L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo
Una storia scritta nel nome, non nel cognome, che sarebbe troppo scontato e spesso forse anche scomodo per la sua immensità.
La meraviglia che lascia senza parole, la carica esplosiva di un polistrumentista di livello superiore che sa conquistare con la straordinaria disinvoltura con cui passa da uno strumento all’altro (chitarra acustica e classica, bouzouki, pianoforte, violino) arrangiamenti che hanno dentro tutto l’amore di un figlio che continua a percorrere la strada di un mito come solo lui sa e può fare.
Erede indiscusso dell’anima di Fabrizio, «sangue del mio sangue», tratti somatici e modi di fare che spesso si sovrappongono. Dopo alcuni anni dal suo ultimo viaggio musicale, torna finalmente Cristiano De André con i capolavori del Best Of Live Tour nel venticinquesimo anniversario in cui Fabrizio ci lasciava «tra trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto».

Si potrebbe dire il meglio di quattro album di rivisitazioni, ma c’è un meglio quando tutto è assoluta poesia e disarmante splendore? Non una goccia, un mare intero dove «attraversare litri e litri di corallo».
Al suo fianco musicisti della levatura di Osvaldo Di Dio alle chitarre e voce, Davide Pezzin al basso, alle tastiere torna Luciano Luisi che arrangiò i primi due volumi, e alla batteria Ivano Zanotti.
Conoscere l’anima di Cristiano vuole dire avere sempre l’irrefrenabile desiderio di abbracciare un uomo che dentro di sé conserva il cuore di un bambino, un Amico Fragile che, proprio in virtù della sua fragilità, ha saputo con grande determinazione e non senza difficoltà e sofferenza, portare avanti un percorso e un progetto artistico del e con il padre che era stato bruscamente interrotto dopo il tour Anime Salve del 1997.
Spente le luci di quel palco magistralmente diretto da Pepi Morgia, andare avanti senza Faber è stato doloroso per tutti, orfani di un pezzo sostanziale di storia italiana. Chissà quanto lo deve essere stato per Cristiano che aveva da poco ritrovato un rapporto complice con Fabrizio. Un legame fatto di contrasti, confronti e scontri spesso estremi ma di tantissima complicità, di sentimenti radicati fino alle viscere che nel tempo hanno lasciato ricordi indelebili e incancellabili nel cuore, ma anche profonde cicatrici. L’assurdo paragone continuo con il padre non solo è sempre stato inconcludente e vacuo, ma totalmente assurdo da fare.
Fabrizio è indiscutibilmente un genio immortale per tutto quello che ha saputo riscrivere, rinfrescare e reinterpretare. Per la verità delle sue parole divenute per tanti quasi un Vangelo, il Vangelo secondo Faber. Un gigante che è stato reso ancora più grande e immortale dall’immenso amore di chi lo ha vissuto da vicino, ma anche delle generazioni che si sono susseguite negli anni sempre attratte dai temi costantemente attuali.

