cuore alle parole che, sgorgate dal mio, ti sto affidando. Ulteriore valore aggiunto emozionale, che accentua l’attitudine onirica ed eterea delle canzoni, arriva tramite l’uso dei cori; gli stessi, sono affidati alla soave voce di Letizia Mandolesi con modalità accennata in Secondfirstime e in primo piano nella traccia Nonesome. In quest’ultimo caso, ad occhi chiusi, mi sono vista, o meglio immaginata… ero dentro una sala cinematografica completamente rapita dall’ascolto di una colonna sonora appartenente alla migliore commedia d’autore francese.
Proprio quando non me lo aspettavo, Michele è riuscito a sorprendermi con la canzone
Just Because; il suo gospel-pop, grazie ad una melodia morbida al punto giusto, mi ha fatto venire subito una gran voglia di tenere il tempo con le mani e ballare con altrettanta rallentata leggerezza, fino all’arrivo di un finale tronco piacevolmente spiazzante.
Dai primi accenni di
You Lay the Path by Walking on It la levità ha raggiunto il suo apice portando con sé una rigenerante brezza primaverile di note che hanno purificato ogni mio pensiero. La canzone, arricchita da una deliziosa impronta di elettronica, rilassante e poetica, entra subito in testa; durante una delle mie rasserenanti passeggiate in mezzo alla natura, potrei tenerla in sottofondo per ore, continuando a cantare col sorriso “you’re here all day all night so nice“.

La sorpresa più grande comunque, per me, è stata rappresentata da Hic (in latino qui), traccia che chiude il disco; la stessa è accompagnata da un suggestivo video diretto da Marco Catapano, girato fra Paxos e Corfù per lo più durante evocative ore notturne. In questo singolo il contenuto, più sperimentale rispetto al resto, probabilmente ha anche risentito maggiormente del percorso artistico precedente di Michele; inizio come M nel duo electro pop M+A, per approdare successivamente al progetto Santii dai connotati hip-hop.
La voce del cantautore, roca e sofferente, nell’esordio del pezzo risulta a stento riconoscibile. In effetti Ducci ha raccontato di aver approfittato di un malanno per registrarsi senza strumenti e con ciò che rimaneva delle sue corde vocali partendo, come ispirazione, da alcuni versi del poeta Henry De Régnier.
La vena cantautorale che lo ha contraddistinto fino a quel punto si è fusa con versi ritmati che non prevedono il futuro o il passato ma un presente inteso come “aver luogo qui”. 
La conseguente cavalcata dal beat percussivo che ne è scaturita, sviluppatasi in piena libertà, è stata completata nel giro di un paio d’ore con l’aggiunta di batteria e pianoforte per mettere in primo piano un disturbante ma ipnotico lato cibernetico del cuore…
È giunto in questo modo al termine un viaggio musicale che mi ha permesso di scoprire un artista dal respiro più internazionale che italico, dotato di un talento poliedrico cristallino, come confermato dalla copertina del disco.
L’acquerello, realizzato da Michele e la compagna Letizia (già citata sopra) miscela colori e forme differenti, anche contrastanti fra loro, ma composti per originare comunque una armoniosa, pulsante cromia; la stessa vitale sensazione che ho provato anch’io immersa nel sentimentale susseguirsi delle singole canzoni…

Tracklist:
01. River
02. Here You Are
03. Matter of Today
04. Just Because
05. Feelings
06. Nonesome
07. Secondfirstime
08. You Lay the Path by Walking on It
09. Hebrides
10. Hic

Photo © Letizia Mandolisi

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