Cristiano è costola viva, ramo del suo tronco, ma è anche un artista e un musicista eccellente a sé. Con un bagaglio infinito di bravura, sensibilità, con testi meravigliosi dove trapela tanto della sua vita, della sua verità, della sua irrequietezza e della sua ritrovata serenità.
Ricordarne alcuni non significa trascurarne altri ma, in una piccola raccolta di emozioni trasmesse al mio istinto, cito Dietro la porta, Invisibili, Le quaranta carte, Notti di Genova, Canzoni con il naso lungo …. «si stacca l’anima non fa più rumore», e come non essere completamente rapiti e intrappolati da Il cielo è vuoto … «ed io mi aspetto molto da te».
E tu, caro Cristiano, non deludi mai. Un vulcano che anche quando sembra spento brucia dentro e si riattiva per esplodere con una carica che travolge proprio come ha fatto questa sera. Una performance micidiale, due ore e trenta di adrenalina pura, con versi e parole che ognuno di noi porta addosso come un marchio a fuoco.
Una voce calda, a tratti dura, ma anche delicatissima e intima, che si muove attraverso brani talmente unici da essere vero patrimonio dell’umanità. Una scaletta incalzante e incantevole intercalata dalle parole di Cristiano che come sempre con molta semplicità apre il suo cuore, desideroso di dare amore e di riceverne a piene mani da un pubblico che lo ama e lo apprezza da sempre. Il suo legame vivido con la musica e la scelta di portare avanti questa sua consapevolezza nonostante il muro che inesorabilmente sapeva avrebbe trovato di fronte proprio perché figlio di …
Gli occhi di un ragazzino che ha vissuto nella casa in Sardegna giorni indescrivibili tra arte, sogno, poesia, risate, ma anche tanto dolore e apprensione durante i mesi di un rapimento che pareva interminabile, che ha visto entrare e uscire dall’ambiente domestico personaggi del calibro di Gaber, Villaggio, Chiari, De Gregori, Fossati…
«Quel bambino con le mani in tasca ed un oceano verde dietro le spalle», per mano ad un nonno importante, presidente degli zuccherifici Eridania, nonché consigliere comunale, assessore e vicesindaco di Genova, una sera al ristorante dell’Hotel Beau-Rivage di Losanna si ritrova sulle ginocchia di Charlie Chaplin, come in un sogno, e quel bambino rimane semplicemente se stesso, umile nel suo essere ricco di valori determinanti e saldi.

Generoso con il suo pubblico, non si fa desiderare, abbraccia, sorride e stringe mani e affetti. Lui è solito dire che Fabrizio è stato ed è una Tachipirina per l’anima, ebbene questa Tachipirina ha trovato un potentissimo coadiuvante, una combinazione con un’altissima dose di caffeina. Una formula forse inventata da un chimico che sposa gli elementi per farli reagire. E la reazione non tarda a farsi sentire. Una folla che canta in una caldissima notte torinese una strofa dopo l’altra senza tregua.
Alle spalle della residenza di caccia e per le feste dei Savoia progettata da Filippo Juvarra, sarà forse uno dei cervi rubati da Geordie a guardare dall’alto questo muoversi di mani, questo innalzarsi di voci? Megu Megun, A Cimma, Ho visto Nina volare, Don Raffae’, Se ti tagliassero a pezzetti, Smisurata preghiera, Verranno a chiederti del nostro amore, La canzone del padre, Nella mia ora di libertà, Bocca di Rosa, Amico Fragile, La canzone di Marinella, tutte poesie che non hanno bisogno di commento e di presentazione perché talmente conosciute che aggiungere altro sarebbe superfluo.
E se è devastante ma verissimo che «per tutti il dolore degli altri è dolore a metà» come ci ricorda Disamistade designando in lingua sarda una faida fra due gruppi familiari che sfocia nel delitto di sangue, è altrettanto vero che «nella pietà che non cede al rancore» l’uomo può imparare l’amore mettendo in pratica le frasi del Testamento di Tito. Poi ancora Andrea, Sulla cattiva strada, Un giudice, La collina, si Volta la carta e la serata finisce in gloria volgendo al termine con Quello che non ho e Fiume Sand Creek.
Il parco labirintico di Stupinigi diventa metafora delle stradine che si intersecano e si inerpicano tra i muretti a secco della collina genovese fino a discendere al mare, “le Creuze” che accompagnano fino alle voci del mercato, all’odore del pesce, allo sciabordio delle onde che restituisce alle barche la terra ferma dove un Pescatore, addormentato al sole, ha «un solco lungo il viso come una specie di sorriso».
Nel vento che preannuncia il riposo breve in una notte di calura e zanzare rimane la promessa «non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Ed è proprio così, perché certe Anime Salve si aggrappano alla vita, alla bellezza, agli ideali, ai sogni… questo è l’unico antidoto possibile, l’unico appiglio che anche «solo per un giorno, per un momento, ci fa correre a vedere il colore del vento».





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